Metamorfosi

Le metamorfosi. Teatro sociale come pratica sovversiva

Un resoconto dedicato a Metamorfosi una due giorni di incontri e spettacoli per discutere e praticare il teatro sociale. Una riflessione sul rapporto fra le arti performative, il disagio fisico-mentale e la marginalità sociale, che analizza, in particolare, le esperienze di teatro sociale dal punto di vista artistico oltre che terapeutico.

Sabato 3 ottobre presso i locali dell’associazione culturale Corte dei Miracoli di Siena, all’interno della Rassegna Metamorfosi, Incontri, spettacoli e ricerche sul teatro sociale, si sono svolti due spettacoli, a cura rispettivamente del laboratorio di teatro sociale Lalut e di Stranensamble di Irene Stracciati. Entrambi gli allestimenti costituivano il frutto del lavoro condotto in contesti di disagio fisico e mentale, attraverso gli strumenti del teatro e della danza, da due associazioni che da anni lavorano in questo settore. Sono state coinvolte persone con e senza disagio fisico e mentale, in una sinergia che, specialmente nel caso di Stranansable, ha prodotto esiti provocatori, ma allo stesso tempo delicati e pensati.

I lavori di Metamorfosi si sono aperti nel pomeriggio del 2 ottobre, presso il Collegio Santa Chiara, con una intensa due giorni di tavole rotonde che ha visto succedersi gli interventi di personalità provenienti da contesti e ambienti diversi, accomunati da un’attività che nel teatro e nella danza affronta il disagio presente in due forme di emarginazione sociale, quella carceraria da un lato e quella della malattia mentale dall’altro. La scelta di dare la parola a coloro che in prima persona lavorano in questi contesti e che, entrando fisicamente nei luoghi della marginalità, si fanno strumento per l’attivazione di questo processo di metamorfosi, è mossa dall’urgenza di affrontare questi temi evitando di relegare a una chiacchiera svilente e romantica due realtà che in maniera sempre più capillare e decisiva si fanno largo nel panorama sociale. Oltre che sull’aspetto del cambiamento sarebbe interessante concentrarsi sul processo in sé, sul lavoro attraverso il quale si attiva quel meccanismo che a seconda dei contesti è possibile definire di recupero, di sostegno o di accompagnamento.

Il teatro, così come la danza, rappresentano in queste realtà un’aiuto, un supporto, che agendo sul corpo, dona sollievo alla psiche, migliorando la condizione generale di chi la pratica. Questo è valido in qualsiasi contesto si sviluppino le arti performative, ma particolarmente nei luoghi della marginalità e del disagio mentale, esso diventa uno strumento utile all’evasione, alla maggiore comprensione e gestione delle emozioni, alla conoscenza di sé.

La performance itinerante Vissi d’Arte, curata da Lalut, si snoda tra il cortile interno e le stanze della Corte dei Miracoli, nella ex struttura manicomiale dove un tempo si trovavano le officine di lavoro per gli ospiti del San Niccolò, una cornice che ha dato fra l’altro occasione a Simone Ghelli per raccontare alcune delle storie dell’internamento. Gli attori siedono sulle panchine vicino ai muri, immobili, statuari, creando una composizione che riporta alla mente le immagini immortalate da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin raccolte all’interno dei manicomi italiani del secondo Novecento e contenute nel volume curato da Franco e Franca Basaglia. Due donne, distogliendo lo sguardo da terra, si scambiano timidi sorrisi di intesa e a turno, quasi a volersi infondere coraggio l’un l’altra, alzano le braccia al cielo e ripetono con voce incantata “Lasciarsi andare!”.

Nel frattempo una figura misteriosa prende la parola dall’alto, borbottando aggrappata alle sbarre, tentando di arrampicare e scavalcare la cancellata, tenendo in mano una catena dalla quale non si distacca. Esattamente davanti a loro una giovane donna scalza, vestita di bianco, con voce infantile si chiede dove sia il suo fiore selvatico. Tutti i personaggi si muovono in maniera cadenzata e sembrano provenire da un’altra dimensione temporale. Sensazione, questa, che viene ironicamente smontata nel procedere del percorso. Gli attori accompagnano il pubblico lungo una serie di installazioni artistiche di cui loro stessi sono i protagonisti, in un continuo entra ed esci dalla finzione scenica tra lo spensierato e il dissacrante. È la ricerca stessa della rappresentazione ad essere messa in scena, in un confondersi di danza e movimenti all’insegna dell’esaltazione della curiosità.


“Voglio rappresentare esseri che respirano, amano, soffrono”. Afferma il pittore Renoir, munito di basco e giacca da lavoro, davanti ai suoi modelli in posa che danzano a coppie, si fermano, scandiscono parole assaporandone il suono, la melodia. Ancora, due attori varcano simbolicamente la soglia della finzione, rappresentata da una gigantesca tela in cartone, per diventare interpreti della vita.

La messa in scena si mostra nel suo divenire, nel progresso di creazione e trasformazione delle forme e delle persone, nell’esaltazione della soggettività interpretativa e dell’allegria.


Immediatamente dopo, in una sala attigua, è andato in scena Gli indistinti Confini, una spettacolo di danza con la regia di Irene Stracciati che ha come protagoniste un gruppo di giovanissime danzatrici, alcune delle quali affette da sindrome di Down. Elemento, su cui la regista ha voluto porre sin da subito l’accento, lasciando quest’ultime in abiti da lavoro, mentre le altre, delicate nei loro vestitini grigi, manifestano stupore alla vista delle compagne, con un’espressione che le fa sembrare quasi adulte. I due gruppi si incontrano e si scrutano muovendosi nello spazio con passi ora delicati ora impetuosi. Le ballerine si guardano saltare in alto e ricadere a terra, accennare passi di danza, muovere le braccia e le gambe nello spazio, nella ricerca quasi spasmodica di qualcosa.

Francesco Romei

Foto di Francesco Romei

Il corpo, in modi diversi, viene utilizzato come mezzo di dialogo tra performers, così con il pubblico, esprimendo una forza interiore che grida per potersi esprimere, nel tentativo avvicinarsi, di instaurare un contatto, talvolta di sorreggersi l’un l’altro. Cosa che si compie alla fine, quando l’intero corpo di ballo si unisce nel prendere e sollevare in alto la più piccola di loro, che non smette mai di rivolgere lo sguardo davanti a sé, verso lo spettatore. Le emozioni occupano il centro della composizione, in un continuo gioco di contenimento e di esplosione, nel quale il lavoro sui gesti e i movimenti si mostra, anche nella sua imperfezione, come una continua ricerca, fatta pubblicamente, senza nascondersi. Il lavoro integrato costituisce l’elemento fondamentale nella danza della Stracciati, che vuole esaltare la bellezza nella diversità, giungendo attraverso di essa a una presa di consapevolezza che è alla fine cura stessa. Per le ballerine affette da sindrome di Down il mostrarsi davanti alle compagne, così come al pubblico, contiene in sé una ricerca di autonomia nel fare, agendo di conseguenza sull’autostima, particolarmente evidente nella loro grande capacità di occupare la scena, di essere presenti nello spazio, di comunicare con il corpo.

Francesco Romei

Foto di Francesco Romei

Altro elemento fondamentale, che le due performance hanno chiaramente messo in luce, è la necessità di un lavoro integrato tra normodotati e malati o emarginati, affinché davvero si attivi un processo di incontro e di recupero. L’obiettivo intrinsecamente artistico e culturale lascia spazio in questo caso a un altro, legato all’idea di una responsabilità collettiva. È la società ad avere particolari doveri nei confronti di persone che a vari livelli sperimentano il disagio e in questo senso il fondamento del lavoro risiede proprio nella possibilità di creare un incontro, sia con il lavoro artistico, che nel rapportarsi con un pubblico. Cosa, quest’ultima, particolarmente riuscita durante gli spettacoli presentati alla Corte dei Miracoli, dove gli spettatori hanno accolto non solo un prodotto artistico, ma soprattutto il desiderio di attori e danzatori di mostrare se stessi, protagonisti dell’atto creativo.

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