Tecnica, multimedialità, narrazioni

Il lavoro culturale nell’epoca digitale

Le forme e gli spazi del dialogo tra scienze umane

I dibattiti sul ruolo degli intellettuali e su una loro presunta scomparsa, al pari delle dichiarazioni apocalittiche sull’imbarbarimento cognitivo prodotto dai media digitali, hanno generato ben pochi strumenti interpretativi e stimoli creativi per far fronte alla complessità del mondo che ci circonda. Per voltare pagina e passare a un altro registro discorsivo basterebbe rileggere Il lavoro culturale di Luciano Biancardi che già alla fine degli anni Cinquanta aveva decostruito molti dei cliché linguistici e comportamentali che affliggono la figura dell’intellettuale.

Abbandonando i toni nostalgici e mantenendo il confronto con l’eredità del passato è possibile individuare le capacità e le responsabilità delle scienze umane nei confronti della realtà sociale e culturale nella quale viviamo. Il bagaglio dei saperi umanistici è infatti uno strumento indispensabile per costruire delle letture del presente e favorire una convergenza tra la cultura critica e l’agire politico. Molti antropologi, storici, filosofi, semiotici, sociologi ma anche registi, grafici, giornalisti e romanzieri, hanno mostrato come il lavoro culturale, dispiegato di volta in volta attraverso competenze differenti, sia lo strumento per interpretare la realtà che ci circonda e proporne delle chiavi di lettura.

Ma il lavoro culturale nell’epoca digitale si evolve rapidamente. Il desiderio di corrispondere a tale cambiamento è ciò che ci ha spinto a fondare il lavoro culturale.

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Il progetto del blog (oggi è anche un’associazione) il lavoro culturale nasce nel gennaio 2011 da una duplice esigenza condivisa da un gruppo di studiosi e ricercatori universitari: da una parte la necessità di intraprendere un percorso di riflessione sulla condizione e la funzione dell’istituzione universitaria in Italia; dall’altra di far emergere l’importanza degli strumenti analitici messi a disposizione delle scienze umane e sociali per la comprensione del contemporaneo.

Mentre le possibilità per la ricerca all’interno delle università erano e sono messe in crisi da tagli invalidanti e dalle continue riformulazioni dell’offerta formativa, è emersa la volontà di costruire uno spazio di autonomia e la necessità di cooperare per alimentare il dialogo interdisciplinare su alcune tematiche e aree di indagine che interessano la nostra contemporaneità: il lavoro precario e le sue forme, i beni comuni e le nuove vie del politico, i fenomeni migratori e i modelli della cittadinanza, l’umanitarismo e la gestione sociale del rischio, open web e free software, la cultura visiva, il cinema e gli altri media. Per rispondere a queste necessità abbiamo incominciato ad organizzare incontri e seminari e ci siamo dedicati all’apertura e alla gestione del blog. Il lavoro sul web, condotto attraverso la pubblicazione di saggi brevi, articoli e interviste, e quello “sul campo”, realizzato per mezzo di seminari interdisciplinari, rappresentano le due modalità con le quali cerchiamo di far dialogare le scienze umane e sociali con il presente. Da un lato, quindi, le competenze che abbiamo accumulato negli anni di studio e ricerca all’interno dell’Università e dall’altro un uso consapevole della rete e dei suoi formati e dei suoi linguaggi. Nel praticare questo intreccio di strumenti e modalità di intervento, abbiamo avuto modo di dimostrare come la crisi dei luoghi istituzionali per la formazione e la produzione culturale possa essere superata attraverso l’integrazione di strumenti e prospettive.

 

Creatività e interattività del lavoro culturale in rete

La portabilità, la versatilità e la facilità di utilizzo dei supporti per collegarsi a internet, la disponibilità di archivi digitali e di notizie in tempo reale, sono alcuni dei principali fattori che hanno permesso un aumento quantitativo delle informazioni e hanno favorito la proliferazione di piattaforme di condivisione. Questa elevata accessibilità può stimolare la circolazione dei contenuti, la curiosità e le capacità critiche, arrivando persino a sollecitare la rielaborazione delle informazioni e il dibattito ma essa può essere anche subita passivamente e impadronirsi così della nostra quotidianità. Indebolite le barriere tra pubblico e privato, tra sfera lavorativa e tempo libero, l’aggiornamento costante appiattisce il quotidiano in un tempo ritmato dal susseguirsi di feedback e notifiche che sminuiscono l’interattività – quella relazione tra immaginazione, tecnologie e l’ambiente di fruizione di queste ultime – e la canalizzano all’interno di protesi digitali che ne riducono radicalmente la dimensione creativa. Se la prima tendenza è minoritaria, la seconda ha assunto una dimensione ampia e pressoché massificata ma, al di là di qualsiasi tono apocalittico, è nella capacità di vagliare, confrontare e analizzare le informazioni e gli stimoli che ci provengono dalle reti alle quali ci connettiamo che risiede il potenziale partecipativo e culturale di internet. Detto in altri termini si tratta di considerare il lavoro culturale in epoca digitale come un insieme di competenze e metodologie volte a riabilitare l’attenzione e la curiosità nei confronti delle parole, delle immagini e dei suoni che continuamente produciamo e diffondiamo.

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Il lavoro culturale può e deve esercitare uno sguardo sia analitico, capace di esplicitare il funzionamento discorsivo di ciò che osserva, i nessi e le fratture tra il presente e il passato, sia critico ovvero equipaggiato delle competenze necessarie per cogliere il valore sociale e politico degli oggetti indagati. Per quanto riguarda la dimensione partecipativa, l’incremento delle collaborazioni nella progettazione culturale rappresenta un elemento di innovatività senza precedenti sia dal punto di vista sociale (dibattiti dentro e fuori il web, la nascita di festival, la circolazione di prodotti culturali) sia economico (ridefinizione del diritto d’autore, nascita di nuovi modelli editoriali, teorie e pratiche della sharing economy).

Nuove strategie per fare cultura in rete

La pratica della scrittura in rete non è soltanto uno strumento di divulgazione ma anche di produzione, attraverso stili discorsivi che si confrontano con i limiti e i formati imposti dal mezzo, del sapere e di amplificazione del dialogo tra teorie, modelli interpretativi e dibattito sociale.

Attraverso i media digitali, il lavoro culturale è anche content curation ossia un’attività che, sfruttando strategicamente gli strumenti di selezione, organizzazione e presentazione disponibili sul web, si prende cura delle informazione e del racconto degli eventi, prestando attenzione alla modalità con cui questi vengono raccontati. Si tratta di un’attività volta a ridurre il sovraccarico informativo e che, al contempo, riconosce la dimensione creativa e interattiva degli utenti che navigano consapevolmente in rete, spesso descritti con il termine prosumer, una sorta di flâneur catapultato dell’epoca della riproducibilità digitale, un modello di soggettività iper-stimolata dalle informazioni generate dal web e custodite dagli archivi, che consuma e al contempo crea, produce e distribuisce prodotti mediali di vario formato.

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Nel prendersi cura delle narrazioni mediali il lavoro culturale può affiancare le strategie della scrittura (il blog, le piattaforme di micro-blogging), sorrette da una logica della continuità e della successione, a quelle del montaggio, insite in ogni forma ipertestuale, che sfruttano la discontinuità e la comparazione tra frammenti eterogenei. Raccolta, riorganizzazione e commento si dotano così di un saper-fare capace di modulare i formati e le tecnologie mediali adattandoli ai criteri di analisi e di presentazione delle storie.

 

Due casi studio: #CharlieHebdo e il Tweetglossario

Nell’ultima parte di questo intervento sono riassunte due casi di content curation, differenti sia per i temi presi in considerazione sia per le modalità della loro narrazione, realizzati dalla redazione di lavoroculturale.org

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A distanza di una settimana dalla strage alla rivista satirica «Charlie Hebdo», avvenuta il 7 gennaio 2015, abbiamo tradotto alcuni articoli e invitato diversi autori a contribuire alla realizzazione di un dossier sull’impatto mediatico che la strage aveva prodotto, con un’attenzione particolare al contesto culturale francese e ai processi di identificazione sintetizzati dall’appello “Je suis Charlie” che, sotto forma di hastag, è rapidamente rimbalzato, dalle manifestazione di piazza ai profili sui social network. Al dossier abbiamo affiancato l’ultilizzo di Storify (un software fruibile online che consente la creazione di uno spazio navigabile ipertestuale nel quale è possibile montare assieme elementi recuperati da un database che si estende pressoché a tutto il web) per raccogliere e ordinare alcuni dei numerosissimi interventi, dibattiti e proclami che hanno caratterizzato il dibattito pubblico. Lo storify su «Charlie Hebdo» è una mappa del discorso basata sulla cronologia degli eventi ma soprattutto su criteri di selezione, esposizione e montaggio che indicano e suggerisco precise connessioni e scelte interpretative all’interno dei testi prodotti sull’attentato. Le chiavi di lettura con cui abbiamo ripercorso la strage e il suo impatto mediatico sono: la solidarietà e l’identificazione condensata dall’utilizzo degli hastag #JeSuisCharile e #CharlieHebdo; la libertà di parola, il diritto alla satira e le responsabilità che entrambe comportano; i nessi tra la costruzione del nemico e il senso di appartenenza ad una comunità; la risposta al terrorismo e le manifestazioni delle diverse fazioni politiche; il clima culturale all’interno del quale si è “riversato” l’attentato; l’efficacia delle immagini e dei simboli.

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Il secondo esempio riguarda la copertura e il racconto in rete di eventi, festival e seminari. Si tratta del TweetGlossario, un formato intermediale che sfrutta i tweets degli utenti e la loro riorganizzazione attraverso Storify. Il TweetGlossario è un compromesso fra una serie di tweet e un approfondimento, una formula che rispetta i criteri della lettura sul web e ne sfrutta la capacità di connettere più soggetti e diversi punti di vista, riorganizzandoli in un strumento narrativo innovativo, ricco di contenuti e, al contempo, fruibile e ricondivisibile. La formula del TweetGlossario è stata testata e implementata durante il Festival della Letteratura di Mantova (edizioni del 2014 e del 2015) e CaLibro, Festival di Lettura a Città di Castello.

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