Sismografie

Le trame del terremoto di Casamicciola (Ischia)

Storia e mito, scienza e urbanistica, letteratura e antropologia di un sisma da capire.

A pochi giorni dalle ultime scosse in Molise e a un anno esatto dal terremoto che ha colpito Ischia e che forse pochi ricordano, pubblichiamo il reportage storico-antropologico di Giovanni Gugg che restituisce un quadro critico delle questioni emerse e spesso puntualmente ignorate.

Foto di Michele Amoruso tratta dal reportage “Ischia, 21 agosto 2017: il terremoto e la fuga dall’isola” pubblicato su Lo Stato delle Cose

1.Un drago chiamato Tifeo

Nella letteratura popolare ischitana si narra che sotto l’isola risieda Tifeo, un gigante dalle cento teste che, per realizzare le ambizioni di sua madre Gaia, si ribellò a Zeus, il quale, tuttavia, prevalse dopo una lotta feroce e lo confinò nel sottosuolo dell’isola di Pithecusae, che così cominciò a eruttare fuoco e ad avere le acque calde, nonché a subire scuotimenti dovuti all’irrequietezza del mostro1. Sebbene il mito di Tifeo nasca in Cilicia, il suo ricorso come figura allegorica dell’instabile geomorfologia ischitana è dovuto all’importanza dell’isola in età classica come «crocevia del mondo antico»2 e si è adattato così bene che del gigante c’è un riflesso anche in superficie, attraverso la toponomastica popolare e ufficiale che descrive i luoghi proprio in sua funzione, come ad esempio il borgo di Panza, le fumarole de La Bocca e altre località3. Nella leggenda fondativa di Ischia, Tifeo è un drago che vuole prendere il posto di Giove, ma che il padre degli dei riesce a fermare scagliandogli addosso l’isola, in modo da schiacciarlo col monte Epomeo. Intrappolato nel sottosuolo, il mostro tuttavia non è morto, per cui di tanto in tanto si dimena e sputa fuoco, il che fornisce non solo il soggetto di una narrazione popolare, ma più profondamente un quadro di senso che, di generazione in generazione di ischitani, ha permesso da un lato di sottolineare la propria appartenenza locale e, dall’altro, di esorcizzare paure e di trovare spiegazioni accessibili ad eventi ritenuti eccezionali.

Nonostante l’ultima eruzione risalga al 1302, Ischia, infatti, è insieme ai Campi Flegrei e al Vesuvio uno dei tre vulcani attivi della provincia di Napoli. Dal punto di vista geologico, la durata dei suoi cicli di alternanza tra quiescenza e fase attiva è tipicamente di 10000 anni4. Ciò comporta lunghe fasi di apparente assenza di attività, sporadicamente interrotte da sismi di bassa magnitudo localizzati a poca profondità nel settentrione dell’isola e accompagnati da diffuse manifestazioni fumaroliche e idrotermali. Si noti che, in quanto ancora attivo, il vulcano ischitano è potenzialmente in grado di eruttare in futuro, con effetti particolarmente preoccupanti a causa dell’intensa urbanizzazione che ha interessato il suo territorio nel corso del Novecento.

2. «È successa una Casamicciola»

La storia sismica dell’isola ha inizio nel 1228 e ha le tipiche caratteristiche della sismicità in aree vulcaniche, ossia terremoti di bassa energia, ma di forte intensità5. Gran parte degli eventi sismici registrati negli ultimi otto secoli ha come epicentro il versante nord del monte Epomeo, quello corrispondente ai comuni di Casamicciola Terme e di Lacco Ameno. L’Ottocento è stato il secolo con più terremoti: nel 1828 vi furono alcune vittime e vari danni materiali a Casamicciola, lasciando per diversi decenni il ricordo di sé nella memoria collettiva, almeno fino alla catastrofica scossa del 28 luglio 1883, che fu preceduta da forti movimenti tellurici già nel 1880 e 1881. Il terremoto del 1883, il primo dell’Italia unita e il più intenso mai registrato a Ischia, è anche il più ampiamente documentato sia in letteratura che nelle fonti d’archivio: causò 2.333 morti e la distruzione del patrimonio storico e ambientale di alcune aree dell’isola; i danni più ingenti si verificarono a Casamicciola e a Lacco Ameno, dove su 1.061 abitazioni censite ne rimasero in piedi solo 19 (una sola a Casamicciola)6.

I danni del terremoto a Casamicciola Terme, Ischia, 22 agosto 2017. Foto di Eliano Imperato (AFP/Getty Images) tratta da Il Post.it

All’epoca Ischia era meta di un turismo facoltoso ed internazionale, richiamato dalla presenza di stabilimenti per le cure termali e dalla salubrità del suo mare, per cui il disastro sismico ebbe un grande riverbero sulla stampa nazionale ed estera e un notevole impatto emotivo, che fece nascere un modo di dire, presto diffuso in tutto il Paese: «È successa una Casamicciola», come espressione di rovina, disordine, confusione. Quell’evento segnò la fine di un’epoca e un nuovo inizio per il turismo ischitano:

«L’origine prima [del deterioramento del rapporto tra naura e artificio], anche sul piano della caratterizzazione architettonica, risale al tempo del terremoto di Casamicciola, con cui si chiude la stagione d’oro del turismo ottocentesco e inizia a cambiare il rapporto con il paesaggio e con l’ambiente naturale e costruito», di cui sarà elemento dominante il turismo di massa novecentesco (tratto da Andrea Maglio, 2017, p. 329).

La più nota testimonianza diretta di quella catastrofe è di Benedetto Croce, all’epoca diciassettenne, unico sopravvissuto della sua famiglia al crollo della loro casa di vacanza, che racconta di quella terribile esperienza tra il “Contributo alla critica di me stesso” (1918) e le “Memorie della mia vita” (1966):

«Rinvenni a notte alta e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle […]. Verso la mattina (ma più tardi), fui cavato fuori, se ben ricordo, da due soldati e steso su una barella all’aperto. Lo stordimento della sventura domestica che mi aveva colpito, lo stato morboso del mio organismo che non pativa di alcuna malattia determinata e sembrava patir di tutte, la mancanza di chiarezza su me stesso e sulla via da percorrere, gl’incerti concetti sui fini e sul significato del vivere, e le altre congiunte ansie giovanili, mi toglievano ogni lietezza di speranza e m’inchinavano a considerarmi avvizzito prima di fiorire, vecchio prima che giovane». Il terremoto cambiò la vita di Croce sia negli affetti che nei pensieri: «Quegli anni furono i miei più dolorosi e cupi: i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio» (tratto da Benedetto Croce, 1966, p. 23).

Il terremoto di Casamicciola rappresenta la prima grave catastrofe con la quale dovette confrontarsi il governo nazionale, che promulgò con una certa premura la prima normativa antisismica in età post-unitaria. II “Regolamento Edilizio per i Comuni dell’Isola d’Ischia danneggiati dal terremoto del 28 luglio 1883” entrò in vigore il 15 settembre 1884 – con «validità a tempo indeterminato» – e indicava le prescrizioni per le nuove costruzioni (si consigliò di utilizzare il sistema “baraccato”), la definizione e delimitazione delle “zone pericolose”, le norme per i fabbricati danneggiati e pericolanti, l’istituzione della Commissione Edilizia Speciale con compiti di eseguire e far eseguire le disposizioni contenute nel Regolamento7. Tra le numerose personalità politiche e scientifiche intervenute sulla scena del disastro, un lavoro significativo fu intrapreso, sul piano politico, da Francesco Genala, Ministro dei Lavori Pubblici, e, sul piano conoscitivo, da Giulio Grablovitz, fondatore e direttore dell’Osservatorio Geodinamico di Casamicciola, giunto ad Ischia nel 1884, dove sarebbe rimasto per tutta la vita. Durante l’emergenza e nella fase della pianificazione per la ricostruzione, le scelte del ministro Genala furono determinanti: rimase sull’isola circa un mese, visitò i luoghi maggiormente danneggiati, seguì il dibattito scientifico che attribuì l’entità dei danni al modo di edificare e, come ricordato, favorì la promulgazione del Regolamento Edilizio. L’anno dopo il sisma, invece, sull’isola approdò Grablovitz, che studiò la natura geologica del territorio elaborando uno dei primi sistemi di monitoraggio di un vulcano attivo e attivandosi concretamente alla divulgazione alla popolazione dei risultati delle sue ricerche8.

3. 21 agosto 2017

Dopo 134 anni di sostanziale quiete sismica, la sera del 21 agosto 2017 un nuovo terremoto sconvolge l’isola d’Ischia, in particolare – come in tutti i sismi ottocenteschi – i comuni di Casamicciola Terme e di Lacco Ameno: una scossa di sei secondi fa crollare vecchi palazzi, lesiona irrimediabilmente decine di abitazioni, porta all’evacuazione dell’ospedale Rizzoli e alla fuga di centinaia di turisti riversati sui moli isolani per rientrare a Pozzuoli e Napoli. Soprattutto, però, sotto le rovine di edifici fatiscenti muoiono le signore Lina Balestrieri e Marilena Romanini, rimangono ferite decine di persone e tre bambini vengono salvati dalle macerie dopo 16 ore di apprensione. Il terremoto è stato di magnitudo 4, ma piuttosto superficiale: ad 1,73 km di profondità, in prossimità di piazza Majo, nella parte collinare e storica di Casamicciola. Alle 20:57 un boato scombussola il versante settentrionale di Ischia, in un ammasso di mattoni e lamiere, black-out e grida, viavai frenetico e sirene, elicotteri e unità cinofile, ma in più turisti brulicanti con trolley e a passo svelto.

Si scava tutta la notte, specie in località La Rita, dove Ciro (11 anni), Matthias (8 anni) e Pasquale (7 mesi) sono rimasti sepolti sotto la loro casa. Il loro salvataggio diventa un caso nazionale, le televisioni seguono la vicenda senza sosta, naturalmente con speranza, ma anche alla ricerca dell’eroe, quale diventa il fratello più grande che, dopo aver spinto il secondogenito con lui sotto il letto, con un manico di scopa batte a lungo contro le macerie per farsi sentire dai soccorritori, i quali riescono a trovarli solo l’indomani dopo mezzogiorno. L’immagine iconica dell’intero disastro, tuttavia, è relativa al salvataggio di Pasquale, il neonato: alle 4 di notte i vigili del fuoco lo tirano fuori dai detriti e, con un singolare gioco di luci ed ombre dovuto alle cellule fotoelettriche e con un incrocio di mani protese e sguardi tirati, Antonio Dilaurenzo scatta una fotografia che viene immediatamente paragonata ad un Caravaggio, tra dramma e speranza, fatica e miracolo, cronaca ed estetica.

Il salvataggio del piccolo Pasquale alle 4 del mattino nella foto di Antonio Dilaurenzo (Reuters) tratta da HuffingtonPost.it

Perseveranza, eroismo e commozione, però, non fermano un altro tipo di narrazione, quello dell’illegalità urbanistica, secondo cui Ischia diventa «l’isola capitale dell’abusivismo», dove un residente su due costruisce al di fuori della legge, afferma la Protezione Civile, e addirittura, aggiunge “Il Mattino” di Napoli, in certe zone come la località del salvataggio dei fratellini «il 90 per cento delle case è stato costruito abusivamente su un terreno franoso». Dell’abusivismo edilizio parlano tutti, da Legambiente all’Ordine dei Geologi, compreso Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, che – ribaltando il paradigma – accusa addirittura l’ambientalismo, che «ferma tutto da 25 anni». L’abusivismo è una categoria ampia in cui confluiscono una vasta gamma di illegalità, piccole e grandi, e che storicamente può avere cause molto diverse, per cui andrebbe analizzata con attenzione e cognizione, altrimenti rischia di avere un duplice effetto controproducente: da un lato, colpevolizzare le vittime e, dall’altro, distogliere l’attenzione dal problema più ampio in cui questo è compreso: la cementificazione – soprattutto legale – della ormai ex “Isola Verde”. L’urbanizzazione che a partire dagli anni Cinquanta del Novecento ha invaso Ischia si porta dietro certamente uno dei tassi di abusivismo edilizio più alti d’Italia, dunque d’Europa, ma anche una pressione antropica che ha congestionato lo spazio e alzato l’intensità del traffico automobilistico, che non ha un valido sistema di smaltimento dei rifiuti liquidi urbani, che spinge ai margini – sociali e geografici – coloro che non hanno la forza di stare al passo con il turbinio economico e, soprattutto, che divora terreno e relazioni come qualsiasi altra “industria” in espansione. Anche nelle zone meno ambite dell’isola, il costo di un’abitazione è ormai proibitivo, per cui, spiega Francesco Rispoli,

«l’abusivismo di necessità è stato un potente ammortizzatore sociale e uno straordinario dispositivo di costruzione di fortune elettorali (e di fortune economiche, per quanto riguarda l’abusivismo di speculazione)» (tratto da Francesco Rispoli, 2010, p. 14).

Se altrove il cambiamento – dell’immaginario e dell’uso del territorio – è stato più graduale, ad Ischia questo processo è avvenuto in maniera radicale e repentina: attraverso l’accattivante immagine di sé che è riuscita a veicolare, l’isola si è trasformata in un laboratorio di imprenditoria turistica ampia e ramificata affetta da una vera e propria “febbre” costruttiva che l’ha fatta esplodere demograficamente ed economicamente, ma non altrettanto dal punto di vista dei servizi e delle infrastrutture, per di più spesso senza pianificazione e controllo. Una certa idea di sviluppo – sfrenato e illimitato – ha smodatamente consumato suolo ed ecosistema; la mancanza di un’etica della responsabilità ha condotto ad una situazione attuale in cui specie gli ischitani più giovani rischiano di avere dinnanzi un non-futuro, se non drammi concreti, come nel 2006, quando un’intera famiglia fu spazzata via da una frana dovuta all’impermeabilizzazione dei suoli, e nel 2015, quando morì un uomo per la stessa ragione.

In merito al sisma del 2017, quel che appare evidente è un progressivo dissolvimento della memoria della catastrofe del 1883, dal momento che la gran parte dei danni osservati dall’ISPRA lascia intuire una scarsa manutenzione degli edifici costruiti in seguito al terremoto di fine Ottocento. Questi, sebbene antisismici per le conoscenze e le tecniche dell’epoca, oggi risultano molto fragili specie perché il collante dei laterizi si è deteriorato e ha scarsa tenuta. Soprattutto, però, dal punto di vista dell’ingegneria sismica gli edifici appaiono “appesantiti” da superfetazioni successive che, accostate all’esistente senza vincolarle alle strutture adiacenti, ne hanno in realtà elevato la vulnerabilità complessiva9.

A un anno di distanza, mentre persiste lo stato di emergenza decretato dal governo, gli sfollati sono oltre duemila, tutti residenti sull’isola tra seconde case e abitazioni di parenti, tranne un quarto ancora in alberghi o altre strutture ricettive chiuse; sono riuniti nel comitato “Risorgeremo nuovamente” e sono fortemente intenzionati a tornare nelle proprie abitazioni della zona rossa. Le modalità per un rientro, tuttavia, sono di là dall’essere definite e, di conseguenza, i tempi sembrano ancora piuttosto lunghi. Dopo un primo commissario all’emergenza, Giuseppe Grimaldi, nominato a fine agosto 2017, il 9 agosto 2018 il governo ha avviato un cambio di fase, incaricando un commissario per la ricostruzione, Carlo Schilardi, ex prefetto e già commissario per eventi calamitosi in altre province italiane. Gli interessati – sindaci e terremotati – hanno accolto positivamente la nuova nomina che, riporta Pasquale Raicaldo:

«rappresenta un forte segnale di ottimismo. […] Ischia deve ora lanciare un messaggio forte al mondo: la zona rossa non va abbandonata, ma resa assolutamente sicura».

4.Della perduta oggettività

Dopo il salvataggio dei fratellini e il discorso sull’abusivismo edilizio, il dibattito pubblico si è concentrato sulle polemiche scientifiche in merito al calcolo della magnitudo e alla localizzazione dell’ipocentro.

Difficoltà sulla misurazione delle magnitudo (ne esistono varie tipologie) sono emerse immediatamente, così come sull’individuazione del punto in cui si è generato il terremoto, e solo dopo quattro giorni si sono avuti dati condivisi. Nella medesima notte del sisma l’INGV ha prima fatto slittare la magnitudo da M3.6 a M4.0, poi ha rivalutato l’ipocentro da 10 km di profondità a 5 km, ma sempre localizzandolo in mezzo al mare e non sotto il centro abitato, come ha poi appurato successivamente lo stesso istituto. Ad avviare il confronto (che poi si è protratto per molti mesi) è stato il sismologo Enzo Boschi (ex presidente dell’INGV), che dopo due ore e mezza dalla scossa, su Twitter ha espresso alcuni dubbi sulla prima valutazione scientifica:

«Pur senza accesso ai dati, penso che 3.6 magnitudo del terremoto di Ischia sia una sottovalutazione. Anche la profondità è da verificare».

Durante la notte, poi, si è sviluppata una discussione piuttosto accesa con il geologo Alessandro Amato (ricercatore dell’INGV), il quale ha affermato:

«Enzo mi meraviglio di te. Dovresti sapere come funziona. Nessuna discrepanza. Stime diverse in tempi diversi. Che delusione…».

Per giorni si sono susseguite numerose dichiarazioni e interviste da parte del direttore dell’INGV, Carlo Doglioni, e della direttrice dell’Osservatorio Vesuviano, Francesca Bianco, che motivavano i dati rilasciati alla stampa, comprese le loro successive variazioni, e spiegavano le ipotesi su cui gli scienziati stavano lavorando (tra le altre: si è trattato di un terremoto di origine tettonica o vulcanica?), ma il 23 agosto, su Facebook, il vulcanologo Giuseppe Luongo (ex direttore dell’OV) ha formulato ulteriori dubbi:

«i dati sull’epicentro non giustificano gli effetti osservati a terra […], in quanto i danni sulla costa sono insignificanti rispetto a quelli della zona interna. Con tale scenario è poco verosimile che l’epicentro sia in mare. [In altre parole,] la localizzazione epicentrale ottenuta con la strumentazione sismica è in contrasto con l’epicentro dei danni. Questa differenza ritengo sia dovuta alla distribuzione delle stazioni sul continente, mentre l’epicentro è fuori rete».

Il post è stato molto rilanciato, al punto che se ne è occupato anche “Il Mattino”, il principale quotidiano napoletano, a cui il professore ha dichiarato:

«Studio l’isola di Ischia da oltre 30 anni e quel terremoto è avvenuto esattamente dove doveva accadere e dove sono sempre accaduti storicamente […]. Una delle informazioni più importanti per uno scienziato è la storia geologica di un sito, basandoci dai racconti in epoche remote possiamo ricostruirne la tettonica, la vulcanologia».

A causa di quest’errore, ha aggiunto Luongo,

«la ricerca scientifica è ferita mortalmente. [Si tratta di] un errore troppo imbarazzante, sono rimasto zitto per alcuni giorni ma non ce l’ho fatta oltre perché non vorrei far diventare storico un dato sbagliato».

Il giorno seguente, invitato da alcuni residenti di Casamicciola, Luongo ha ulteriormente specificato questa posizione in una conferenza stampa sull’isola:

«Non si poteva stare zitti, anche perché quando un dato scientifico errato diventa storico, diventa pesante: quel dato condiziona il futuro, condiziona uno sviluppo della ricerca e della conoscenza» (tratto da Giuseppe Mazzella 2017, p. 7)

senza dimenticare che la prima informazione sismografica, per quanto provvisoria, ha soprattutto la funzione d’indirizzo dei primi soccorsi, per cui un suo errore macroscopico può avere riverberi gravi e concreti. L’errore deriva da un vincolo tecnico, dal momento che la prima localizzazione di un sisma è sempre automatica perché il sistema elabora i dati provenienti dalle varie stazioni locali e, attraverso un modello basato sulla velocità delle onde sismiche, individua un epicentro ed un ipocentro. Tuttavia, se una procedura del genere funziona in Irpinia o nel Centro Italia, dove la rete di rilevatori sismici è piuttosto ramificata, altrettanto non si può dire ad Ischia e per le altre cosiddette “aree decentrate”. Ci troviamo, dunque, in una di quelle congiunture storiche evidenziate da Lorraine Daston e Peter Galison in cui «l’oggettività ha paura della soggettività»10. Nella cosiddetta “truth-to-nature era”, ossia l’epoca dal XIX al XXI secolo in cui la “truth-to-nature” è giunta al suo apice e ha assunto una dimensione metafisica, un’aspirazione a rivelare una realtà accessibile solo con difficoltà, l’idea di oggettività si è progressivamente tramutata in un concetto apparentemente assoluto quando riferito agli strumenti tecnologicamente avanzati, sebbene siano – ancora e inevitabilmente – storici e fallibili. La soggettività esplicitamente rivendicata da alcuni esponenti del dibattito non rinnega l’utilità, anzi la necessità di strumenti di rilevazione e di calcolo sempre più precisi: questi sono fondamentali per quel “viaggio nella sostanza” – un viaggio d’origine illuminista al contempo geografico, scientifico, artistico, filosofico – che Barbara Maria Stafford ha definito «la “realizzazione” della natura»11, ossia una interpretazione razionalistica del mondo esterno. Questa visione, tuttavia, si è fatta progressivamente più inerte e opaca, per cui reclamare oggi una certa soggettività intende sottolineare l’importanza irrinunciabile della mediazione, del filtro, dell’interpreatazione alla luce di specifiche letture storiche e teoriche:

«Quando la procedura è automatica – ha dichiarato Luongo – l’errore può succedere, poi però ci vuole un operatore; questi deve mettere dei vincoli, cioè le soluzioni possono essere infinite [e solo mettendo dei vincoli] le soluzioni si restringono» (tratto da Giuseppe Mazzella 2017, p. 9).

Già in occasione del terremoto del 1883 il confronto tra scienziati fu piuttosto acceso. Ne è un esempio lampante la polemica tra Luigi Palmieri e Giuseppe Mercalli. Laddove Palmieri, un’eminenza dell’epoca, era convinto che «l’isola d’Ischia [avesse] sofferto un immenso disastro, ma non un grande terremoto» (in Luigi Palmieri e Oglialoro 1884), Mercalli nella sua Memoria12 e in un’ulteriore nota ad essa successiva13, si basò sul proprio lavoro di campo per sottolineare, invece, che:

«il disastro del 28 luglio [1883], sebbene per il dinamismo e per le rovine da esso cagionate sia inferiore a molti altri terremoti italiani, è tuttavia un terremoto di grande intensità e violenza» (in Giuseppe Mercalli 1884b, p. 848, 849).

Dopo oltre un secolo, il sisma del 2017 a Casamicciola ha riaperto discussioni e confronti tra diverse sensibilità e approcci che certamente fanno costantemente parte del campo scientifico, tuttavia – al di là delle polemiche e delle differenti interpretazioni del fenomeno – è ritenuto «un terremoto da capire», un evento che, evidentemente, pone i sismologi contemporanei dinnanzi ai loro limiti strumentali, se non ad aggiustamenti teorici e a riformulazioni di scenari.

5.Immaginare ripari

Il terremoto sconvolge il tempo e lo spazio, le relazioni e gli sguardi; il terremoto dura nel tempo e mette alla prova non solo i luoghi, ma anche la comunità che li abita, ben oltre la fase di emergenza. Lo shock causa una “discontinuità sociale totale” perché accanto ai propri cari si perdono i riferimenti territoriali e i rapporti sociali: il disastro assume un carattere totalizzante che volge al disordine e allo spaesamento, per cui fa emergere la necessità di un riequilibrio, talvolta di una ridefinizione o, comunque, di un rigoverno – di sé e del gruppo. Ciò apre un tempo di crisi in cui si tenta una ricomposizione territoriale e sociale, con incertezza e attesa, ma anche con dinamismo e potenzialità: si va alla ricerca di ripari, non solo fisici – dalle macerie e dal freddo invernale – ma anche culturali, nel senso che si desidera un modo per elaborare l’accaduto e per tenere insieme passato, presente e futuro; si brama la continuità nelle rotture o, comunque, si fa ricorso ad una rete connettiva che protegga dallo sfaldamento e tenga insieme le generazioni.

Foto di Michele Amoruso tratta dal reportage “Ischia, 21 agosto 2017: il terremoto e la fuga dall’isola” pubblicato su Lo Stato delle Cose

Un primo passo è la «messa in comune del dramma»14, che da un lato attesta il carattere realmente catastrofico dell’evento e, dall’altro lato, relativizza l’esperienza dei singoli messi in rapporto a quel che hanno vissuto gli altri: l’evento, cioè, viene drammatizzato nella sua globalità, ma allo stesso tempo il dramma individuale viene relativizzato all’interno di un quadro di sventura in cui uno degli estremi è costituito dalle vittime e dai loro parenti. Ciò avviene in svariate occasioni e con diverse modalità e intensità: dagli omaggi istituzionali (il Capo dello Stato ha fatto visita agli sfollati il 29 agosto 2017) ai riti religiosi (dai funerali delle vittime alle messe speciali e alle processioni, passando per alcune manifestazioni folkloriche), dalle interviste ai mass media alla costituzione di un comitato dei terremotati, dai cortei di protesta alla riapertura di un bar tra le rovine.

Si cercano ripari per il presente e se ne ipotizzano per il futuro, a più livelli: alcuni chiedono l’istituzione di un comune unico per l’isola d’Ischia (attualmente divisa in sei comuni diversi) così da facilitare i protocolli ed evitare le ridondanze burocratiche; altri propongono la riapertura dell’Osservatorio Geofisico di Casamicciola e di riconvertirlo in un “Centro Europeo di ricerca scientifica sulla sismicità e il vulcanesimo dell’isola d’Ischia e di tutto il Mediterraneo”15; altri ancora auspicano una maggiore efficienza e integrazione delle procedure di protezione civile sull’isola, specie durante la stagione turistica.

Mettere in comune il dramma significa, dunque, narrare e immaginare; il disastro viene declinato in un discorso in cui la ricerca di ripari è una pulsione di vita, tra autodeterminazione e ri-creazione. A questo proposito, due esperienze del primo anno post-sismico casamicciolese sono particolarmente significative: il presidio di piazza Majo e un laboratorio scolastico di scrittura creativa.

La zona del Majo, epicentro di tutti i sismi ischitani dall’Ottocento ad oggi, è un’area completamente ricostruita dopo il 1883 e in cui, attualmente, gli edifici sono di nuovo sventrati o puntellati da un reticolo di pali e sostegni. Al centro della piazza, esattamente sulla superficie in cui, fino alla catastrofe ottocentesca, sorgeva la chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena16, pochi giorni dopo il sisma del 2017 è sorto un presidio di residenti che, nel corso dei mesi, si è progressivamente allargato da una semplice tenda ad una grande baracca con televisore, frigorifero, armadi, tavoli, sedie… Dell’edificio simbolo della vecchia piazza, cuore della Casamicciola storica, da 135 anni non resta che una porzione della parete della navata sinistra, riconoscibile da alcune nicchie in cui sono conservate delle statue di santi cattolici, eppure proprio su quel perimetro gli abitanti del posto hanno voluto rimettere radici, come sottolinea un editoriale di un webjournal locale:

«questa gente rimane al Majo perchè si sente smarrita, persa, perchè vuole essere ancora comunità, perchè vuole stare con Franco, con Maria che ha paura pure di se stessa, con Antoniuccio e Ciro, con Duilio e con Fenina che cucina e fa il caffè con Anna a tutte le ore».

La loro è una narrazione fisica tra le ferite del territorio, un discorso in cui i corpi fanno da ricucitura della frattura temporale; gli abitanti di piazza Majo non stanno tenendo in piedi una catapecchia, ma, al contrario, stanno ricostruendo il loro riparo identitario, un rifugio che riconnetta ieri e domani, che sia in grado di alimentare vecchie e nuove socialità.

Nel contempo, durante l’anno scolastico cominciato poche settimane dopo il sisma, gli studenti del quarto anno di due licei ischitani, sollecitati da Tommaso Ariemma, il loro docente di filosofia, hanno elaborato numerose storie ispirate alla sera della scossa. Dopo analisi in classe e confronti di stili e trame, i testi sono confluiti in una pubblicazione: “Immaginare ripari. Il terremoto a Ischia del 21 agosto in 19 racconti17. L’esperimento didattico è molto stimolante perché è anche un documento sulla rappresentazione e la percezione del disastro: degli adolescenti di 17 anni hanno elaborato e reinventato un evento che resterà per tutta la loro vita in una dimensione unica, fisso nella memoria e, forse, presente come poche altre giornate:

«[Quella sera,] una volta a letto, dormii molto profondamente, quasi come se il mio corpo avesse voluto darmi un indizio su quella che sarebbe poi stata la tranquillità che avrebbe abitato in me per il resto della mia vita» (Ester, a pagina 29);

«Sento solo il mio cuore che era ed è ancora qui, in questo insieme di mura cadute ma che rappresentano il mio nido, il mio posto, il mio rifugio» (Rossella, a pagina 102).

Sublimando dinamiche e relazioni, e sviluppando finali alternativi, i racconti degli studenti ischitani narrano sorprese e rinascite:

«Erano di nuovo insieme, incredibilmente. L’isola ferita aveva avuto il potere di farli ritrovare» (Claudia, a pagina 57);

«Erano ancora vivi, ma la casa era crollata. Ci aspettavano anni difficili, ma loro erano ancora con me e io mi sentivo rinato» (Luigi, a pagina 80).

Come una visione onirica che trasmuta la realtà, la narrativa dei ragazzi ischitani supera il dramma guardando il futuro; il protagonista del racconto “Itaca” è un emigrato che torna a Casamicciola dopo molti decenni, proprio in seguito al terremoto: parte d’impulso dagli Stati Uniti, affronta il viaggio con apprensione, si muove tra le rovine con dolore, eppure alla fine dice che è stato uno dei momenti più belli della sua vita: «È stata una giornata emozionante, mi sono sentito bene come non mai» (Ida, a pagina 78). Nonostante il paese squassato e i patimenti suoi e dei suoi congiunti, l’anziano rimpatriato ha ritrovato comunque il suo mondo, quello che aveva lasciato da bambino, ma ora non vi ha scorto delle mancanze, bensì qualcosa in più: ha incontrato i suoi nipoti e addirittura i suoi pronipoti, riconoscendoli come suoi simili, ossia come l’avvenire di se stesso e della sua terra.

 

Riferimenti bibliografici

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Note

  1. Cfr. Vuoso 2002
  2. espressione di Buchner, 1994
  3. Cfr. Di Meglio 2007
  4. Cfr. Civetta et al. 2016
  5. Cfr. Luongo 2016, p. 15
  6. Cfr. Polverino 1996, p. 31
  7. Cfr. Castagna 1984
  8. Cfr. Carlino et al. 2011
  9. Cfr. ISPRA 2017, p. 15
  10. Daston, Galison 2007, p. 374
  11. Stafford 1984
  12. Mercalli 1884a
  13. Mercalli 1884b
  14. Cfr. Langumier 2008
  15. Cfr. Luongo in Mazzella 2017
  16. Cfr. Luongo et al. 2006
  17. Cfr. Ariemma 2018
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