Le costellazioni di Benjamin: tre incontri urbani

Una lettura “serendipica” attraverso tre incontri urbani.

È da poco arrivato in libreria Costellazioni. Le parole di Walter Benjamin, Einaudi, a cura di Andrea Pinotti. È un piccolo e utile dizionario delle idee del filosofo dagli occhiali tondi.

1. Il manifesto strappato 

Le Costellazioni di Benjamin

 

Qualche sera fa camminavo per i cunicoli sotterranei della metropolitana di Parigi e mi sono trovato di fronte a questo manifesto. Lo avevo già visto altrove, è la pubblicità di una mostra su Sigmund Freud al Musée d’art e d’histoire du Judaïsme. Solo che questo era diverso dagli altri: qualcuno aveva strappato la faccia di Freud. O meglio: l’aveva ritagliata, vista la precisione dei bordi della parte prelevata. Se l’è forse appesa in camera? Ne ha fatto una maschera per il prossimo carnevale? Chissà.

Non mi sarebbe sembrato niente di troppo diverso dagli innumerevoli piccoli e generalmente innocui – quando non salutari – atti di vandalismo sulle pubblicità della metropolitana, se non fosse stato per due elementi. Il primo: un’operazione del genere sulla figura di Freud mi ha portato inevitabilmente a chiedermi se ci fosse del freudiano, in quell’atto. Il secondo: per coincidenza, da sotto il volto di Freud è spuntato il nome «Benjamin», probabilmente di qualche musicista o attore o altro del manifesto pubblicitario precedente.

Insomma: avevano tolto la maschera a Freud e ci avevano trovato sotto Benjamin. E per me non poteva che essere proprio Benjamin Walter. Tanto per rafforzare la coincidenza: nello stesso museo della mostra su Freud, anni prima ne era stata fatta una proprio su Walter Benjamin (questa).

Ho scattato (male) questa foto – mentre un tizio passa e mi dice: «bien joué!» – e ho ripreso a fare il flâneur fra i cunicoli della metro parigina (non è vero, stavo semplicemente rientrando a casa).

In ogni caso, l’incontro di quel poster ritagliato andava approfondito, perché questi strambi dettagli offerti dalle città non sono occasioni da lasciarsi sfuggire. Appena arrivato a casa, ho potuto farlo consultando Costellazioni. Le parole di Walter Benjamin, da poco pubblicato da Einaudi e curato da Andrea Pinotti. Lì ho letto che, per Benjamin, la lettura delle opere di Freud – in particolare Al di là del principio di piacere – fu fondamentale per la riflessione su sogno, risveglio e choc. Ed ecco quindi che quel manifesto ritagliato con Benjamin che fa capolino sotto i baffoni di Freud aveva trovato per me una specie di senso.

Costellazioni, dicevamo: è un agevole e ben fatto dizionario benjaminiano in quarantatré voci in ordine alfabetico (Allegoria, Arti e media, Aura e così via fino a Violenza) e di circa tre pagine di lunghezza ognuna, con tanto di, per ogni voce, suggerimenti bibliografici per chi volesse approfondire. Oltre al curatore Andrea Pinotti, hanno collaborato alla stesura delle voci anche Maurizio Guerri, Giovanni Gurisatti, Stefano Marchesoni e Antonio Somaini (cinque autori, cinque uomini: mh). Un ottimo abbinamento sarebbe leggere questo dizionarietto insieme alla gran bella biografia di Eiland e Jennings, a cui avevamo dedicato un “racconto in tweet”.

Costellazioni non è un Benjamin for dummies (ci hanno già provato negli Stati Uniti così), ma una guida molto utile per un territorio, quello del pensiero e della vita di Benjamin, spesso impervio, con cunicoli e labirinti, grotte profonde e vette altissime, con panorami inebrianti e abissi talvolta spaventosi, metro di Parigi inclusa.

 

2. Proust vandalo

 

Le Costellazioni di Benjamin

Ispirato da Costellazioni, ho finalmente fatto qualcosa a cui pensavo da tanto e che avevo sempre rimandato: il giro dei “passages” di Parigi.

Ho cercato in internet qualche suggerimento per un itinerario tematico e, una domenica pomeriggio di fine novembre, eccomi in cammino a cercare di capire cosa ci trovasse Benjamin di tanto speciale in quelle benedette stradine coperte, al punto da dedicargli una gigantesca – e incompiuta – opera, per di più fatta per buona parte di citazioni. Scrisse: «Questi passages, recente invenzione del lusso industriale, sono corridoi ricoperti di vetro e dalle pareti rivestite di marmo, che attraversano interi caseggiati […] Sui due lati di questi corridoi, che ricevono luce dall’alto, si succedono i più eleganti negozi, sicché un passaggio del genere è una città, anzi un mondo in miniatura».

Costellati di negozi, botteghe, caffè e ristoranti, i passages si trovano allo stesso tempo all’interno e all’esterno, sono spazi di soglia, luoghi che confondono le acque fra la strada e l’interno di un edificio, ma anche fra spazio pubblico e spazio privato. Inoltre, sono quasi bolle temporali, con negozi che paiono obsoleti, superati, come se ci fosse una sfasatura temporale fra l’interno e l’esterno del passage, e come se lì dentro gli anni e lo sviluppo della vita capitalista della città scorressero in ritardo, o al rallentatore.

Certo, i passages che vedeva Benjamin non sono gli stessi di oggi, ma certi caratteri permangono, e molte tracce sono ancora lì. Del resto, come possiamo leggere in Costellazioni, proprio per le loro caratteristiche rappresentano per certi versi l’inconscio della città (mannaggia, riecco Freud).

A un certo punto dell’itinerario, in uno dei passages più sonnacchiosi, mi sono trovato di fronte a una scritta sulla parete: «Merci Swann», grazie Swann (anche se Benjamin avrebbe apprezzato l’ambiguità italo-francese con “merci” in senso di bene economico).

Ho sorriso immaginando un Proust vandalo che, per una specie di guerrilla marketing per promuovere il suo Dalla parte di Swann, o ancora immerso nella Recherche al punto dal voler ringraziare pubblicamente e romanticamente il suo personaggio, si lancia in quel piccolo atto di vandalismo con un pennarello nero.

Ma fermi tutti: siamo in un passage e c’è di mezzo Proust, e allora ecco tornare utile Costellazioni riguardo il rapporto fra i nostri Walter e Marcel.

Benjamin scoprì Proust a metà degli anni Venti; tradusse il primo volume della Recherche, appunto Dalla parte di Swann, e poi avrebbe dovuto occuparsi anche degli altri, cosa che non fece, così come non fece tante altre delle cose promesse a destra e a manca. Ma sullo scrittore goloso di madeleine (anch’io, ma quelle al cioccolato, grazie) scrisse il saggio Per un ritratto di Proust. Inoltre, l’idea di ricordo involontario sviluppata da Proust fu centrale per le riflessioni di Benjamin su memoria, ricordo e rammemorazione, e per quelle sul concetto di esperienza, tutte idee spiegate in Costellazioni.

I passages della zona centro-ovest della città, piuttosto ricca, sono belli e a loro modo romantici, ma più ci si sposta verso est, più diventano luoghi dalla vitalità inaspettata: ci sono quelli pieni di brulicanti parrucchieri e parrucchiere africane, ci sono quelli pieni di ristoranti e negozi indiani che pare d’essere a Nuova Delhi, e così via. Certi passages hanno ancora il potere di riflettere la contemporaneità in maniere che non mi sarei aspettato. Esattamente come certi pensieri e certe visioni di Benjamin, ed esattamente come certi atti vandalici di Proust.

 

3. Il piedistallo

Le Costellazioni di Benjamin

 

Questa foto è stata scattata – stavolta non da me (e purtroppo non so da chi) – a Roma.

È così? Walter Benjamin vive?

Leggere Costellazioni significa anche interrogarsi sullo stato di salute e sulla vitalità attuale del pensiero di quel “pescatore di perle”, come lo chiamava Hannah Arendt, ovvero la sua resistenza al tempo, o meglio: la sua resistenza tanto ai suoi quanto ai nostri tempi.

Nella sua introduzione, il curatore Andrea Pinotti scrive: «Questa natura ibrida del suo pensiero della sua scrittura ha esercitato una potente attrazione su un pubblico altrettanto ibrido di lettori e interpreti, che si sono accostati e continuano ad accostarsi alle sue opere provenendo da percorsi e ambiti disciplinari differenti: lettori e interpreti affascinati, ma spesso anche disorientati e sconcertati». Tale disorientamento e sconcerto si è spesso tradotto in un “ricorso” a Benjamin non sempre vicino alla carne viva del suo pensiero e dei suoi scritti.

Da parte sua, Wolfram Eilenberger, autore di un altro gran bel libro uscito di questi tempi, Il tempo degli stregoni (Feltrinelli), non ci va giù leggero: «una parte dei tuttora numerosi seguaci di Benjamin preferiscono mettere il proprio eroe sul piedistallo di un esoterismo soggettivo, anziché raccogliere con pazienza le sue indicazioni sistematiche in tutta la loro coerenza e nella loro profetica originalità». Ha ragione, ma il sottoscritto – tanto per esagerare un po’ – lo rivendica: rivendica cioè la possibilità di mettere una figura come Benjamin su di un piedistallo, un piedistallo a cui guardare ogni tanto per esserne in qualche modo confortati, se non stimolati, nelle piccole battaglie dei propri percorsi intellettuali e di vita e nel guardare e pensare – e, microscopicamente, cambiare – il mondo attorno a noi. Discutere in profondità tutti gli aspetti del pensiero vertiginoso di Benjamin è impresa ben difficile, soprattutto per chi proviene da campi diversi dalla filosofia, ma possiamo pur sempre rivendicare la possibilità di – con cognizione di causa, rispetto e onestà intellettuale – profanarlo, come lui stesso insegna, o di adottarlo come modello fra altri modelli e modelle, santino sì ma di una fede ben argomentata: Benjamin come metodo.

Così come Benjamin riteneva che l’attività della critica non lasciasse immutato né il soggetto criticante né l’oggetto criticato, così noi non rimaniamo immutati noi dal contatto onesto con la sua biografia e i suoi scritti, in forme e a livelli diversi. Non è questione di accontentarsi – sacrilegio – di una comprensione pigra o “impressionistica” del suo pensiero: significa invece avvicinarsi alla realtà – soprattutto in questo «tempo critico d’emergenza e decisione» – attraverso la consapevolezza dell’esistenza passata di qualcuno che ha visto, pensato e attraversato il mondo diventando egli stesso, in prima persona, stella pulsante di una delle costellazioni che tanto ci orientano e che, anche quando ci precipitano nello sconforto della consapevolezza, tanto ci confortano.

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