Fare ricerca

L’antropologia e la radice quadrata di 2

Portare l’antropologia nelle scuole, in fondo, ha dentro di sé il difficile compito che deve affrontare qualunque buon divulgatore scientifico: semplificare senza banalizzare.

Da docente in aspettativa e dottorando in antropologia culturale e sociale con una doppia laurea in lettere e antropologia, mentre camminavo tra le strade di Brescia verso il Liceo Scienze Umane Gambara, dove avrei tenuto la mia lezione per il progetto Fare Ricerca per le Scuole, ho pensato molto a questo aspetto.

Tra i miei pensieri e le mie esperienze, ho trovato l’idea che di fronte ad una classe liceale l’antropologo deve farsi un po’ poeta: come il poeta deve ridurre il suo linguaggio all’essenziale, riuscire nella difficile impresa di impregnare le poche parole che riuscirà a dire in quel breve incontro, di tutte le pagine, le interviste e gli incontri che hanno costellato tutto il mondo della sua ricerca. Inoltre – sempre come un poeta – deve essere in grado di fornire un altro sguardo sul mondo, nel contesto di una scuola italiana, che, per dirla con Pierre, il mio maestro di francese e attivista di lunga data, è abituata ancora ad “aprire la scatola cranica degli alunni e gettargli dentro tutto quello che riesce in 13 anni, meno che lo spirito critico e la capacità di ragionare in modo complesso”.

antropologia scuola islam

Nel presentare agli alunni questi miei pensieri ho scelto una metafora matematica. L’antropologia, ho detto loro, è quella scienza per cui non esiste 1+1=2. La mia ricerca, effettuata a 30 minuti in macchina da loro in un paese del bresciano e che aveva come tema principale l’educazione delle seconde generazioni musulmane tra scuola e moschea, ha messo in evidenza come la categoria “mussulmano + emigrato” non può essere uguale ad un risultato univoco, semplicemente perché nessuno dei termini presi in esame è univoco, anzi.

(Le 2 esse sono appositamente lasciate come segno visibile dell’ignoranza spesso causata dagli stereotipi, come testimonia la grafia sbagliata che si ritrova spesso e che ricalca l’errata pronuncia orale).

Al contrario, ho suggerito loro di pensare alla ricerca antropologica come una somma, radice quadrata di 2 + radice quadrata di 2, un numero irrazionale, quindi molto complesso e mai interamente definibile e definito. L’antropologia diventa dunque quello sforzo intellettualmente antieconomico di cercare di arrivare ad abbracciare più decimali possibile, con la consapevolezza che l’approssimazione resta sempre il limite kantiano inevitabile dove la nostra impresa conoscitiva deve arenarsi.

antropologia scuola islam

Nell’introdurli alla mia ricerca, sicuramente particolare, perché ha messo in crisi il loro immaginario dell’antropologo come una figura che si occupa solo dell’altrove, ho pensato di seguire passo passo con loro, in maniera interattiva, quello che poi sono stati i passaggi principali del mio lavoro:

  1. Poiché l’oggetto di ricerca era il movimento musulmano del Da’wa Tabligh, la prima cosa è stata partire dal macro e dalla conoscenza basilare di ciò che è l’Islam.
  2. osservare le pratiche del movimento e descriverle (la parte che secondo un’antica partizione levi-straussiana è la parte dell’etnografia, che per quanto superata da un punto di vista teorico, fornisce ancora dei criteri di semplificazione, a mio avviso, molto validi).
  3. Infine, non fermarsi all’osservazione, ma utilizzare la “cassetta degli attrezzi” teorici che abbiamo a nostra disposizione per formulare una interpretazione e andare oltre alla pura impressione retinica.

Da questa cassetta degli attrezzi, durante gli incontri con le classi terza, quarta e quinta, ho deciso di tirare fuori le “chiavi del 20”, ovvero macro-concetti che oggi possiamo considerare fondanti del sapere antropologico contemporaneo: le idee di habitus, di arena sociale e di capitale, di paternità di Pierre Bourdieu e gli ethnoscapes di Appadurai. Il movimento internazionale del Da’wa Tabligh è diventato così l’occasione per introdurre gli studenti al tema del rapporto tra locale e globale, parte dell’esperienza quotidiana di ognuno di noi.

Nel fare ciò, è importante soffermarsi su quello che considero il contributo principale che la nostra disciplina può dare alla società di oggi: il processo attraverso cui lo specchio distorto degli altri riflette una nostra immagine diversa, che ci permette di culturalizzare ciò che ritenevamo naturale.

Dunque, nel descrivere di come applicare concetti antropologicamente basilari per analizzare culturalmente le persone che abitano il campo di ricerca, di riflesso le domande che hanno coinvolto in prima persona gli studenti stessi: qual è il vostro capitale? Come lo costruite? Quando lo usate? Cosa vuol dire fare parte di un gruppo? Quali sono gli etnorami, gli ideorami e i mediorami che costruiscono la vostra immaginazione come “palcoscenico per l’azione”? Come gli stessi plasmano in contesto in cui vivete? I modelli educativi e la scuola?

antropologia scuola islam

Attraverso questi concetti e altre “chiavi del dodici”, come l’educazione come processo di incorporazione e dell’Islam come religione dove l’ortoprassi assume maggiore valore rispetto all’ortodossia, l’ultimo tema affrontato, finalmente, è stato quello che ha contraddistinto il mio lavoro di campo, ovvero l’educazione religiosa musulmana e di come essa si modifica secondo i contesti temporali e spaziali. Ciò ha aperto una breve discussione sui principi che regolano alcune pratiche educative che a noi possono apparire strane o contestabili come il bacchettare i bambini quando sbagliano la pronuncia del testo sacro (tema controverso e difficilmente praticato in Italia), il bere l’acqua che si usa per cancellare le lavagnette su cui erano scritti i versi sacri imparati a memoria (nel suffisso senegalese del XVIII e XIX secolo), o il dovere di imparare a memoria il testo sacro pur non comprendendone il significato. Ma andando oltre, la discussione, importante per studenti di un istituto delle scienze umane, si è poi orientata al confronto con l’esperienza educativa che ogni studente vive quotidianamente, arrivando fino al panopticon, alla governamentalità foucaultiana e alla cultura dell’igiene, che costituisce la base del design di tavoli e sedie.

Per un antropologo queste sembrano cose banali e sbrigative, ma basta vedere la curiosità, le mani alzate, le domande, le provocazioni che i ragazzi tirano fuori una dopo l’altra, per capire che è tutto fuorché così.

Fare ricerca per le scuole, credo, non significhi solo andare a parlare di ciò che si è fatto, visto, vissuto, ma attraverso questo introdurre ad un modo nuovo (per loro) di guardare le cose, un nuovo modo di ragionare, di pensare in maniera complessa.

E oggi ce n’è tremendamente bisogno.

[Immagine di copertina e ultima immagine da Unsplash].

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