Politiche del contemporaneo

L’antisionismo è una forma di antisemitismo?

In un clima europeo di crescente equiparazione tra antisionismo e antisemitismo, con diversi Stati che minacciano di mettere fuori legge l’antisionismo, e nella totale assenza di voci di chi del sionismo e delle sue pratiche di espulsione e spossessamento ha pagato il prezzo più caro, pubblichiamo un intervento di Azmi Bishara, ex membro palestinese del parlamento israeliano e direttore dell’Arab Center for Research and Policy Studies. La traduzione è di Saverio Leopardi. 

Durante la visita del 27 febbraio scorso al cimitero ebraico di Quatzenheim, nel dipartimento francese del Basso Reno, il presidente Francese Emmanuel Macron ha promesso di prendere «misure legali» per combattere l’antisemitismo, dichiarando: «agiremo, approveremo delle leggi e puniremo». Successivamente Macron ha visitato il Memoriale dell’Olocausto a Parigi assieme ai Presidenti del Senato e dell’Assemblea Nazionale.

Il giorno seguente, in un discorso alla 34° cena annuale del CRIF (Conseil Représentatif des Institutions Juives de France, n.d.r.), Macron ha promesso che la Francia adotterà una definizione di antisemitismo nella sua legislazione in conformità con quella utilizzata dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Questa include l’antisionismo, che Macron ha definito «una delle forme moderne di antisemitismo».[1] Non c’è alcun dubbio che i ripugnanti graffiti che hanno dissacrato quelle tombe costituiscano un crimine d’odio antisemita. Ma in che modo questo ha a che fare con l’antisionismo e certe posizioni verso Israele?

A prescindere dal fatto che Macron voglia veramente, o addirittura possa far approvare una legge del genere, sembra che il presidente francese abbia ben poche conoscenze sia sull’antisionismo sia sull’antisemitismo. Macron sarà sorpreso di apprendere che, non solo alcuni dei più importanti pensatori antisionisti sono degli intellettuali ebrei di varie sensibilità politiche, ma che lo stesso antisionismo, come il sionismo, è un fenomeno ebraico, sviluppatosi originariamente come risposta ebraica al sionismo. Sarà difficile per Macron classificare l’antisionismo come forma di antisemitismo dato che non esiste alcuna connessione tra le due idee.

È vero che prima e dopo la creazione di Israele, e in un contesto di intensa attività sionista in Palestina, ci sono state alcune intersezioni tra il rifiuto indigeno del sionismo in quanto progetto coloniale (non ebraico) e alcuni tratti della propaganda antisemita europea. Questa propaganda ha fornito terminologie e teorie del complotto pronte per l’importazione in Palestina, ma non c’era alcuna relazione storica o teorica tra i due fenomeni. Il rifiuto arabo e palestinese del sionismo non era una questione di ostilità etnica, religiosa o sociale verso gli ebrei ma di rifiuto della conquista coloniale del loro Paese, proprio come gli algerini rifiutavano di accettare l’insediamento di coloni nel loro Paese e altri popoli hanno fatto e farebbero a prescindere dalla loro religione o dalla religione dei coloni.

Tutte le risoluzioni approvate dalle conferenze palestinesi e siriane degli anni Venti rappresentano i primi esempi di distinzione tra ebrei “nazionali” (ovvero indigeni) e coloni ebrei. Il ripugnate (per quanto raro) utilizzo da parte di una certa retorica del nazionalismo arabo di elementi tratti dal linguaggio dell’estrema destra europea, specialmente dopo la sconfitta del 1967, rappresenta la generalizzazione di una propaganda ostile nel contesto di un conflitto militare. La propaganda interna israeliana invece è stata tutt’altro che timida nell’utilizzare un linguaggio e un immaginario razzista per colpire arabi e musulmani. Il razzismo antiarabo ha infatti penetrato il sistema educativo israeliano, la retorica militare e mediatica e molti lavori di letteratura.[2]

Gli ebrei antisionisti hanno giustificato la loro posizione sulla base di argomentazioni religiose, morali e intellettuali, sia da sinistra sia da posizioni liberali. Proprio come esistono degli ebrei antisionisti, in Europa e negli Stati Uniti ci sono anche molti antisemiti che ammirano sia Israele sia il sionismo. Il motivo di questa ammirazione può essere il poderoso stato coloniale che il sionismo ha costruito, il militarismo israeliano, o il modello che Israele ha offerto nella lotta al terrorismo e ai musulmani. In alcuni casi dietro l’ammirazione si nasconde un doppio fine, dato che il sionismo agisce per svuotare l’Europa della sua popolazione ebraica. Questo è quello che gli antisemiti vogliono. I movimenti antisemiti hanno osservato con soddisfazione gli ebrei concentrarsi in un Paese del Medio Oriente, così da non essere più una seccatura per l’Europa.

Non sussiste alcuna sovrapposizione sostanziale tra antisemitismo e antisionismo. Quindi perché sostenere che l’antisionismo sia un fenomeno ebraico?

Il sionismo emerse in seguito alla creazione di una nuova definizione di giudaismo che storicamente ha trasformato il significato dell’ebraicità. È logico che la prima reazione a questo avvenimento sarebbe apparsa in seno alla comunità ebraica. Per i credenti, il sionismo ha riformulato l’essere ebreo dall’essere “il popolo eletto di Dio”, “il popolo del libro” o “un popolo come nessun altro” all’essere parte di una nazione etnica che, come altre nazioni europee del diciannovesimo secolo, cerca di acquisire la sovranità nazionale nella forma di uno Stato-nazione (fuori dall’Europa nel caso di Israele). Anche per i laici il sionismo ha riformulato il giudaismo e lo ha trasformato dall’essere una religione – che non avrebbe dovuto rappresentare un ostacolo all’integrazione nelle nazioni degli Stati laici di cui erano cittadini – in un’identità etnica.

Le prime posizioni antisioniste apparvero all’interno delle principali correnti religiose ebraiche, non solo perché il sionismo è un movimento secolare, ma anche perché il sionismo ha commesso il peccato imperdonabile di secolarizzare il giudaismo stesso, trasformando la religione in una nazionalità etnica.

Le correnti religiose ebraiche hanno modificato la loro idea di popolo eletto di Dio. Alcuni gruppi credono che Dio abbia posto gli ebrei al di sopra degli altri popoli, mentre altri traggono il significato di “eletto” dai tempi della profezia, facendone derivare dei doveri religiosi ed etici e maggiori obblighi piuttosto che privilegi. Esistono molte altre idee. Tuttavia, c’è un consenso generale nel rifiutare l’idea che l’ebraismo sia una nazione che lotta per l’edificazione di uno Stato in questo mondo. Alcuni di questi movimenti aspettano l’arrivo del Messia per costruire uno Stato paradisiaco e salvare il popolo ebraico. Il sionismo è quindi considerata una falsa profezia, incarnata dal progetto statuale, che si proclama (falso) Messia e interferisce nel lavoro di Dio. La maggioranza delle correnti religiose ebraiche, siano esse chassidiche, pseudomistiche o ultraortodosse modaliste, si sono opposte a questa secolarizzazione della comunità ebraica.[3]

Ci fu una ristretta corrente del pensiero religioso ebraico che si intersecò col sionismo, dando vita al movimento Mizrahi. Questo movimento, secondo l’opinione mia e di molti altri, ha formato il nucleo della successiva sovrapposizione tra nazionalismo e religione nei movimenti dei coloni e nelle organizzazioni di estremisti nazionalisti religiosi in Israele. Prima della crescita di questo movimento, religiosità ebraica e “sionistizzazione” erano completamente separate. L’espansione dei movimenti nazional-religiosi in Israele può essere fatta risalire alla crescita in influenza della Yeshiva Mercaz HaRav a Gerusalemme e all’euforia israeliana in seguito al “miracolo divino” del 1967, che portò all’occupazione di “Giudea e Samaria” (la Cisgiordania) e “alla riunificazione” dell’Israele biblica sotto lo Stato di Israele.

Fino ad allora, il sionismo secolare ha fatto uso della religione per necessità, perché era altrimenti impossibile giustificare la scelta della Palestina come luogo in cui edificare lo Stato senza un collegamento biblico ed anche perché la risposta data dal sionismo e dallo Stato di Israele alla domanda “chi è un ebreo?” – una domanda necessaria per definire la cittadinanza – era la definizione di ebrei come formulata dal giudaismo. Da tempo ho previsto che questi movimenti sarebbero cresciuti e che la loro retorica sarebbe divenuta egemonica come risultato delle pratiche di occupazione e della convergenza tra retorica sionista e retorica religiosa nella giustificazione dell’occupazione di Gerusalemme e della Cisgiordania.[4]

La seconda corrente in contrasto col sionismo è la sinistra ebraica. Alcuni all’interno dei partiti comunisti (in particolare i Bolscevichi russi), consideravano il sionismo un movimento borghese che avrebbe condotto alla separazione dei lavoratori ebrei dalla lotta del proletariato per una società più giusta; per essi, la questione ebraica e l’oppressione di tutte le minoranze poteva risolversi con la fine dello sfruttamento e con la lotta di classe. I bundisti ebrei concepivano l’ebraicità sia in una dimensione religiosa che culturale/nazionale. Essi credevano che la questione ebraica si sarebbe risolta grazie al socialismo, ma che i problemi degli ebrei erano simili a quelli del resto della popolazione russa, e che questi problemi si sarebbero risolti attraverso l’ottenimento dello status legale di minoranza. Essi vedevano il sionismo come un movimento isolazionista che cercava di contribuire alle attività coloniali nel Levante Arabo a non a una soluzione della questione ebraica in Europa.[5]

Nelle province russe, in Polonia e nei Paesi baltici, la sinistra ebraica inquadrata in movimenti e sindacati lasciò crescere alcune correnti sioniste che aspiravano a combinare la liberazione nazionale e di classe attraverso la creazione di colonie socialiste in Palestina. Essi non furono però in grado di risolvere la contraddizione tra ciò che vedevano come liberazione nazionale e di classe e le pratiche di colonizzazione della terra di un altro popolo, rimanendo così prigionieri di questa contraddizione. Il movimento antisionista di sinistra rimase forte per tutto il Ventesimo secolo, poiché il numero degli ebrei nei movimenti di sinistra, comunisti e socialisti d’Europa, inclusa la Francia, era alto rispetto alla proporzione degli ebrei nella popolazione generale. Essi credevano che la soluzione alla questione ebraica risiedesse nel risolvere il problema delle classi sociali in Europa.

Una terza corrente è rappresentata dagli ebrei assimilazionisti composta di liberali, democratici e altre forze non-ideologiche di cui facevano parte il filosofo Hermann Cohen, lo scrittore Karl Kraus e molti altri. Anche lo stesso padre del sionismo, Herzl, era in favore dell’assimilazione prima di assistere al processo Dreyfus in Francia. Molti di essi credevano che la transizione degli europei verso la democrazia liberale avrebbe garantito agli ebrei cittadinanza e integrazione nelle loro società.[6] Era questo il caso della maggioranza degli ebrei tedeschi, francesi e britannici che furono sopresi dal Nazismo rendendoli nuovamente coscienti della loro ebraicità. Le tragiche vicende di persone come Stefan Zweig, forse anche lo stesso Walter Benjamin, ne furono espressioni particolarmente rappresentative. Ma più importanti sono i milioni di ebrei cui nessun scrittore o pensatore dà voce.

Nei lavori in cui Zygmunt Bauman trae alcune lezioni dall’Olocausto, specialmente nel suo Modernità e Olocausto, egli tenta di tenere assieme una posizione generale contro il razzismo, l’estremismo nazionalista e la xenofobia a un’opposizione al trattamento del popolo palestinese da parte di Israele. Nel suo libro Bauman rifiuta la pretesa israeliana di parlare a nome delle vittime e la strumentalizzazione sionista dell’olocausto.[7] Hannah Arendt e altri pensatori lo hanno preceduto con critiche simili che derivavano da una morale universale e dal rifiuto di ogni forma di razzismo, compreso il razzismo ebraico.

Il sionismo ha da allora criticato gli ebrei per essersi fatti ingannare dalle idee socialiste e liberali e dal fallimento delle loro politiche. Gli scrittori sionisti rivendicano il successo del sionismo nell’aver colto l’ideologia dominante dell’epoca, il nazionalismo; i sionisti, una volta una minoranza tra gli ebrei, sono riusciti dove le idee più popolari tra gli ebrei hanno fallito. Secondo la loro visione, il sionismo ha riconosciuto che la soluzione alle questioni etniche non risiedeva nella democrazia liberale o nel socialismo, ma nell’edificazione di uno Stato. Secondo questa visione, il nazismo e l’antisemitismo sono le migliori conferme del fatto che il sionismo sia stata la scelta migliore e che gli assimilazionisti in Germania, Francia e nel resto d’Europa si sbagliavano.

Il dibattito ha fino a ora ignorato la natura di questa “soluzione nazionale” della questione ebraica e la sua natura di progetto coloniale portato avanti a danno di altri, i palestinesi. Al contrario, si continua a riflettere sul sionismo come se fosse una questione europea, interna e soprattutto ebraica.

Come affronterà questi fatti il signor Macron? L’ignoranza non è una scusa per i capi di Stato, soprattutto di uno Stato importante come il suo. Questi dibattiti sono parte della storia della Francia, non solo della Germania. Come dimostra l’esperienza di Herzl, l’antisemitismo francese ha contribuito alla nascita del sionismo. La Francia ha fornito il prototipo di integrazione civile, ma l’antisemitismo ha ciononostante rialzato orrendamente la sua testa durante il caso Dreyfus, “risvegliando” Herzl e facendogli aprire gli occhi su una “realtà” che non aveva mai visto prima: ovvero, che la discriminazione degli ebrei nei Paesi europei era una malattia cronica e incurabile e che gli ebrei sarebbero rimasti degli stranieri in Europa nonostante tutti gli sforzi fatti per essere assimilati.[8]

L’involontario e oggettivo alleato ideologico del sionismo è l’antisemitismo. Il pensatore ebreo Claude Montefiore lo osservò agli inizi del Ventesimo secolo nella sua critica della creazione di una doppia lealtà per gli ebrei.[9] Inoltre, il sionismo sin dalla sua nascita, non solo ha considerato l’antisemitismo una malattia eterna che appesta i popoli dei Paesi dove vivono gli ebrei, ma ha anche plasmato una visione negativa (quasi razzista) dell’ebreo debole, umiliato e reietto che non possiede un carattere e un sentimento nazionale.

antisionismo e antisemitismoIl libro di Herzl descrive lo Stato ebraico dipingendo con tratti dispregiativi gli immigrati ebrei russi in Europa centrale, utilizzando una terminologia che non sarebbe apparsa fuori luogo in un dizionario antisemita.[10] In seguito il sionismo sviluppò il “profilo” dell’ebreo israeliano così sicuro di sé al punto di diventare aggressivo, che lavora la terra e che imbraccia le armi, che riesce a salvarsi dal vittimismo diventando un occupante (un persecutore).

Storicamente, sono stati l’antisemitismo e le ondate persecutorie sofferte dagli ebrei che hanno dato vita al loro progetto. I gruppi ebraici sono stati persuasi a emigrare dai loro Paesi sotto il peso delle diverse ondate di antisemitismo in Europa, che si trattasse delle Centurie Nere in Russia, dei nazisti in Germania o dei razzisti francesi. Ma dopo ogni ondata, erano gli Stati Uniti e non Israele la destinazione preferenziale della maggior parte degli emigranti. Anche quando perseguitati, la maggior parte degli ebrei non divenne sionista. Per essi, il progetto sionista era qualcosa di distinto che cercava di raggiungere degli obiettivi che non avevano niente a che fare con la fine delle loro sofferenze.

È naturale per i non-ebrei non essere sionisti. Il sionismo è un movimento ebraico. Non preoccupa i non-ebrei a meno che non rappresenti una minaccia o comporti idee e pratiche che contraddicano i loro principi. E non ogni intellettuale in disaccordo col sionismo diventa necessariamente ostile o essenzialmente antisionista. Né, certamente, questo comporta posizioni negative nei confronti degli ebrei.

Coloro che odiavano gli ebrei per motivi religiosi, etnici o sociali (le tre fonti dell’antisemitismo), lo facevano ben prima dell’emergere del sionismo. La maggioranza di coloro che erano contrari al sionismo erano ebrei. L’antisemitismo, religioso o sociale, è un fenomeno razzista che esisteva prima del sionismo. Tuttavia, non si tratta più del fenomeno centrale nella vita sociale dell’occidente, e non divenne mai un fenomeno globale, diversamente da quanto Israele ha cercato di sostenere per ragioni politiche.[11]

Non si può affermare che arabi e musulmani del diciannovesimo secolo fossero antisionisti. Non sapevano nemmeno che cosa fosse e il sionismo non significava nulla per loro. Quando l’ostilità nei confronti del sionismo cominciò a crescere in Palestina, questa non era di carattere intellettuale, ma piuttosto si trattava di un’attitudine collettiva di contadini, intellettuali e borghesia nazionale di una popolazione che aveva vissuto in Palestina per secoli e si opponeva alla colonizzazione della propria terra, in particolare dopo aver compreso che si trattava di un progetto politico teso alla creazione di uno Stato risultante dalla Dichiarazione Balfour nel Mandato Britannico.

Allo stesso tempo, la fondazione di uno Stato ebraico in un Paese dove vivevano una maggioranza araba e una piccola minoranza ebraica, poteva solo significare l’espulsione della prima dalla propria terra. La tolleranza era il sentimento prevalente a quel tempo, con ebrei praticanti che vivevano in Palestina da prima del sionismo. Questo è chiaro dati i numerosi quartieri ebraici a Gerusalemme, Hebron, Tiberiade e Safed. Gli arabi non avevano familiarità con l’antisemitismo.

L’impero ottomano e i Paesi arabi hanno vissuto occasionalmente ondate di istigazione e pratiche brutali contro le minoranze religiose, specialmente in tempo di crisi. Tuttavia, si trattava di eccezioni e non della regola.  Non c’erano particolari fenomeni di ostilità antiebraica da potersi definire antisemiti. Bisogna anche ricordare che una delle prime condanne contro gli insediamenti sionisti in Palestina venne dalla comunità ebrea ortodossa di Gerusalemme. Furono i primi a denunciare ideologicamente gli insediamenti sionisti in Palestina in una petizione diretta al Sultano ottomano.[12]

Le posizioni all’interno della comunità ebraica sono cambiate da quando il sionismo è riuscito a fondare uno Stato. Il sionismo rimase un movimento minoritario all’interno dell’ebraismo internazionale fino alla vittoria israeliana nella guerra del 1967, la quale attrasse ampio sostegno per Israele e convinse gli ebrei in tutto il mondo che il progetto era realistico e che non si trattava solo di avventurismo. Ma il più importante cambiamento è avvenuto proprio in Israele. Molti partiti religiosi si sono legati ai servizi forniti dallo Stato, “sionistizzandosi” nella loro partecipazione al nazionalismo israeliano durante la lotta contro gli arabi. La destra e la sinistra israeliana, che avevano solo affinità trascurabili con la sinistra e la destra ebraica prima della fondazione dello Stato ebraico, sono emerse parallelamente al militarismo israeliano e alla vanità del potere, col profilarsi di un conflitto per la definizione del carattere laico o religioso dello Stato.

Herzl appare un laico moderato rispetto alla classe politica di questo Stato. Sosteneva la concessione di eguali diritti civili agli arabi e voleva tenere fuori Gerusalemme e il cosiddetto “Monte del Tempio” per preservare il carattere laico del suo futuro Stato. Ma Israele che occupa tutta Gerusalemme, la Cisgiordania, le Alture del Golan, che assedia Gaza e possiede armamenti nucleari, continua a presentarsi come una vittima e utilizza la memoria dell’Olocausto per rappresentare delle vittime che non hanno mai chiesto questa rappresentanza. Allo stesso tempo taccia di antisemitismo chiunque in occidente critichi le sue politiche.

Le questioni del razzismo e del sionismo si sovrapposero con le politiche internazionali. Il 10 novembre 1975, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 3379 la quale affermava che “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale”. Questa risoluzione fu abrogata dalla risoluzione 46/86 il 16 dicembre 1991, dopo la caduta del comunismo.[13]

In entrambi i casi, pesarono questioni di alleanze internazionali e il passaggio, nell’equilibrio internazionale del potere, da una fase di alleanza tra Paesi neutrali e il campo socialista negli anni Sessanta e Settanta, in cui l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) raggiunse un certo peso, alla rottura di queste alleanze. Il rapporto tra Israele e Stati Uniti ha giocato un ruolo chiave in tutto ciò, ma l’antisemitismo non era in questione ma lo erano le pratiche di Israele nei confronti dei palestinesi sotto occupazione. Questo non è cambiato, si è piuttosto aggravato, con crescenti livelli di razzismo nella stessa Israele, secondo quanto riferito da indagini israeliane di ogni tipo.[14]

La destra estrema di oggi nei Paesi europei, la cui retorica e cultura politica sono in linea col “profilo” dell’antisemitismo, ammira Israele e Netanyahu. L’antisemita è sbalordito nel vedere Israele che costruisce il muro di separazione in Palestina, guarda con stupore le sue politiche verso gli arabi, esempi che l’Europa e l’America dovrebbero seguire, in amore di Putin e Trump e in odio dei musulmani. L’antisemitismo contemporaneo non è antisionismo, ma xenofobia e, in particolare, islamofobia. L’antisemitismo non può essere combattuto ingraziandosi i favori di lobbisti e politici israeliani durante un meeting. Esso ci impone di combattere tutti i tipi di razzismo, che sia diretto contro gli ebrei, i musulmani, i neri o i bianchi.

[1] “Macron announces measures to combat anti-Semitism in France”, France 24, 21 febbraio 2019: https://amp.france24.com/en/20190220-macron-announces-measures-combat-anti-semitism-france-crif-definition-anti-zionism; and Richard Lough, “France’s Macron says anti-Zionism is a form of anti-Semitism”, Reuters, 21 febbraio 2019: https://uk.reuters.com/article/uk-france-antisemitism-idUKKCN1QA1GX

[2] Daniel Bar-Tal and Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict: Representations of Arabs in Israeli Jewish Society(Cambridge: Cambridge University Press, 2009). Mazal Mualem, “Anti-Arab racism becomes tool in Israeli elections”, Al-Monitor,  10 febbraio 2015 at: http://bit.ly/2Udgp5i; Nurit Peled-Elhanan, Palestine in Israeli School Books: Ideology and Propaganda in Education, (New York: I.B. Tauris, 2012); Ben White, Palestinians in Israel: Segregation, Discrimination and Democracy, forward by Haneen Zoabi (London: Pluto Press, 2012),. Ali Abunimah, “Anti-Arab racism and incitement in Israel”, The Electronic Intifada, 30 marzo 2008: http://bit.ly/2IAmS8V;

[3] La posizione degli ebrei ortodossi è ben nota, come anche la formazione del partito antisionista Agudat Israel nel 1912. Non è possibile citare qui i numerosi esempi della forte ostilità che gli ebrei ortodossi provarono verso il sionismo. Ma lo stesso si può dire dell’ebraismo riformista. Posizioni antisioniste apparvero anche prima del Primo Congresso Sionista del 1897, per esempio alla conferenza conservatrice di Francoforte (1845) e alla conferenza rabbinica di Filadelfia (1869) o alla Piattaforma di Pittsburgh (1885) e in una risoluzione approvata durante la prima Conferenza Centrale del Gruppo Riformista (1890).

[4] Azmi Bishara, “Dawwamat ad-Din wa’d-Dawla fi Isra’il”, ad-Dirasat al-Filistiniyya 1:3 (Summer 1990), p. 24 (accessed on 28/02/2019, https://bit.ly/2Eyv7hv).

[5] La sezione ebraica del Partito Comunista Sovietico (Yevsektsiya), ad esempio, adottò una posizione esplicitamente antisionista nel suo sforzo di mobilitare i lavorati ebrei all’interno delle organizzazioni rivoluzionarie, e invocò una soluzione alla “questione ebraica” sulla base della lotta al capitalismo, all’imperialismo e alla discriminazione razziale e religiosa che includeva la lotta ai capitalisti ebrei alleati col sionismo.  

[6] Durante la prima metà del Diciannovesimo secolo, Marx e Bruno Bauer animarono il dibatto su quale fosse la soluzione, la democrazia liberale o il socialismo. Bauer credeva che la cittadinanza in ogni stato democratico europeo fosse sufficiente all’integrazione degli ebrei in quanto cittadini, mentre Marx sosteneva che la società dovesse prima essere liberata del capitale affinché gli ebrei fossero anch’essi liberati.

 

[7] Zygmunt Bauman, Modernity and the Holocaust (Ithaca, N.Y.: Cornell University Press, 1989).

[8] Il caso Dreyfus iniziò nel 1894 quando il Capitano Alfred Dreyfus, un ebreo francese, fu accusato di tradimento sulla base di accuse secondo le quali avrebbe inviato informazioni sensibili in Germania. Il caso divise gli intellettuali e i politici francesi fino al 1906 e portò Herzl a fare della “soluzione al problema ebraico” la sua ossessione. In proposito si veda: Katrin Schultheiss, “The Dreyfus Affair and History,” Journal of The Historical Society, vol. 12, no. 2 (June 2012), pp. 189-203, visitato il 28 febbraio 2019: https://bit.ly/2HaWd0f; “Herzl,” Neue Freie Presse, June 1899, in: Alex Bein, Theodor Herzl: A Biography (New York: Jewish Publication Society of America, 1941).

[9] Geoffrey Alderman, Modern British Jewry, (New York: Clarendon Press of Oxford University Press, 1992) Rev.ed.1998, p. 232.

[10] Theodor Herzl, A Jewish State: An Attempt at a Modern Solution of the Jewish Question (New York: The Maccabaean Publishing Co, 1904), pp. 12-13.

[11] La deputata americana Ilhan Omar è stata oggetto di un’ampia campagna che l’ha accusata di antisemitismo per via di un tweet critico nei confronti di un gruppo di pressione israeliano (AIPAC), una lobby che lavora apertamente ed ufficialmente per influenzare i politici, le cu attività dovrebbero essere oggetto di critiche, anche pesanti se necessario. Nel giro di dodici ore, la leadership del Partito Democratico ha rilasciato un comunicato in cui rimproverava Omar per il suo tweet, per il quale lei stessa si è scusata. Molti repubblicani hanno continuato ad invocare la sua espulsione dalla commissione affari esteri del Congresso. Si veda in proposito: “Muslim Congresswoman Ilhan Omar in anti-Semitism row after criticising pro-Israel politicians” The New Arab, 12 febbraio 2019: http://bit.ly/2EcDYUV; John Bowden, “Omar deletes tweets at center of anti-Semitism controversy”, The Hill, Feb. 26, 2019, https://bit.ly/2Vmwcif ; Sheryl Gay Stolberg, “Ilhan Omar Apologizes for Statements Condemned as Anti-Semitic”, The New York Times, 11 febbraio 2019: https://nyti.ms/2I9ywY3.

[12] Zvi Sobel, Benjamin Beit-Hallahmi (eds.), Tradition, Innovation, Conflict: Jewishness and Judaism in Contemporary Israel, (New York, State University of New York Press, 2012), pp. 5-7.

[13] “United Nations General Assembly Resolution 3379: Elimination of All Forms of Racial Discrimination”, 10 novembre 1975: http://bit.ly/2Tha6QM ; “General Assembly Resolution 46/86, Revocation of Resolution 3379”, 16 dicembre 1991: http://bit.ly/2SYRWDW.

[14] Si veda: “Huquq al-Insan 2016: Tahdidat wa-Furas”, ACRI, 16/12/2016 (accessed on 26/02/2019 at http://bit.ly/2IErryU); Aviram Zino, “Racism in Israel on the Rise”, Ynet News, 12 August 2007, accessed at: http://bit.ly/2Nu0zAH.

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