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#Basaglia180X40: La maggioranza deviante

Pubblichiamo un estratto dal testo “La maggioranza deviante” a cura di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, riedito in questi giorni da Baldini+Castoldi.

Pubblicato per la prima volta nel 1969 da Einaudi. Il testo “La maggioranza deviante” è il frutto delle riflessioni raccolte dall’evoluzione dell’esperienza Goriziana e di 6 mesi vissuti nel 69 negli Stati Uniti come visiting professor al Maimonides Hospital di Brooklyn. E’ l’individuazione e l’analisi dell’ “organizzazione produttiva della diversità” dove l’individuo continua a essere privato della possibilità di possedere se stesso e la propria malattia. E vive la sua collocazione nel mondo come malato. Introduce il concetto di “malato artificiale” (nel senso di indotto da necessità di mercato e culturali, e del “dilatarsi delle malattie” a seguito dell’offerta di nuovi mezzi deputati alla cura, e di come questo procedimento abbia generato la riorganizzazione della psichiatria come circuito di istutuzioni diffuse che sposta in un’area specifica e meno visibile il manicomio.

Questo contributo rientra nel progetto di approfondimento #Basaglia180X40 realizzato in occasione dei 40 anni della Legge180 e che proseguirà fino alla metà di giugno attraverso la pubblicazione di estratti, riflessioni e segnalazioni.

Dal Cap. L’IDEOLOGIA DELLA DIVERSITA’

Nell’ambito delle scienze umane, si affrontano spesso problemi teorico-scientifici che non nascono direttamente dalla realtà in cui si agisce, ma sono importati come problemi tipici di altre culture (di livelli diversi di sviluppo), trasferiti in un terreno dove si individuano i segni della loro presenza a condizione di un preciso riconoscimento critico. Questo meccanismo di identificazione a livello «ideologico» sembra tipico delle culture subordinate, che hanno una funzione marginale e dipendente nel gioco politicoeconomico generale da cui sono determinate, e di cui partecipano secondo gradi diversi di sviluppo. A un diverso livello socioeconomico corrispondono, infatti, forme diverse di definizioni culturali; come dire che problemi nati in Paesi ad alto sviluppo tecnologico industriale, vengono assunti come temi artificiali nei Paesi socio-economicamente meno sviluppati. Il linguaggio intellettuale risulta quindi spesso dall’assorbimento di culture mutuate da realtà diverse, diventando patrimonio di un’élite ristretta, una specie di ammiccamento fra i privilegiati che riescono a decifrare il messaggio e a scoprirne i riferimenti. In questo modo aumenta l’ambiguità della natura dei problemi, che si rivelano insieme concreti e artifi cialmente prodotti: diventano cioè «realtà», attraverso la razionalizzazione ideologica che ne viene operata.

Esaminiamo il fenomeno delle devianze. Ormai cruciale e decisivo nei Paesi di grande sviluppo industriale e non ancora esploso in Italia, è stato importato nella nostra cultura come tema ideologico di un problema altrove reale. Da noi, il deviante, come colui che si trova al di fuori o al limite della norma, è mantenuto all’interno o dell’ideologia medica o di quella giudiziaria che riescono a contenerlo, spiegarlo e controllarlo. Il presupposto qui implicito che si tratti di personalità abnormi originarie, ne consente l’assorbimento nel terreno medico o penale, senza che la devianza – quale concreto rifi uto di valori relativi, proposti e defi niti come assoluti e immodifi cabili – intacchi la validità della norma e dei suoi confi ni. In questo senso l’ideologia medica o quella penale servono qui a contenere, attraverso la definizione di abnormità originaria, il fenomeno, trasponendolo in un terreno che garantisca il mantenimento dei valori di norma. Non si tratta di una risposta tecnica a un problema di carattere specialistico, quanto piuttosto di una strategia difensiva, tesa a mantenere lo status quo, a tutti i livelli. La scienza, in questo caso, assolve il proprio compito, fornendo codificazioni ed etichette che consentano la netta separazione dell’abnorme dalla norma.

Il fatto risulta evidente nell’alleanza originaria della psichiatria con la giustizia. Lo psichiatra, nell’espletamento del suo mandato professionale, è contemporaneamente medico e tutore dell’ordine, nel senso che esprime nella sua azione presuntivamente terapeutica, sia l’ideologia medica che quella penale dell’organizzazione sociale di cui è membro operante. Gli è cioè riconosciuto il diritto di mettere in atto ogni tipo di sanzione attraverso l’avallo che gli dà la scienza, per un arcaico patto che lo lega alla tutela e alla difesa della norma. Per questo nella nostra cultura il fenomeno delle devianze resta compreso nell’ambito di una conoscenza e di una pratica di natura repressiva e violenta, corrispondente a una fase di sviluppo del capitale in cui il controllo si manifesta ancora sotto forme arretrate e rigide, nello stigma dello psicopatico e del delinquente.

Negli Stati Uniti, che qui prendiamo come esempio paradigmatico a comprova delle tesi che andiamo sostenendo, il problema è stato invece razionalizzato in un terreno multidisciplinare di natura diversa, dove l’ideologia medico-giudiziaria è venuta identificandosi con quella sociologica, per la necessità di promuovere e garantire la totalizzazione del controllo di un fenomeno che va dilagandosi con un’esplicita messa in discussione dei valori sociali di norma. Qui la definizione di abnormità originaria non risulta più sufficiente a spiegare e contenere un fenomeno che si confi gura, esplicitamente, come risultato di un’esclusione-autoesclusione dalla produzione, affrontate e in parte assorbite dalle organizzazioni sociali di assistenza, presenti nella tolleranza repressiva del capitalismo avanzato. È la spinta di queste contraddizioni che ha costretto a una presa di posizione massiva, concretatasi nella legge Kennedy del 1963, che riconosce il problema della salute mentale come problema eminentemente sociale. Si è arrivati a comprendere che, nei confronti della produzione, la morbilità può diventare – esattamente come la salute – uno dei poli determinanti dell’economia generale del Paese. Lo dimostra l’assorbimento nel ciclo produttivo – attraverso la creazione di nuove istituzioni terapeutico-assistenziali – delle fasce di «marginali» che prima ne risultavano escluse, consentendo e assicurando il loro controllo sociale, come controllo tecnico.

Le teorizzazioni scientifiche sulla devianza, nate nella cultura inglese e americana come risposta a una realtà in atto, e importate in Italia, assumono in definitiva, il significato di una ideologia di ricambio, qualora non vengano verificate sul nostro terreno pratico, in un’azione che ne definisca le premesse, la natura, i limiti e le conseguenze in rapporto alla nostra realtà. In questo caso la nuova ideologia di tipo sociologico si troverebbe a sovrapporsi alle arcaiche ideologie psichiatriche, disponendosi come riserva potenziale di ulteriori elaborazioni ideologiche. Lo stigma generico di devianza si trova quindi a sostituire quello più specifico e più violento di psicopatiadelinquenza. I rigidi parametri della scienza medica vengono ammorbiditi dall’ingresso in campo delle cosiddette scienze umane, che non modifi cano però l’essenza del fenomeno, ma lo allargano in una indifferenziata e falsa totalizzazione che sembra apparentemente unire gli opposti, senza in realtà affrontare il problema delle loro differenze e dei loro rapporti.

Da noi tuttavia il livello di sviluppo del capitale non tende ancora a esprimersi nella sua dimensione totale e non è dunque richiesto un tipo di controllo totalizzante. L’ideologia della diversità su cui si fonda la definizione di abnormità originaria con la quale si definisce la struttura della personalità del deviante-psicopatico – è qui ancora sufficiente a garantire, per contrasto, l’integrità dei suoi valori. I progetti di riforme proposti, boicottati, ritirati, riproposti; le linee d’azione teoricamente accettate e mai messe in pratica; l’assenza di una programmazione reale che parta dalla nostra situazione per rispondere praticamente alle nostre esigenze; l’assenza di piani sperimentali che verifi chino la validità e l’utilità reale dei nuovi programmi; l’adeguamento alle nuove teorie, senza che gli atti modifi chino la situazione su cui dovrebbero incidere, e soprattutto la conservazione delle istituzioni nella loro costante funzione repressiva di controllo, sono la dimostrazione dell’impossibilità di un’azione di rinnovamento tecnico che non si imponga come necessità economica. È impossibile – in quanto non necessario al capitale – adeguare un livello di sviluppo a uno in cui le nuove ideologie tecnico scientifiche operano in risposta a particolari esigenze socio-economiche, come loro corrispondente razionalizzazione. O, per essere più chiari, risulta impossibile adottare sistemi di controllo sociale di tipo più avanzato, quando sono ancora suffi cienti, per molti aspetti, i vecchi. Il manicomio, il carcere, la scuola, le istituzioni che provvedono al controllo delle devianze ecc., corrispondono al tipo di repressione adeguata al nostro livello di sviluppo socio-economico. Il resto – l’uso del nuovo linguaggio tecnico che non corrisponde alla realtà – è frutto di una importazione ideologica che, attraverso l’adeguamento formale alle nuove tecniche, prepara il terreno a quello che dovrebbe essere il nuovo tipo di controllo, necessario quando anche la nostra realtà economica sia modifi cata, secondo la logica del capitale. Per questo il nuovo linguaggio adottato ora dai tecnici – linguag gio altrove nato come risposta tecnica ed economica insieme alla realtà socio-economica venuta maturando – si limita qui a coprire la vecchia, conservandone, sotto le nuove defi nizioni formali, la medesima natura, che solo un’azione pratica reale potrebbe rovesciare. Ma quanto più aumenta la distanza fra il linguaggio e la realtà tanto più si avrà bisogno di affidarsi alle parole e alla loro costitutiva ambiguità.

 

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