Asylum / Interviste / Le immagini in questione

Le valigie digitali

Un dialogo a due voci tra Tommaso Sbriccoli (Antropologo, membro dell’Associazione VersoLab) e Stefano Jacoviello (semiologo dell’Università di Siena) sulla mostra “Le valigie digitali” che espone foto, selfie, audio e video custoditi nella memoria degli smartphone e delle schede sim. Il Progetto ha attinto alle valigie digitali dei richiedenti asilo e rifugiati che vi hanno preso parte, provenienti da Pakistan, Nigeria e Ghana, al fine di sviluppare in modo collaborativo una nuova prospettiva sulle loro storie attraverso il lavoro artistico. 

Agbor – Saturday (dalla valigia digitale di Saturday, rifugiato di origine nigeriana).

Tommaso Sbriccoli: Quando oggi un migrante parte, spesso tutto ciò che porta con sé, come soldi, documenti o oggetti, gli viene sottratto lungo il viaggio. L’unica cosa che può trasportare senza rischio sono le memorie, che sono fatte di racconti, di ricordi, di musica: immagini che sono impresse nel cervello e rimangono senza supporto, ma vivono solo nel momento in cui vengono scambiate con altre persone, durante il viaggio o alla fine di esso.

Le tecnologie digitali offrono per la prima volta, con tutta la loro volatilità, un supporto a queste memorie. La possibilità di essere ripescate. E non a caso le funzioni dei social network permettono di inserire tali memorie nel cloud, ovvero in uno spazio da cui si può attingere, ripetutamente e reiteratamente. E questo può farlo non solo il singolo, ma tutti, montando le memorie proprie con quelle altrui. Abbiamo messo al centro del lavoro delle Valigie Digitali proprio questo montaggio collettivo di memorie conservate in uno spazio digitale.

Stefano Jacoviello: In questo contesto, lo scopo del montaggio è a mio avviso quello di produrre, rispetto agli elementi montati, un senso terzo, che inneschi una funzione testimoniale al di sopra del valore dei singoli elementi. In questo caso, dunque, l’obiettivo del montaggio è quello di produrre un soggetto dell’esperienza estetica che diventi un testimone. La finalità è quella di “engagé le public”, ovvero tentare di coinvolgere singolarmente ogni spettatore, rendendo ciascuno partecipe dell’esperienza e della memoria del migrante. Cosi facendo, l’operazione assume anche un valore politico.

T. S.: Secondo te, il modo di lavorare che abbiamo cercato di mettere in atto, lungo quali direzioni e processi riesce a discostarsi e ad essere anche una critica (sempre che davvero ci riesca) delle modalità standard di rappresentazione dell’altro, e in particolar modo del migrante?

S. J.: La rappresentazione del migrante di solito rispecchia i formati in cui i media la inseriscono. Ci si trova necessariamente di fronte ad una cornice che organizza i suoi contenuti in modo che siano diretti a uno spettatore che è portato a interpretarli in modo pressoché univoco. Le vicende dei migranti vengono rese omogenee attraverso la loro narrazione: in questo modo si aboliscono le differenze e si impedisce la discussione.

Il tentativo di una operazione artistica come questa è quello di aprire lo spazio tra i singoli oggetti, racconti e documenti, e di farlo declinandoli in differenti campi artistici.

Nel caso del suono, la canzone può essere considerata uno di quegli oggetti della memoria che, come si diceva, i migranti portano con sé, soprattutto perché permette di arredare uno spazio estraneo e di renderlo familiare anche nella solitudine e nella lontananza. Le canzoni hanno sempre avuto una funzione fondamentale nelle vite dei migranti, anche italiani.

Solo che qui si fa un lavoro diverso. Non si raccolgono le canzoni, piuttosto si toglie loro in qualche modo la funzione che solitamente ricoprono. La costruzione dei racconti sonori di fatto è fondamentalmente anti-musicale. Questo perché le logiche musicali tendono a fissare una grammatica del tempo che mette in ordine i suoni rispetto alla posizione temporale di un ascoltatore. Giulio Aldinucci invece lavora con i suoni concreti, ognuno dei quali porta con sé l’impronta della temporalità da cui proviene. Con i montaggi di Aldinucci l’ascoltatore diventa quindi il collettore di queste diverse temporalità e gli si impone la presenza nei diversi istanti e il compito di districarsi nella coalescenza di tutti questi tempi presenti. Il presente è il tempo dell’azione, e all’azione l’ascoltatore è chiamato, pur essendo il suo ruolo, apparentemente, il più passivo che possa pensarsi. Basta ascoltare per esserci e, una volta che ci si è stati, è impossibile dimenticare. Da lì in poi si può solo raccontare.

[Il racconto sonoro di Giulio Aldinucci utilizza estratti audio dal video del salvataggio di Alì, rifugiato di origini pakistane, le canzoni che Alì ha scelto, estratti audio dal video della sua recita scolastica caricato su youtube e brani registrati delle conversazioni avute con lui]

T. S.: Proprio per come il progetto è stato pensato, abbiamo cercato di coinvolgere direttamente e il più possibile le persone con cui abbiamo lavorato, ovvero richiedenti asilo e rifugiati. Ciò perché, inevitabilmente, i materiali su cui intendevamo lavorare si trovavano nei loro telefoni, nelle loro pagine Facebook o nella loro memoria, come tracce di un passato che poi, attraverso il cloud, era potenzialmente possibile rimaterializzare in un “oggetto” pronto a essere montato, come si diceva prima. D’altro lato, questo coinvolgimento è servito per poter far parlare questi materiali secondo la visione dei loro proprietari. I montaggi che sono esposti sono il frutto di narrazioni condivise e di scelte compiute sia dagli artisti, che dai “proprietari” delle valigie. Secondo te, questa partecipazione attiva e questa condivisione si percepiscono, e se sì quanto e in che modo, nella parte visuale di questa mostra?

El-Gatrun – aguzzino del carcere (dalla valigia digitale di Saturday, rifugiato di origine nigeriana).

S. J.: Dal mio punto di vista la partecipazione del migrante non è necessaria, anche se di certo si percepisce soprattutto nella raccolta dei materiali. Questo per una serie di ragioni intrinseche al montaggio in sé delle immagini, che è sufficiente nel produrre un senso complesso dei materiali.

Penso al lavoro fatto da Daniela Neri all’incrocio tra mappe e fotografie, sia nelle mappe fatte di fotografie, sia nell’utilizzo delle immagini satellitari. Questo procedimento riprende il meccanismo del suono in qualche modo, con un aspetto in più: l’identità del soggetto che emerge attraverso le trasformazioni del suo volto.

Il montaggio delle immagini satellitari con le foto che mostrano i personaggi e gli incontri avvenuti durante il viaggio serve a inserire i singoli ricordi nella logica di uno spostamento che affonda i piedi nel terreno dei diversi paesi attraversati. Non sono mappe astratte – segni prodotti per ratio difficilis, come direbbe Umberto Eco – ovvero mappe che non hanno alcuna relazione di necessità con il territorio che descrivono, ma sono invece impronte visive della terra. E sono viste da un punto così lontano da tutto e da tutti che ad esso non può corrispondere alcun osservatore. Attraverso il montaggio del ricordo del singolo con la mappa e attraverso un punto di vista che è quello generico per eccellenza, il risultato è la sospensione dell’istanza del giudizio. Questo tipo di operazione lascia il processo aperto all’intervento di chi osserva le immagini, interpreta le vicende che raccontano e alla fine è libero di pronunciare una sanzione, in un qualsiasi senso.

Sempre nel lavoro della Neri, il tempo evocato dal montaggio visivo è quello del pericolo, della fatica, della fuga, della salvezza, della rinascita. E in questo tempo il ritratto del migrante emerge come un volto con cui lo spettatore è obbligato a fare i conti: deve rispondere a un’interpellazione.

Quest’ultima è un dispositivo che cela il segreto magico dell’immagine. Il migrante guardandoci chiede a noi gli occhi per poter essere visibile, e quindi anche per potersi guardare. Di fatto, dal nostro sguardo dipende la sua esistenza. Quelli che non cadono sotto i nostri occhi infatti sono coloro che affogano, o quelli che sono costretti alla clandestinità vera e propria, che è una forma di autocancellazione.

Mediterraneo – prigioniero (dalla valigia digitale di Saturday, rifugiato di origine nigeriana).

T. S.: L’aspetto più interessante per me nel lavorare a questo progetto è stato rendermi conto di quanto ragionare sul proprio sé attraverso gli oggetti della memoria, e farlo poi collettivamente, riesca ad aprire uno spazio terzo in cui l’identità alla fine appare per quello che è: il tentativo continuo e che mai può essere solitario e individuale di dare un senso al nostro stare assieme. Da questo prospettiva, la cosa più affascinante è che a mio avviso il pubblico, gli artisti e le persone sui cui materiali si è lavorato si trovano ora di fronte a questi montaggi nella stessa posizione: uno spazio di apertura dove appare chiaro che le scelte interpretative che compiamo sono nostra totale responsabilità.

S. J.: Il lavoro delle Valigie Digitali non è altro che un grande e complesso dispositivo di autenticazione, che serve non tanto alla salvezza dei migranti e alla celebrazione o la salvaguardia della loro memoria, quanto ai suoi spettatori. Questi sono invitati a caricarsi della memoria dei migranti e saldare il debito con la loro sofferenza, incrociando il tempo delle loro vite con le durate dei loro dolori.

Ritratto di Mohammed, dalla sua valigia digitale (foto di Daniela Neri).

 

Le Valigie Digitali, a cura dell’Associazione Verso Laboratorio Interculturale per il festival Siena Città Aperta, è visitabile fino al 30 marzo 2018 presso il Santa Chiara Lab dell’Università di Siena (via di Valdimontone 1).

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