Come sta il cinema italiano?

Manifesto del mio cinema

 

Tutto è iniziato ai piedi dei monti Zagros. A ridosso di quello spazio solenne e verticale ho sentito il bisogno di anteporre l’io narrante al precipitarsi di nuovi eventi.

Il tempo si fondeva con i toni cromatici dei monti attorno: giallo sbiadito, febbrile, remoto, propedeudico al racconto più che al suo stesso concreto divenire. Ma quel colore non si poteva mettere per iscritto: benchè me ne sfuggisse ancora la natura, volevo catturarlo e affidarlo alla perpetua riproducibilità del video. Come avrei scoperto negli anni successivi, le caratteristiche evanescenti e vincolanti di ciò che si apriva alla mia vista si traducevano con “pasta cinematografica”.

La necessità di creare una storia, strappandola al grumo pulsante della vita, e farne successivamente un prodotto cinematografico, è stata interamente asservita a quella immagine che sull’altopiano arrivava pura e asciutta come un comandamento.

Da quel giorno sono passati sei anni, durante i quali ho realizzato due mediometraggi documentaristici e vari corti, girando in Caucaso, nei Balcani, in Libano, in Scandinavia, in Italia: la mia ricerca però non si è mai scostata da quella tinta originale, che pian piano ho imparato a riconoscere in tutto ciò che passa davanti all’obiettivo, negli intonaci dei palazzi, nei fuorifuoco, nelle zone in ombra dei volti, e che ho scoperto essere in me già da molto prima di quel viaggio.

La passione per il cinema va con la passione per la vita, e la curiosità per l’una genera soluzioni per l’altro. Ogni cortile che si apre alla vista sporgendosi in un portone, ogni capo di bestiame che si attarda isolandosi dal gregge, ogni ricordo che riemerge dal sottofondo della storia, porta in sé gli elementi per farsi racconto, messaggio, bellezza: non una necessità, ma un bisogno. Come la vita.

La potenza di un diaframma quando scatta di uno stop, l’inquadratura che si prende l’arroganza di disegnare il mondo, il taglio di montaggio di ritmarlo, il peso della macchina sulle spalle, l’ubbidienza unisona della troupe alla sacralità del rec, la sintassi, il mare. La manualità del cinema, ultimo baluardo di artigianato del presente, la sua disciplina, utlima liturgia, e il suo spazio, ultima eredità e frontiera delle esplorazioni umane, ne testimoniano l’indissolubilità dalla vita.

Dichiararsi registi equivale a dichiararsi vivi.

Paolo Martino

Gli uomini attraversano il mare per raccontarlo a chi non ne ha il coraggio. Foto di Paolo Martino


Paolo Martino  è il fondatore della Mussa Khan Films, frequenta da anni il Medio Oriente e le rotte che portano in Europa. Nel 2011 ottiene un premio giornalistico europeo seguendo viaggiatori afghani dal Kurdistan all’Italia. Nel 2012 viaggia dal Caucaso a Beirut incontrando i luoghi e la storie della diaspora armena.Nel 2013 il suo documentario Just about My Fingers sulla condizione dei rifugiati in Grecia riceve vari riconoscimenti. Nel 2014 realizza Terra di Transito, prodotto da Istituto Luce-Cinecittà e A Buon Diritto. È attualmente alle prese con il montaggio del suo ultimo lungometraggio.

 

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