Insurrezioni / Piccola biblioteca delle scienze umane

Lo zoccolo di De Luca

Attorno a La parola contraria di Erri De Luca (Feltrinelli 2015), una riflessione politica sull’etimologia del “sabotaggio”. *

 

La parola “sabotaggio”, fino a una quindicina d’anni fa, era solo un termine gergale, indicante non l’atto di costruire zoccoli [sabots], ma quello, immaginoso ed espressivo, di lavoro eseguito “a colpi di zoccolo”, “a zoccolate”. […] In ogni modo, […] il sabotaggio ha fatto strada. Ormai ha le simpatie operaie. E non è tutto. Ha conquistato il diritto di cittadinanza nel Larousse e non v’è dubbio che anche l’accademia – a meno che non venga sabotata essa stessa prima di giungere alla lettera S del suo dizionario – si deciderà a fare al vocabolo “sabotaggio” la più cerimoniosa riverenza e ad aprirgli le pagine della sua raccolta ufficiale.

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Queste righe sul sabotaggio, scritte un secolo fa dall’anarcosindacalista francese Émile Pouget, tornano d’attualità ai nostri giorni, quando la giustizia italiana si appresta a celebrare un processo contro lo scrittore Erri De Luca per istigazione, avendo egli dichiarato che la Tav «va sabotata». A sua difesa, De Luca ha appena dato alle stampe un pamphlet, La parola contraria, per i tipi di Feltrinelli. Non entro nel merito del suo scritto perché per brevità e coerenza, e per il prezzo politico dell’acquisto, merita di essere letto senza troppi indugi.

Vorrei solo, come preambolo alla lettura, riflettere sulla questione dell’etimo del lemma “sabotaggio”. Termine chiamato letteralmente in causa dal legale rappresentante della società italo-francese LTF, che sta (invano) tentando di costruire la linea Tav in Val di Susa: secondo la sua interpretazione restrittiva, che fa violenza al vocabolario etimologico, il lemma “sabotaggio” sarebbe un termine «dall’indiscusso significato» afferente «a un altro vocabolario, quello dell’illegittimità».

Io ovviamente storco il naso quando c’è qualcuno che non discute il significato delle parole, perché niente è indiscusso e tutto è pieno di connotazioni, di risemantizzazioni, di sensi propri, lati e traslati. Tutto insomma va messo in discussione nel campo semantico, che di per sé è controverso. Soprattutto oggi che in Francia e in Italia, da Torino a Lione, sono tutti diventati, ad alta velocità e con poca riflessione, Charlie. Ad esempio, il termine sabotaggio può essere interpretato secondo la spiegazione di Pouget di “zoccolata”, denotazione che comunque non ha un valore necessariamente distruttivo e tanto meno terroristico. Ma l’etimo rimanda in realtà alla pratica degli operai francesi  ̶  che spesso indossavano degli zoccoli tradizionali, chiamati sabot  ̶   di infilare questi stessi zoccoli nelle macchine in funzione per bloccare la produzione o quanto meno rallentarla, di modo da riprendere fiato e lavorare con ritmi meno accelerati. Da questo sabot deriva il termine sabotaggio. Da uno zoccolo che si infila al contrario del meccanismo. Con un valore ostruttivo, più che distruttivo.

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Foto di Federico Vespignani

Questa connotazione ostruttiva è prossima all’uso del termine sollevato da De Luca, che nonostante non parli di zoccoli, afferma che il sabotaggio è in certo modo anche un atto linguistico ostruttivo: un intralcio, un ostacolo, l’impedimento della parola contraria. Sabotare allora è infilare parole e azioni nel meccanismo della megamacchina, della grande impresa imposta con la forza: è demolire l’idea e impedire la realizzazione di un progetto nocivo per chi lo realizza, impopolare per chi ci vive accanto, costoso per tutti e utile a nessuno, anzi, solo a chi ci specula. Faccio un esempio. Dalle mie parti volevano fare un aeroporto, per servire una cittadina di qualche migliaio di abitanti. Non gliel’abbiamo fatto fare. Ci siamo messi di mezzo. Abbiamo bombardato con i meloni dei nostri orti la pista di prova. Abbiamo scoperto che la ditta belga che doveva realizzare l’aeroporto rischiava di sparire lasciando tutti gli oneri e i debiti alle pubbliche amministrazioni. Abbiamo usato parole contrarie e i nostri corpi si son messi di mezzo, come zoccoli, a ostruzione di quel progetto che oggi si è dimostrato irrealizzabile, indebitante e fraudolento per i conti dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni. Siamo contenti di aver sabotato quel progetto. Di esserci messi di mezzo, con le parole, i corpi, le manifestazioni e i meloni.

La Tav non si farà  ̶  ormai è chiaro  ̶   e la denuncia contro De Luca è più che altro un colpo di coda di un drago sconfitto. Un tic di nervosismo, lo spasmo di chi ha già perso. I No Tav hanno vinto la partita e hanno vinto perché non si sono fatti dividere, non hanno accettato le criminalizzazioni, la logica repressiva della divisione tra cattivi e buoni. Non ci sono stati neanche a passare da villici chiusi nel loro fortino: hanno invitato attivisti, scrittori, musicisti, persone comuni; li hanno fatti venire in Valle per vedere lo scempio e immaginare quello che potrebbe succedere se quelle montagne piene di amianto venissero sventrate. Proprio a Bussoleno, dove una comunità in lotta conviviale organizza eventi come “Una montagna di libri”, un festival letterario No Tav ideato dallo scrittore francese Serge Quadruppani, festival in cui la parola contraria è usata come pietra di inciampo per i progetti di sviluppo nocivi.

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Foto di Federico Vespignani

Che farà allora De Luca di fronte alla giustizia? La sua difesa, data alle stampe, è diventata un atto d’accusa. Rivendicando il diritto di usare il termine “sabotaggio” come pare e piace alla lingua italiana (senza la costrizione coatta, l’attentato semantico che amputa la connotazione ostruttiva e fa camminare male il lemma, zoppicante sul senso lato della mera distruzione di oggetti materiali), De Luca rilancia: alla sbarra, non sono una vittima della legge ma il testimone di un abuso ai danni della mia libertà di parola contraria.

Per questo bisogna leggere questa sua testimonianza appena data alle stampe come se fosse uno zoccolo. Un piccolo sabot di 62 pagine, infilato all’incontrario nei meccanismi della propaganda e dell’inquisizione. Uno zoccolo su cui sta per inciampare la Dea Bendata.

Signori fautori dell’alta velocità, vi conviene lasciar perdere: i vocabolari sembrano lettera morta ma basta un soffio e quelle parole finiscono sulle labbra di tutti. Credetemi, procedendo contro De Luca, vi sabotate da soli.

[* Le due fotografie scattate da Federico Vespignani sono parte di un reportage da noi pubblicato il 18 marzo del 2012, all’interno di 400ISO, dal titolo: #notav: uno sguardo a Valle ]

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