Segnalazioni

Lettera a un amico antisionista, di Pierluigi Battista

di Nicola Perugini

Difficile recensire un libro (Lettera a un amico antisionista, di Pierluigi Battista, Rizzoli, Bologna, 2011) che si pone domande e si dà risposte da solo, un libro il cui autore pretende di conoscere, saper riassumere e rappresentare gli argomenti con cui descrivere, confutare, riarrangiare e ritessere quelle stesse posizioni che intende attaccare. Difficile anche recensire un libro-bricolage di impianto messianico che raramente cita le fonti (a parte qualche “illuminato” maestro) di questo laborioso lavoro di impastatura di (copio l’autore) un «non ebreo, appassionato filosionista» il cui obiettivo è quello di mostrare la «sottile frontiera tra antisionismo e antisemitismo». Per carità, ancora oggi sono vive forme perniciose di antisemitismo che utilizzano tatticamente e retoricamente l’antisionismo; ma di queste in realtà l’autore non ne parla in maniera approfondita, anzi, i neonazisti mascherati da antisionisti sembrano sfuggirgli. Difficile, infine, leggere un libro che si pone sin dall’inizio –sin dal suo titolo– in una postura redentista: «amico malato, ti libererò dal Male» (e il tema del Male, soprattutto del Male necessario, impregna le pagine del testo). Non resta che riprenderne alcuni passaggi e smascherare i “trucchi” strutturali dell’impalcatura anti-antisionista di Battista.

Fiamma Nirenstein –parlamentare responsabile dei rapporti con Israele di un governo con componenti post-fasciste e neofasciste, nonché colona e proprietaria di una casa nei territori palestinesi occupati (a Gilo, che l’ONU ancora oggi considera come colonia illegale)– è colei che Battista riconosce come la propria guida spirituale dentro “l’epopea sionista e israeliana”.

Fiamma è l’amica-colona che gli avrebbe insegnato molto di quello che poi avrebbe poi scritto nel libro: che Sergio Romano non fa altro che prendere cantonate; che Saramago e Tahar Ben Jelloun sono affetti dal “morbo della dismisura”; che l’antisionismo è una forma di “trattamento speciale” che i nuovi antisemiti stanno riservando ad Israele in quanto “entità ebraica”; che l’antisionismo è una forma di filomediorientalismo che attacca Israele, quando in realtà Israele è una patria accogliente che ha integrato tutti i suoi ebrei allo stesso modo (forse a Battista sfugge la consistente letteratura sul processo di integrazione differenziale che l’establishment aschenazita ha riservato agli ebrei orientali e africani, vedi Ella Shohat, Smadar Lavie o altri autori ebrei orientali), mentre i paesi arabi non hanno saputo accogliere i fratelli profughi palestinesi (sul secondo punto sono in molti i palestinesi, gli arabi e gli antisionisti che ne hanno scritto, senza tuttavia celebrare il presunto modello Israele per una strana legge del contrappasso); che i massacri compiuti dall’esercito israeliano non sono sottoponibili a nessun criterio di valutazione perché “lo Stato è costantemente minacciato”.

Uno degli assunti principali delle oltre cento pagine di Lettera ad un amico antisionista è che la fallacia degli argomenti antisionisti poggi su una visione antisemita di fondo: gli antisionisti non avrebbero mai saputo e non sanno mai distinguere tra governi e Stato di Israele. Ogni riflessione di carattere strutturale –come se i governi e la configurazione dello Stato fossero completamente slegati– è per Battista una “critica allo Stato degli ebrei”. Peccato che poi sia proprio lo stesso Battista ad assumere progressivamente all’interno di tutto il libro lo stesso argomento che contesta: Israele tout court, il paese e lo Stato, è una «democrazia che si interroga incessantemente su di sé, al limite dell’autolesionismo»; dopo Sabra e Chatila «tutto venne messo in discussione, nulla venne nascosto», tanto che Ariel Sharon è stato premiato con una notevole carriera politica da macellaio nei decenni successivi; oppure, «nello Stato di Israele, le università sono covi di dissenso rispetto alle politiche dei governi», tanto che sono gli stessi intellettuali israeliani (Battista dirà: “gli oltranzisti”), alcune centinaia tra loro, ad aver costantemente denunciato i legami strutturali tra mondo universitario, occupazione e politiche di repressione dei palestinesi (solo per portare un esempio molto recente, è un certo Asa Kasher, filosofo dell’Università di Tel Aviv e consulente di punta dell’esercito, ad aver teorizzato che è necessario innalzare il rapporto tra civili palestinesi da uccidere e soldati israeliani sacrificabili nelle operazioni di “guerra al terrore”); insomma, uno Stato modello, dice Battista, un fenomeno “atipico, raro, per niente ovvio e diffuso nella storia umana, una democrazia militarizzata” di tutto rispetto.

Tutto questo viene costantemente condito dall’autore con un negazionismo e uno storicismo di altri tempi: 1400 vittime di Gaza sono state un male necessario, perché in fondo occorre accettare il «male di chi ha avuto ragione nella storia», come è stato fatto con Churchill e la teoria della massimizzazione dei costi civili nei bombardamenti di Dresda; il massacro di Jenin (2002) non è stato un massacro (un “massacro mai avvenuto”, nonostante il suo riconoscimento da parte della comunità internazionale); i palestinesi dovrebbero fare autocritica delle loro sconfitta e imparare da Edward Said –preso in prestito per un istante e poi bollato come “antiebraico” incallito, tanto antiebraico da chiedere una riconciliazione a partire dal riconoscimento delle tragedie comuni e da fondare insieme all’ebreo-israeliano Daniel Barenboim (un altro pericoloso oltranzista) un conservatorio e un’orchestra mista di musicisti arabi e israeliani (ovviamente questa era una tattica in vista di una reconquista); le critiche di Hannah Arendt al processo Eichmann vengono liquidate come “luoghi comuni”, perché in fondo Israele rappresenterebbe tutto l’ebraismo mondiale (la letteratura che critica e smentisce questo assunto è smisurata, ma non se ne trova traccia nel testo).

Il nazionalismo viene assunto da Battista come bene della storia costellato di errori tollerabili, e quindi i massacri di Deir Yassin e lo spopolamento di centinaia di villaggi palestinesi nel 1948 e 1949 (che Battista non riconosce, nonostante Morris, Pappe e altri autori da lui stesso citati) sarebbero una “macchia perdonabile”, tutto argomentato in un crescendo giustificazionista che raggiunge il suo apice quando Battista fonde memoria delle persecuzioni e la vittoria militare del 1967, che egli definisce “la Gerusalemme liberata”, alla Tasso, o il momento del “mai più”, esprimendo la propria commozione al pensiero di Moshe Dayan a sua volta commosso di fronte al Muro del Pianto.

Nonostante l’autore riconosca e utilizzi il termine Insediamento e Colonia, non accetta che nel caso israeliano si possa parlare di colonialismo e di progetto coloniale. Battista sostiene la tesi bizzarra secondo cui non è possibile comparare il sionismo con altre forme di colonialismo, perché il sionismo è un progetto con una forte dose di incertezza e contraddizione interna (come se i progetti coloniali europei fossero stati progetti lineari, Italia docet). Tutto questo arsenale di antinomie dialettiche dell’autore non riesce a spiegare e non vuole vedere il nesso singolare tra sionismo, progetto nazionale e colonialismo israeliano. Non riesce a spiegare come un progetto coloniale e di costruzione di uno stato-nazione i cui esecutori agiscono come settlers che si insediano e conquistano nuovo territorio, porti in sé –più o meno consciamente– l’idea che l’indigeno vada sradicato e sostituito. Questo impedisce all’autore di pensare che l’antisionismo e la decolonizzazione non siano banalmente pensieri che «considerano un torto l’esistenza di Israele», e che il pensiero antisionista e delle decolonizzazione siano un tentativo di fuoriuscire dalla logica di due stati-nazione –non per quella che Battista definisce “l’allergia al numero due”, ma per il mero desiderio di un ritorno all’uguaglianza, a prescindere da stati e nazioni.

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