Interviste / Segnalazioni

L’ingegner Gadda a Siena

Una questione di qualità

di Giulia Romanin Jacur

Non capita spesso di vedere uno spettacolo di alta qualità, che permette di distinguere tra quello che è veramente il teatro, e quello che ne è solamente una caricatura. Uno spettacolo che, oltre ad un godimento immediato, oltre cioè a riportare in vita il mondo fantasmagorico di Gadda e del suo compagno Shakespeare, porti l’attenzione sul teatro, sulla letteratura e sulla nostra Italia contemporanea. Il teatro che coglie nel segno è quello che nell’immediato suscita delle emozioni, può far ridere, animare, anche sconvolgere, e poi, nei giorni successivi, lascia in sospeso una serie di riflessioni.

Perché dunque valeva la pena di non rimanere a casa comodamente seduti sul divano, e al contrario di andare al Teatro dei Rinnovati a Siena il 23 febbraio, ossia poco meno di una settimana fa a vedere lo spettacolo L’ingegner Gadda va alla guerra?

In scena c’erano solo un attore, una sedia, e nient’altro. Fabrizio Gifuni, instancabile, per quasi un’ora e mezza ha alternato la presenza in scena di vari personaggi, supportato soltanto da cambi di luci e brevi istanti di buio. Il ritmo risultava sostenuto dall’inizio alla fine, grazie al forte apporto dato dall’espressione del corpo: i gesti, quelli semplici e marcati delle braccia e delle gambe, le espressioni del viso, accentuavano la portata delle parole del testo, permettevano di comprendere meglio il suo significato.

Gifuni è comparso in scena come Gadda-soldato che da una camera scrive il suo diario di trincea, le memorie sulla vita al campo fatta di incontri con altri soldati, di pensieri d’amore per la patria e per il fascismo: è un soldatino che si muove a scatti, ai margini della follia. Con un cambio di luce, la follia di Gadda diventa la follia di Amleto. In un istante si passa dunque dall’atmosfera del campo di guerra a quella del dramma shakespeariano. Dalla follia di Amleto e di Gadda si passa poi ad un’ulteriore irruenza e violenza della parola rappresentata da Priapo: l’estremo della violenza, del maschilismo, del potere: a tratti i suoi eccessi risultano inevitabilmente e tragicamente comici. Questo eccesso delle parole e dei gesti viene sospeso poco meno di dieci minuti dalla fine dello spettacolo. Dopo un istante di buio compare l’attore, le luci in platea si accendono (come a voler rompere lo schermo di finzione teatrale) e Gifuni rivolge una domanda al pubblico: -Che cosa abbiamo visto?-

Questa domanda dà il via ad un monologo finale, preso interamente da alcune parti di Eros e Priapo in cui Gadda descrive la figura del potere al tempo del fascismo. È sorprendente constatare l’aderenza con la nostra situazione politica attuale. È con questi ultimi dieci minuti di spettacolo che si crea una naturale sovrapposizione con i tempi nostri; ripercorrendo infatti a ritroso con la mente i diversi personaggi che si sono succeduti sul palco e quello che hanno detto non si può fare a meno di riconoscere che questo spettacolo parla di qualcosa che ci riguarda e che è per noi di massima attualità.

A centocinquant’anni dall’unità d’Italia cosa vuol dire per noi la parola “patria”, se non è solo una parola vuota di significato? Come è possibile che a distanza di ormai quasi cento anni ci si trovi ad avere a che fare con dinamiche e figure di potere non dissimili da quelle descritte da Gadda, e che queste vengano solo in parte riconosciute, e solo in parte chiamate con il loro vero nome? Il teatro può in qualche modo rendere consapevole una parte degli italiani di queste dinamiche, è importante dunque la conoscenza, la lettura e la messa in scena di testi quali Eros e Priapo, Amleto e La cognizione del dolore sia per la piacevolezza dell’esperienza che per fare luce sulla nostra situazione attuale.

Un dialogo a più voci con Fabrizio Gifuni

All’interno dell’iniziativa Wiki Gadda – Gadda-week, era previsto un incontro con Fabrizio Gifuni la mattina dopo lo spettacolo, in occasione del quale è stato possibile dare risposta ad alcune curiosità sul lavoro che sta dietro allo spettacolo L’ingegner Gadda va alla guerra.

- Come nasce l’idea dello spettacolo?
Da un anno Gifuni è in giro per l’Italia con questo spettacolo, che fa parte di un progetto di cui la prima parte è dedicata a Pasolini (’Na specie de cadavere lunghissimo, 2003), e questa seconda parte conclusiva è dedicata a Gadda. Questa indagine teatrale tenta di rispondere ad una domanda: -Com’è stato possibile arrivare all’“oscenità dei tempi presenti”?- La ricerca ha portato a due autori dissimili, ma accomunati dal fatto che entrambi per esprimere il loro giudizio hanno dovuto fare “esercizio quotidiano di autodistruzione”. Quasi cinque anni fa Gifuni ha iniziato a lavorare su Gadda, (ma già ventenne era stato molto impressionato da tutto quello che Gadda aveva scritto): dopo una lettura al museo della Fanteria di Roma di alcune parti prese dai Diari di Guerra a cui erano stati aggiunti alcune parti di Eros e Priapo, e dopo essersi concentrato sulla Cognizione del dolore sotto incoraggiamento di Pietro Citati, insieme a Bertolucci Gifuni ha iniziato a lavorare a quello che poi sarebbe diventato lo spettacolo.

- Come nasce l’idea di mettere insieme più testi?
Leggendo La cognizione del dolore nell’edizione con le note di Manzotti, Gifuni nota alcune somiglianze tra una scena di Amleto e una parte del romanzo gaddiano. Inoltre si sa che Gadda nell’ultima parte della sua vita leggeva molto poco, ma che Amleto era tra le sue letture. Gifuni nota una somiglianza tra i due, scrittore e personaggio tragico, proprio per la maniera stessa in cui i due reagiscono: Gadda infatti, come Amleto, per resistere ad un dolore sconvolgente scatena una finta pazzia; entrambi per restare al mondo inventano un mondo a parte in cui fuggire. C’è inoltre una vena di tragicità in Gadda: il Gadda comico, che provoca delle risate infinite in Gifuni, mantiene sotto la superficie comunque una pulsione di morte, la sua risata nasce comunque da una ferita.

- Qual è stato il lavoro di regia?
Prima di tutto è stato costruito il testo, al servizio del quale Gifuni e Bertolucci si sono messi, e a partire dal quale è seguita la messa in scena. I due hanno dovuto lavorare a lungo prima di arrivare a capire che bastava una scenografia quasi nulla, e che le parole di Gadda, sostenute dal corpo d’attore sono sufficienti ad occupare tutta la scena. Inoltre l’idea di rappresentare Gadda in una stanza viene dalla lettura di L’ingegnere in blu di Arbasino in cui quest’ultimo racconta che con l’avvicinarsi del 25 ottobre Gadda di chiudeva in casa e non rispondeva più al telefono, riviveva infatti il lutto della Marcia su Roma. A Gifuni incuriosiva sapere che cosa faceva Gadda chiuso in casa, e ha utilizzato dunque questo spunto per la prima parte dello spettacolo. In definitiva, dopo alcuni dubbi se aggiungere o meno una terza parte, lo spettacolo si viene a costituire di tre parti: una prima, tratta dai Diari di guerra e di prigionia di Gadda, una seconda, in cui esplodeva la pazzia di Eros e Priapo, e una terza, che per la sua attinenza con la situazione italiana attuale ad alcuni è sembrata addirittura un’aggiunta dell’attore, o un articolo scritto sullo stile di Cordero sul “Caimano”. Sono molti infatti quelli che non hanno creduto che le parole dell’ultima parte fossero esclusivamente gaddiane, tanto che, racconta Gifuni, in alcune città d’Italia si è dovuto aggiungere, sotto la locandina dello spettacolo: “Si avvisa il gentile pubblico che il testo da cui è stato tratto questo spettacolo è esclusivamente tratto da William Shakespeare e Carlo Emilio Gadda”.

- Che senso può avere ancora il teatro oggi?
Il teatro è per Gifuni uno dei luoghi dove l’uomo è rimasto libero, in cui si può “compiere un atto sacrale di conoscenza”. Il teatro è un rito, e chi sta in scena e chi no hanno la stessa importanza, a teatro si viene infatti a creare un campo magnetico tra attori e spettatori. Gifuni ci dice che in questo senso il finale di L’ingegner Gadda va alla guerra è significativo, perché stabilisce un patto speciale col pubblico: una figura esterna, a luci accese nella platea, chiede: -A che cosa ci è servita questa serata? A vedere una puttanella o, tramite questa storia, a mettere in campo le nostre attività conoscitive?-

- Qual è la condizione attuale del teatro in Italia?
A fronte della figura del capocomico a fine Ottocento e del teatro di regia dal dopoguerra in poi, è necessario, dice Gifuni, entrare in un’altra fase, in una zona nuova: uscire dunque dalla “fase del teatro di regia”, che maschera spesso dinamiche di potere date dalle gerarchie tra attori e regista per creare il più possibile un rapporto di collaborazione reciproca tra attore e regista. Inoltre Gifuni è per un teatro che dia grande importanza al lavoro di drammaturgia, di scrittura scenica, a cui attribuisce il 70% dell’interpretazione (si guardi per esempio il lavoro di Carmelo Bene). Un difetto delle “avanguardie” degli anni ’70 fino alla fine anni ’80, le quali hanno portato in alcuni casi a dei risultati, in altri a cose velleitarie, è di aver sottovalutato la parola e il testo. Questo non vuol dire che non ci siano ancora oggi ottimi risultati che prediligono l’espressione del corpo, lo dimostra per esempio il recente spettacolo Vollmond di Pina Bausch. Però il teatro a cui Gifuni guarda è quello che ricerca un equilibrio, per quanto possibile, tra testo e corpo. Inoltre, dice deciso Gifuni, i registi e gli attori ora come ora si devono prendere la responsabilità di ciò che dicono (e rappresentano), per evitare di cadere nel cabaret o nello spettacolo pesante.

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