Milleuna

L’ignoto non interessava: I ragazzi di Barrow

John Barrow era l’eminenza grigia dietro le tante esplorazioni geografiche che il Regno Unito lanciò nell’Ottocento. Ne “I ragazzi di Barrow”, ora pubblicato da Adelphi nella traduzione di Matteo Codignola, Fergus Fleming racconta la storia di queste spedizioni, a loro modo tanto epiche quanto strampalate.

 

Spedizione di Sir John Franklin. 1851. THE CANADIAN PRESS/Public Archives of Canada

 

L’ignoto non interessava, e per una ragione molto semplice: era ignoto.

Non è vero, grazie al cielo. O, almeno, non era vero per quel manipolo di persone a cui l’idea d’ignoto faceva scattare una frenesia calmabile solo partendo verso quello stesso ignoto. Un’attrazione presente solo in quelle persone oppure comune a tutti, anche se messa a tacere in modi e a livelli diversi? A leggere I ragazzi di Barrow, scritto da Fergus Fleming e appena pubblicato da Adelphi, viene da chiederselo. È da questo libro che è tratta la frase sopra, ed è lo stesso libro a smentirla in lungo e in largo.

Cercare la foce del fiume Niger o il passaggio a nord-ovest fra i ghiacci del Polo Nord, raggiungere Timbuctù, attraversare il Polo Sud o il Sahara… Cos’hanno in comune queste spedizioni di esploratori britannici d’inizio Ottocento? Sì, che furono quasi tutte tragiche e disastrose, ma anche che ad architettarle c’era sempre John Barrow, eminenza grigia dell’Ammiragliato reale e appassionato di mappe e geografia. I ragazzi di Barrow racconta quelle spedizioni, una dopo l’altra, in un montaggio in cui da un capitolo all’altro ci troviamo proiettati dalle giungle equatoriali a pareti di ghiaccio «alte tre volte l’albero maestro della nave».

Fergus Fleming ha inserito all’inizio del libro una schematica cronologia delle principali spedizioni patrocinate da Barrow. Ecco le espressioni più ricorrenti che vi leggiamo: «pochissimi membri dell’equipaggio ritornano vivi», «torna indietro senza aver trovato…», «cerca invano», «disastrosa spedizione», «non riescono», «naufragio», «viene assassinato prima di…», «l’unico sopravvissuto», «disperato tentativo», «prigioniero del ghiaccio», «senza riuscirci», «disastroso», «scomparirà nel nulla», «tornerà a mani vuote», «niente da fare», «finisce intrappolato», «morti per cause sconosciute», e così via. Insomma, il libro potrebbe tranquillamente trasformarsi in un lugubre e scoraggiante elenco di tragedie, e invece riesce a essere divertente anche quando racconta per esempio di un intero equipaggio di scienziati prevedibilmente uccisi dalle febbri del fiume Niger: «inspiegabile», chiosò Barrow nelle sue memorie.

La forza di persuasione e l’inventività di Sir John Barrow non si basavano su una particolare immaginazione o competenza, ma sulla volontà di riempire tutti quei bianchi delle carte geografiche del tempo, come se gli fossero insopportabili: Barrow era un Achab per il quale il bianco insopportabile non era quello di una balena, ma quello delle carte geografiche incomplete. Ma l’effetto era spesso comico, tragicomico. Una volta riuscì a ottenere un colloquio con il re degli Zuli Shaka: «È un uomo di buonsenso e molto prudente», disse di lui, il quale poco dopo con le sue bande avrebbe gettato mezza Africa nel caos più totale. Uno che ci azzeccava, insomma, come dimostrato dall’esito delle spedizioni che incoraggiò e amministrò – e alle quali non avrebbe mai partecipato in prima persona. Era un tipo piuttosto sui generis:

Barrow studiò matematica e astronomia con un misterioso “saggio”, si impiegò come contabile in una fonderia locale, trascorse un’estate a caccia di balene al largo di Spitsbergen, lavorò come assistente del regio astronomo di Greenwich, e infine, a vent’anni, divenne il tutore di un bambino prodigio, che parlava cinque lingue e dal quale Barrow apprese i rudimenti del cinese scritto e parlato.

“Secondo segretario” dell’Ammiraglio, lo scorbutico e maligno John Barrow seppe sfruttare la sua capacità di stare ogni volta dalle parti e dalla parte del potere, ma sempre in ombra, in posizioni mai conflittuali né troppo servili, in un equilibrio che gli permise, in sostanza, di realizzare tutti i suoi propositi di esplorazione geografica, compresi i più strambi: «Barrow era invariabilmente nel torto. Quando aveva un’opinione geografica, in genere era sbagliata, e quando non ne aveva se ne formava una a partire da congetture altrui, a patto che fossero deliranti». Per di più, seppe sfruttare un momento in cui la Gran Bretagna aveva una flotta navale immensa ma, in quel raro tempo di pace dopo le guerre napoleoniche, perlopiù inutilizzata. Quale migliore situazione per dare sfogo alle proprie fantasie e velleità geografiche e mandare a morire di febbre gialla o assideramento alcuni fra i migliori scienziati ed esploratori del tempo? Tanto per intenderci: quando nel 1838 Barrow e la sua cricca rivolsero per la prima volta la loro attenzione verso il Polo Sud, ancora non si era neanche definitivamente sicuri che il Polo Sud esistesse.

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Non mancano passaggi in cui il romanticismo spinto di quella epopea rasentava il surrealismo, con immagini di forte – e a volte straniante – potenza evocativa. Per esempio, in una delle spedizioni artiche raccontate, per ingannare l’attesa dello scioglimento dei ghiacci il comandante Parry organizzò un carnevale a bordo:

Per i lunghi mesi invernali gruppi di personaggi improbabili batterono i ponti improvvisando quadriglie, valzer e varie altre danze. C’erano scozzesi, odalische, spazzacamini, straccioni, scemi di paese, muratori di città, principesse orientali e gagà parigini. Nelle viscere dell’Artide, gli ufficiali di Parry volteggiavano in costume, neanche fossero a un ballo veneziano.

E, come quegli esploratori incontravano questa o quell’altra stranezza naturale, fra le pagine di questo libro s’incontrano passaggi simili:

Alle dieci del mattino, McCormick “nota una specie di pulviscolo nevoso scendere dalla sommità di una vetta a forma di cratere… Quando ci siamo avvicinati, tuttavia, il pulviscolo si è rivelato una densa colonna di fumo, squarciata da lampi di fiamme rosse”. Alla fine del mondo, in mezzo al ghiaccio e alla neve, hanno trovato un vulcano attivo. Nulla, ma proprio nulla, avrebbe potuto essere più stupefacente.

I protagonisti di queste vicende riuscivano a vivere avventure fuori dal normale anche da morti: per esempio, William Edward Parry, uno dei più importanti fra i ragazzi di Barrow, «fu seppellito nel cimitero di Greenwich, e successivamente sbriciolato da una bomba tedesca durante la seconda guerra mondiale. Il suo nome però vive ancora, dal momento che lo portano un arcipelago, quattro isole, cinque promontori, una montagna, un cratere sulla Luna, una razza di canguri e un gatto della letteratura».

Stephen Pearce, 1851. L'Arctic Council britannico discute della spedizione di salvataggio di Sir John Franklin.

Stephen Pearce, 1851. L’Arctic Council britannico discute della spedizione di salvataggio di Sir John Franklin.

Ma la lettura de I ragazzi di Barrow qualche piccolo dilemma lo pone. Prendiamone in considerazione due. Il primo, riguarda il fatto che, se da una parte leggiamo di tragedie di tutti i tipi (morti atroci, disastri…), dall’altra si ride di continuo. Sì, perché Fleming ci fa digerire questa sfilza di sacrifici in nome dell’ignoto grazie a un tono che a volte fa pensare di guardare le comiche. E la traduzione frizzante di Matteo Codignola sa assecondare questo tono (anche attraverso alcuni settentrionalismi: cadrega, balenghe…).

Il secondo dilemma da lettore è quello delle conseguenze storiche di queste spedizioni. Ovvero: c’è del bipolarismo nell’avere nella stessa libreria e amare allo stesso modo I ragazzi di Barrow e, per esempio, I dannati della terra di Frantz Fanon? Le imprese britanniche non erano politicamente innocenti. Consapevolmente o meno, erano i prodromi di un certo colonialismo, e la continuità fra le esplorazioni e molta violenza politica successiva è purtroppo evidente, almeno a posteriori. I viaggi raccontati da Fleming non erano separabili dagli interessi commerciali e dalla volontà di protezione ed espansione del dominio britannico di allora. Del resto, quelli erano ancora tempi in cui scoprire una terra significava dichiararla propria. Scrisse un esploratore francese: «In ossequio all’usanza venerabile osservata con tanto scrupolo dagli inglesi, ne abbiamo preso possesso in nome della Francia». Per tentare di sciogliere questi dilemmi, o quantomeno proteggersene, conviene forse – almeno provvisoriamente – conservare la propria fascinazione per le epopee degli esploratori concentrandosi sulle profondità esistenziali che li spingevano verso l’ignoto, che, al contrario del passaggio riportato in apertura, interessava proprio in quanto ignoto.

Uno di quegli esploratori, commentando una spedizione di alcuni suoi colleghi, scrisse in una lettera: «L’impresa valeva tutte quelle sofferenze?» In effetti, leggendo questo libro ogni tanto viene da chiederselo. Barrow «per trent’anni buoni aveva giocato il suo solitario con l’Artide, buttando all’aria interi pezzi di geografia, rimettendoli in ordine a suo modo, e scartando le scoperte che non rientravano nei suoi piani». Ma va detto: un’epopea esploratoria di questo tipo non ha avuto eguali almeno fino alla corsa allo spazio di Stati Uniti e Unione Sovietica.

Il bilancio delle spedizioni volute o incoraggiate da Barrow è piuttosto disastroso, ma è anche vero che a lui va il merito di aver messo in moto una serie di avvenimenti e stimoli immaginativi che avrebbero reso il mondo più piccolo e meno ignoto, con tutti i pro e contro del caso. «A cavallo del mondo! Ecco il vero movente delle spedizioni di Barrow, e di tutti quelli venuti dopo di lui. Non fare il giro del mondo – era stato già fatto. E neanche capirne i misteri – quello toccava ad altri. Ma solo saltargli in groppa. E Barrow aveva permesso a tutti i suoi ragazzi di farlo». E a noi con loro.

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