Milleuna

Claude Lévi-Strauss, Lettere ai genitori

È in libreria il volume che raccoglie le lettere che il grande antropologo Claude Lévi-Strauss (1908-2009) scrisse ai suoi genitori fra il 1931 e il 1942, fra quotidianità, guerra, fuga dalla persecuzione razziale e formazione intellettuale.

Lévi-Strauss Lettere ai genitori

La madre di Claude Lévi-Strauss, Emma Levy, custodì con cura tutte le lettere che lei e suo marito Raymond ricevettero dal figlio fra il 1931 e il 1942. Eccole raccolte in Lettere ai genitori, pubblicato in Francia nel 2015 e ora da noi dal Saggiatore, a cura della moglie Monique Lévi-Strauss e nella traduzione di Massimo Fumagalli.

Il volume si apre con una serie di fotografie della famiglia Lévi-Strauss e di Claude da piccolo. Le immagini fanno subito pensare al mondo della Recherche di Proust, cattedrale narrativa che del resto ebbe un’importanza decisamente centrale nello stile autoriale dell’antropologo (che un romanzo à la Proust iniziò anche a scriverlo!), nella sua visione del mondo e nella sua attitudine esistenziale di fronte ai sentimenti che attraversano il suo pensiero e i suoi scritti. Peraltro non ci stupiremo allora se, nella lettera dalla caserma del primo novembre 1931, Claude racconta cosa ha avuto la domenica per dessert alla fine del pranzo: una madeleine, ovvio.

In due di quelle fotografie vediamo l’appartamento di New York dove Lévi-Strauss visse all’inizio degli anni Quaranta. Scorgiamo appese alle pareti tre mappe, una del Nord America e dell’America centrale, una del Sudamerica latina e una che non sono riuscito a identificare, neanche con la lente d’ingrandimento presa a prestito dal mio, di padre.

Il padre di Claude, Raymond, era un pittore, un ritrattista. Nel portfolio fotografico all’inizio di questo volume troviamo anche un ritratto di Claude bambino ad opera proprio del padre. Allo stesso modo, queste lettere, scritte e spedite con tale frequenza da apparire quasi un diario, finiscono per costituire anch’esse un diario del loro autore. E allora è bello pensare che queste lettere ai genitori siano il modo in cui Claude Lévi-Strauss ha ricambiato affettuosamente quel ritratto dipinto dal padre.

A lui, che cercava di prendere confidenza con il nuovo e nemico mezzo fotografico (la nuova concorrenza), Claude scrive: «A me sembra che la fotografia abbia per missione di presentare alcuni aspetti che l’occhio non è normalmente in grado di cogliere; in tutto ciò è racchiuso tutto il segreto della fotografia di Man Ray – e cosa c’è di più “documentario”? Ci ho riflettuto e ti farò sulla fotografia tutta una teoria filosofica». Sempre a proposito di foto, qualche anno dopo avrebbe scritto al padre: «Manca l’illusione del naturale, e allora avrei preferito il rigore scientifico». Lévi-Strauss si stava riferendo alla fotografia, certo (e del resto le sue foto dall’Amazzonia, scattate vari anni dopo quella lettera, sono di grande pregio), ma viene da pensare che stesse più o meno consapevolmente plasmando anche quella che poi diverrà la sua idea di etnografia, di osservazione sul campo.

Il volume è composto da 217 lettere inviate ai genitori fra il 1931 e il 1942, da Strasburgo, Parigi, Mont-de-Marsan, Marsiglia, Spagna, Martinica, Porto Rico e New York. Lévi-Strauss scriveva ai genitori quasi tutti i giorni, o almeno un giorno su due. Lo faceva per raccontare nei minimi dettagli lo svolgersi della sua quotidianità, dai pasti e ricette alla gestione domestica spicciola (con la sua padrona di casa che, per esempio, dettava come «unica condizione: non portarvi delle “signorine”»), dall’andamento della sua leva prima e del lavoro a scuola poi fino alla militanza socialista, dalle brevi riflessioni sulle questioni di attualità al racconto delle sue scampagnate, e così via. Al di là dello stupore per l’efficienza del servizio postale francese dell’epoca, quello che fa Lévi-Strauss in queste lettere giovanili corrisponde più o meno a quanto avviene oggi ad alcuni di noi, coinvolti – talvolta incastrati – in gruppi WhatsApp di famiglia. Del resto sono strutture elementari della parentela anche quelle.

Curioso e paradossale quello che un venticinquenne Claude scrive ai genitori mentre viaggia per Strasburgo, dove dovrà fare il servizio militare: «Il viaggio è andato benissimo, con un po’ di malinconia all’inizio, ma passa in fretta quando si guarda scorrere il paesaggio». È divertente – ma non solo – pensare a questo piccolo pensiero di Lévi-Strauss sulla “malinconia del viaggio” se ripensiamo, ad esempio, a quello che, circa venti anni dopo, scriverà in Tristi Tropici, dopo quel folgorante incipit in cui confessa senza mezze misure di odiare i viaggi e gli esploratori.

Mancano da queste lettere notizie sul periodo che fra il 1935 e il 1939 che Lévi-Strauss trascorse in Brasile, sia all’università di San Paolo – dove, insieme a lui, insegnano anche Fernand Braudel e altri – sia in Amazzonia, dove svolse il lavoro etnografico alla base delle sue teorie e opere. Ma, del resto, di quelle esperienze Lévi-Strauss parlerà diffusamente nei suoi libri, ed è un bene che queste lettere ci offrano uno sguardo su altri aspetti della sua vita, indissociabile dal merito della sua produzione scientifica.

Fra gli altri aspetti, emerge il Lévi-Strauss lettore di narrativa, amante, come molti altri scienziati sociali, dei gialli, fra cui quelli di Simenon («piacevole ma mediocre»), Agatha Christie e altri. Ma non solo gialli; nel novembre del 1932, Lévi-Strauss scrive infatti: «Denoël e Steele mi hanno inviato il loro ultimo libro, che fa tanto parlare di sé: Viaggio al termine della notte di Céline. È un enorme romanzo di seicento pagine fitte fitte». Due giorni dopo: «Stiamo leggendo Viaggio al termine della notte. È un capolavoro e ne siamo entusiasti». Ancora due giorni dopo: «Ho finito Viaggio al termine della notte. È lungo ma straordinario. Ve lo manderò». Al di là dell’emozione dell’idea di Lévi-Strauss che si entusiasma così tanto a leggere il capolavoro di Céline, viene da chiedersi cosa avrebbe pensato qualche anno dopo nel sapere dei rigurgiti antisemiti dello scrittore, lui che dell’antisemitismo ne farà le spese in prima persona.

Già, l’antisemitismo. Nel 1940 a Lévi-Strauss viene revocato il suo posto da insegnante, perché ebreo (le leggi razziali francesi erano state promulgate nell’ottobre di quell’anno). Grazie al sostegno di un altro grande antropologo francese, Alfred Métraux, e di Robert Lowie, Lévi-Strauss viene inserito nel programma di salvataggio degli studiosi europei promosso dalla fondazione Rockfeller, che gli procura un invito alla New School for Social Research di New York. Di quel viaggio si racconta nel secondo capitolo di Tristi Tropici, «In navigazione». Nella «Capitaine-Paul-Lemerle», la nave che lo porterà negli Stati Uniti, insieme all’antropologo viaggiano anche André Breton e Victor Serge. Chissà quali conversazioni.

Gli avvenimenti che hanno portato Lévi-Strauss a dover scappare dall’Europa, nel 1941, traspaiono gradualmente dalle sue lettere: «Ricevuta una lunga e interessante lettera da parte di Déat: sostiene che Hitler ha fatto il pieno in Germania. Ricevuti anche Kant e le buste per i biglietti da visita, di cui vi ringrazio».

Le lettere inviate dopo il trasferimento negli Stati Uniti si fanno più di dense di notizie “gustose” agli occhi dei lettori dell’antropologo, e nella seconda parte del volume a emergere è anche il percorso parallelo della carriera di Lévi-Strauss e il suo pensiero rispetto a quanto stava accadendo in quell’Europa da cui era dovuto fuggire, per scampare alla persecuzione politica e razziale. È peraltro la stessa sorte di un grande antropologo italiano, che dovette riparare in Brasile: Tullio Seppilli, scomparso pochi mesi fa.

Lévi-Strauss era molto vicino, sia umanamente che per la sua formazione, a studiosi e studiose di primissimo piano per la storia delle scienze europee e che gravitavano attorno al Musée de l’Homme di Parigi, uno dei luoghi in cui nacque l’antropologia moderna. Ma, con l’arrivo della guerra e dei totalitarismi, il gruppo di studiosi del museo divenne anche un gruppo di resistenza ai nazisti: gruppo di resistenza conosciuto come Rete del Musée de l’Homme. Di loro scrive Lévi-Strauss ai genitori: «Ho ricevuto da Parigi alcune notizie alquanto tristi: diversi membri del Museo sono tragicamente scomparsi».

E, a proposito di Marcel Mauss (la celebre introduzione alle sue opere è proprio a firma di Lévi-Strauss), scrive: «Non so se avete ricevuto la lettera nella quale vi chiedevo di scrivere una cartolina a Marcel Mauss per dargli mie notizie, e di chiedergli se non desidera forse che io mi muova in suo favore. Tutti si interessano alla sua sorte».

La vita negli Stati Uniti procede moderatamente bene, e Lévi-Strauss si concede anche qualche svago, per esempio un insospettato ruolo in un coro a quattro voci: «Era da molto che non cantavo più, ma la forma non è andata del tutto perduta e come tenore mi difendo ancora».

Dal punto di vista professionale, le difficoltà d’inserimento nei circoli accademici statunitensi non mancano, ma neanche le soddisfazioni: «Mercoledì prossimo sono a Yale per tenere una conferenza, sfortunatamente non pagata, ma alla quale assisterà Malinowski. Si tratta dunque per me di un avvenimento importante. Ho fatto la conoscenza di Malinowski al congresso di sociologia che si è appena tenuto a New York. È anziano, gentile, parla egregiamente il francese e non si trova bene negli Stati Uniti». E i suoi lavori vengono progressivamente riconosciuti da figure di spicco dell’antropologia statunitense: «Ho ricevuto una lunga lettera di [Robert] Lowie, il quale ha eseguito di persona la correzione dell’articolo! Ne sono commosso e confuso». L’aneddoto raccontato ai genitori è ancora più emozionante se teniamo conto del fatto che fu proprio grazie alla lettura di Primitive Society (1920) di Robert H. Lowie che Lévi-Strauss venne fulminato sulla via dell’antropologia.

Eppure, il suo pensiero andava spesso a quello che stava succedendo in Europa: «Fa un’impressione sorprendente il fatto di ritrovare il lusso e l’abbondanza, ma sento una stretta al cuore quando penso alla Francia e a voi», «L’abbondanza che regna qui mi stringe il cuore se penso alla Francia come l’ho lasciata e come dev’essere adesso». Oppure: «Alle volte mi chiedo se l’incubo che stiamo vivendo tutti e che voi subite sia reale». Queste lettere danno un contributo importante alla comprensione del fatto che no, non era un incubo, e che sì, era tutto reale: è tutto reale.

Lévi-Strauss Lettere ai genitori

 

 

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