Politiche del contemporaneo

Le strade saranno sempre nostre? Riflessioni dalla Catalogna

Brigitte Vasallo fa un paragone tra le manifestazioni che si sono prodotte in Catalogna dal 20 settembre scorso e quelle che hanno avuto luogo negli ultimi anni, con un posizionamento pubblico molto diverso da quello attuale.* 

Sara Ahmed utilizza l’immagine della tipica cena di Natale in famiglia, dove tutto sembra essere felicità e armonia, dove tutti si amano per un paio di ore anche se nessuno si sopporta, dove tutto è bello nonostante tutti i conflitti latenti. E tu sei lì, la femminista, la queer, la strana, ascoltando le battute razziste di tuo cugino, gli scherzi maschilisti di tuo cognato, fino al momento in cui non ne puoi più e diventi la guastafeste. Mandi all’aria la cena di Natale, e la colpa non è del razzismo e del maschilismo: è tua, che ti devi lamentare anche oggi che stavamo così bene. La chiamano feminist killjoy.
In questi giorni in Catalogna non abbiamo sperimentato una cena di Natale, è stata piuttosto un’orgia alla quale vai con un sacco di voglia di divertirti, ma quando vedi la situazione da vicino scopri che è tutto maschilista, rancido e di un eterocentrico che hai voglia di morire. E la voglia di scopare se ne va. Ma sembra che tu sia l’unica: tutti vi partecipano, e il giorno dopo tutti a spiegare che sono andati a un’orgia e che è stato pazzesco.
Io è già da un po’ che mi sono rivestita, in questa orgia. E ammetto che in questi giorni ho continuato a fare tutto il possibile per innamorarmi, come quando conosci qualcuno che sai che non va bene per te ma hai così tanta voglia di prenderti bene che fai finta di non vedere certe cose e ti lasci andare. Innamorarsi, in realtà, è spesso cosí, almeno nel mondo dell’amore romantico: è per questo motivo che si dice che l’amore è cieco. Però questa volta con me non ha funzionato. E sì, io vengo a fare la guastafeste.

La prima volta che sono andata a vedere la Via Catalana 1 non ho visto un popolo unito, ma unificato. Ho visto un esercito civile vestito di giallo. Io sono allergica all’uniformità, lo ammetto. Ho paura dell’unità che nasce all’improvviso e che fa vestire tutti, anche solo per poche ore, dello stesso colore. In questi giorni l’ho rivisto e ci ho messo un sacco a capirne il motivo, ma ieri, nelle manifestazioni, non potevo non essere amareggiata al pensiero di dove era tutta questa gente quando sono iniziati i tagli, quando si è cominciato a salvare le banche. Ho provato a credere che il popolo si fosse finalmente svegliato, ma non posso: io penso che il popolo stia obbedendo, e noi la stiamo prendendo come disobbedienza ma è semplicemente obbedire a un potere nuovo.
Andiamo per parti, se vi va. Il mio quartiere, come i vostri, è pieno di manifesti per la democrazia, con il disegno di un volto con la bocca coperta.

Tutti i poster sono uguali (eh, l’uniformità) ma nessuno di questi manifesti è apparso perché le persone migranti non hanno ancora diritto di voto, né sono apparsi quando si è approvata la legge bavaglio (Ley Mordaza). Qual è il diritto di voto che ci fa indignare o ci dà dignità? Quale silenziamento ci fa arrabbiare e quale no? In questi giorni di euforia abbiamo visto i lavoratori delle torri nere de La Caixa (Mordor, come lo chiamavamo fino a poco tempo fa) in strada urlare “le strade saranno sempre nostre”*. Quando dicono nostre, a cosa si riferiscono? È gente sfrattata dalla propria casa? Sono dei manteros*2 e dei venditori ambulanti? Cosa è il “nostro” che li ha fatti scendere in strada?
Ieri in una manifestazione c’era un cartello: “le nostre nonne non si toccano”. Ma la femminilizzazione della povertà, la miseria delle pensioni o le nonne nei campi dei rifugiati non ci commuovono, o non abbastanza per mobilitarci. Ho visto, inoltre, persone che applaudivano i Mossos d’esquadra in piazza Catalunya, e riconosco che questo mi ha fatto male per il suo terribile simbolismo. Guy Debord ha spiegato ne La società dello spettacolo che viviamo in un mondo di continuo presente, dove il passato non esiste, dove tutto inizia e finisce nel momento spettacolare. Non riesco a vedere un esempio migliore di questo concetto, nello stesso luogo dove nel 2011 si videro gli sgomberi violenti da parte della polizia ai danni di questo stesso popolo, ora innamorato. Un’amica lo ha definito così: «Andare in strada adesso è sexy. Uscire per andare a un’assemblea della PAH un lunedì dell’inverno, non lo è».
Capisco che il mio articolo, in questo giornale, perde parte del suo significato. So che le persone che mi leggono stanno nei campi profughi e assistono agli sfratti. Non sto parlando di voi, ma della ragazza di cui vi siete infatuati. E parlo dell’innamoramento, dell’orgia.

È ovvio che siamo furiosi, che le cariche della polizia in questi giorni erano degne di una risposta contundente della popolazione, che siamo stufe e abbiamo il diritto di gridarlo e di riempire le strade per dirlo. È ovvio che tutto ciò sia inaccettabile. Il dilemma che non mi lascia dormire tranquilla è: “Perché ora sì, altre volte no?” La risposta che ho è brutta, naturalmente. Mentre succedeva tutto questo, Cine Migrante Barcellona proiettava The revolution will not be televised, di Rama Thiaw. Non ho visto il film, ma so bene che il titolo viene dal brano di Gil Scott-Heron. La rivoluzione non sarà trasmessa in tv. In questa rivoluzione, i mezzi di comunicazione sono stati fondamentali. Non i media alternativi, che hanno fatto il lavoro di cui tutti abbiamo bisogno, ma i grandi media. La copertura della televisione spagnola ha raggiunto dei livelli di manipolazione infantilizzante che conosco bene, avendo trascorso la mia gioventù guardando la tv di Hassan II del Marocco. Ma la narrazione di TV3 non è stata molto migliore. O, forse, quello che voglio dire è che è stata migliore per un momento, e che questo è ciò che ha fatto la differenza. Tutti sappiamo che cosa dice TV3 quando c’è lo sfratto di un centro autogestito o una manifestazione. La violenza, gli scontri, i gruppi antisistema… E tutte ricordiamo di essere state a queste manifestazioni e di sapere che le cose non sono andate così. Tutte conosciamo la sensazione di aver visto le nostre rivendicazioni sistematicamente messe a tacere, manipolate, e abbiamo visto mettere il popolo contro azioni che erano totalmente giuste e dignitose. Gli sfratti, i CIE, cosa è successo con tutto questo.

Questa volta la dialettica è cambiata. I principali media del paese, TV3, il quotidiano «Ara», Catalunya Radio hanno dato dignità alla rivolta e hanno detto al popolo che va bene, che è giusto, che questa è una rivoluzione dei buoni contro alcuni cattivi che sono quelli di fuori ma senza quelli di fuori (il primo fuori significa Spagna, i secondi sono i migranti che non hanno potuto votare). Non è solo indignazione, che comunque c’è. È un’indignazione a cui hanno dato il permesso di esistere. E il popolo ha obbedito. Ciò che preoccupa di tutto questo è lo spazio che occupiamo noi dei movimenti sociali autonomi. Dobbiamo esserci, certo che dobbiamo esserci, ma non possiamo perdere lo spirito critico. So che abbiamo voglia di innamorarci, che le orge sono molto belle e regalano un sacco di storie fantastiche da spiegare il giorno dopo. Tuttavia dobbiamo mantenere presente una parte della nostra autonomia. Non sbagliamoci: il nuovo Paese sarà un Paese normale, e la nostra euforia contribuirà a renderlo normale se non ci fermiamo a guardare con un po’ di distanza. Non possiamo continuare a giocare al binarismo semplicistico, tanto meno nei tempi difficili a venire. La dissidenza davanti a questa apparente dissidenza di massa non è la normatività. Non innamorarsi di tutto questo non significa essere un’unionista, né spagnola, né contro l’indipendenza o contro il diritto di decidere. Esistono spazi più in là e non possiamo perdere il cammino. Perché né le strade oggi sono nostre, né il potere popolare è ciò che abbiamo vissuto, purtroppo. E se avremo bisogno di qualcosa nelle prossime settimane sono dei movimenti sociali con la lucidità e lo spirito critico che ci contraddistingue, in stato di allerta per dare risposte al di là dell’orgia.

*Traduzione a cura di Giraffa e Slavina. Si ringraziano l’autrice e la testata «Directa Cat» per la possibilità di ripubblicazione. Potete trovare qui il pezzo in versione originale.

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Note

  1. Via Catalana: manifestazione dell’11 settembre del 2013 – 400 km di catena umana che attraversò tutta la Catalogna per reclamare l’indipendenza
  2. Manteros: termine colloquiale con cui ci si riferisce ai venditori ambulanti di origine africana; hanno scritto un bellissimo comunicato sul referendum