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“L’animale che mi porto dentro” di Francesco Piccolo. Una recensione

L’ultima opera di Francesco Piccolo, “L’animale che mi porto dentro” (Einaudi 2018), è una macchina narrativa formidabile che, a partire da un processo di autofinzione, raccoglie, racconta, smonta e rimonta molti stereotipi sull’educazione sentimentale del “maschio etero meridionale”.

animale che mi porto dentro

La vicenda è quella di un ragazzo cresciuto nella Caserta degli anni ’70 e di tutti i condizionamenti a cui viene sottoposto nel corso degli anni da parte della famiglia e di gruppi di amici. Si tratta di un percorso di crescita che nel racconto viene trattato seguendone le esperienze più significative, ma da cui il protagonista desidera svincolarsi grazie a un esito intellettuale e professionale molto personale, che coincide con il successo editoriale dell’autore.

Dalla prima parte di quello che appare come un romanzo autobiografico emerge la figura di un adulto cresciuto dovendo superare sconfitte, sentendosi costantemente inadeguato all’ambiente, in perenne lotta con le aspettative del contesto in cui è cresciuto. Il romanzo preleva dalla storia letteraria e cinematografica documenti di diversa natura – scene da film erotici degli anni Settanta, il fumetto erotico, il romanzo d’avventura, brani dall’immancabile Ferrante – posizionandoli in punti strategici, con l’obiettivo di ridefinire, alla luce del suo discorso, il documento o l’episodio appena narrato, per mostrare i processi identificativi su cui si fonda la struttura psichica dell’uomo italiano. In questo senso non si può parlare propriamente di romanzo, quanto piuttosto di opera ibrida fra narrativa e saggistica.

Fino a oltre metà del libro permane una forte ambiguità riguardo l’identità della voce narrante. Ad un certo punto, tuttavia, si assiste all’innesto di una riflessione dell’autore su un saggio critico di una giornalista culturale americana, Elaine Blair, intitolato Great American Losers e pubblicato nella «New York Review of Books». Attraverso questo espediente, con esplicita funzione di mise en abyme, Piccolo ricontestualizza con notevole perizia tutta la prima parte del suo stesso racconto, facendo capire quello che il lettore accorto aveva già intuito, ovvero come tutto ciò che è appena stato raccontato sia una finzione per avvicinare il pubblico femminile, quella porzione maggioritaria di mercato su cui si regge l’industria editoriale oggi:

In occasione dell’uscita di Le particelle elementari di Houellebecq negli Stati Uniti, Elaine Blair ha pubblicato un saggio […] che in Italia è stato tradotto Il nuovo corso dei romanzieri maschi americani – ma la parola «perdenti» ha un significato irrinunciabile. […] Racconta di avere studiato con ostinazione molti nuovi autori e i loro romanzi, e conclude che raccontano per la maggior parte le storie di un maschio che si sente non amato e non amabile, che non si sente all’altezza. Questa condizione, dice la Blair, serve prima di tutto a suscitare risate di comprensione per la predisposizione alla sconfitta; ma più che altro è un tentativo di piacere alle lettrici, che sono la schiacciante maggioranza delle persone che comprano libri. […] In pratica, c’è un racconto diffuso della fragilità del maschio, della non maschilità del maschio, che vuole essere in sintonia con la contemporaneità, certo, ma è soprattutto un tentativo di compiacere le donne che leggono.

La riflessione sul saggio della giornalista culturale americana prosegue per alcune pagine, al termine delle quali capiamo che l’autore ha intenzioni diverse per il proprio romanzo: non intende compiacere le lettrici raccontando una storia di autocommiserazione.

Vi è nella prima parte di quest’opera un episodio di autofinzione in cui il padre dello scrittore tenta di sedurre Maria Corti per favorire la carriera letteraria del figlio. Si tratta di un brano coraggioso dal punto di vista narrativo: lo scrittore sceglie una donna inarrivabile e iconica della cultura italiana del secondo Novecento e la trasforma in un personaggio, allo scopo di completare la caratterizzazione del padre, la cui importanza nella formazione del personaggio Piccolo è centrale. Per noi filologi resiste un’aura sacrale attorno a quel nome, che l’autore viola con una certa brutalità, per piegare il lettore alla logica del suo discorso.

Proprio perché Piccolo costruisce un simulacro di sé a cui fa compiere azioni, fa esprimere pensieri scandalosi, abietti, non preoccupandosi del rischio molto concreto che il lettore scambi autofinzione con autobiografia, emerge come autore a tutto tondo che si confronta con il canone e lo forza a suo piacimento per articolare un suo discorso autonomo e in netta contrapposizione con ciò che un mercato editoriale oggi gli chiederebbe di formulare.

In questo rischio è condensato il valore dell’oggetto narrativo, oltre che nella sua struttura complessa, nella cui sostanza troviamo una nuova enunciazione dell’educazione sentimentale del maschio alla luce di un contesto socioeconomico profondamente mutato rispetto agli anni in cui questa educazione ha avuto luogo.

Si tratta di un’opera molto dura, che non fornisce giustificazioni a buon mercato, che non spiega né fa sconti. Quasi darwiniano, materialista, Piccolo descrive il maschio con l’occhio di un etologo, proprio come Lorenz con l’ochetta Martina, senza falsi moralismi, senza ricercare responsabilità nel trauma individuale, ma facendo ricorso piuttosto a una metafora molto potente, quella del carcere di Ventotene costruito secondo i principi del panopticon di Bentham, un principio che ormai conosciamo come foucaultiano, cioè quello del potere che controlla senza essere visto in modo da bloccare sul nascere qualsiasi devianza.

È il controllo sociale quindi, sostiene Piccolo, che dà forma all’identità maschile, e per il solo fatto di sentire su di sé lo sguardo degli altri maschi, il maschio non riuscirà mai a uscire davvero da questo carcere-panopticon. Si tratta di una riflessione molto importante, che parte da un’impostazione narrativa in cui gli episodi hanno la precisa funzione diegetica di preparare il terreno al saggio sociologico:

L’occhio sociale, dal punto di vista dei maschi, è una versione ancora più estremizzata del panopticon, teorizzato anche da Foucault in Sorvegliare e punire, e cioè è una specie di controllo totale: di tutti su tutti. Non c’è solo lo sguardo di un sorvegliante su tutti gli altri, ogni maschio ha uno sguardo sugli altri e così tutti si controllano a vicenda. Ogni maschio è sorvegliante e detenuto. Ora, anche se tenti di sfuggire al controllo con la scelta di non fissare il tuo sguardo sugli altri, non per questo ti sei liberato dello sguardo degli altri su di te. In questo modo è l’intera comunità che assume il ruolo di controllore. Come dice Foucault: il potere dello sguardo tiene tutti assoggettati, in uno stato di costante osservazione.

Si può dire che in quest’opera Piccolo desideri parlare di un uomo collettivo e non dell’individuo, non di un singolo uomo e della sua personale vicenda, poiché raccontando la vita privata di un uomo la narrazione dell’esperienza individuale rischia di spiegare, includere la violenza nella pratica dei rapporti, e in ultima analisi di giustificarla.

Ritraendo il protagonista come costantemente esposto allo sguardo vigile della propria comunità di riferimento, attraverso questa scelta narrativa di trattare l’uomo dalla prospettiva dell’occhio sociale, del controllo totale in un gioco di sguardi incrociati in cui ogni uomo è sorvegliato e sorvegliante, l’autore costruisce un mondo in cui il sistema delle prassi maschili non viene scalfito da possibili voci devianti isolate. In questo mondo inserisce il suo simulacro, lo fa agire da individuo, gli fa compiere delle scelte. In altre parole, crea un ibrido sociale in cui l’educazione e il controllo collettivo e le scelte dell’individuo non collimano, né entrano in conflitto, ma semmai coesistono, e sono alla radice di una natura duplice, che l’autore lascia emergere sospendendo il giudizio.

È una visione claustrofobica, la cui regola è così ben formulata che può essere applicata al mondo femminile, in cui l’occhio sociale, il sistema di sguardi incrociati chiede alla donna di essere prima figlia, poi moglie, poi madre, poi badante di famiglia, cosicché qualsiasi comportamento deviante attraversa un vaglio spietato e subisce un giudizio a cui per quieto vivere anche le donne finiscono per conformarsi. Piccolo apre la questione della sorveglianza di genere, un meccanismo perverso per cui ogni devianza viene scremata da questo vaglio, impedendo di fatto indipendenza di azione a più soggetti nella società. Come se ne esce?

Lo scrittore sembra suggerire che non vi sia una via d’uscita dallo sguardo giudicante di questa comunità fantasma che si manifesta anche nell’intimità. Non si fatica così a compiere il salto cognitivo verso una comprensione più radicale del fenomeno che oggi chiamiamo femminicidio. Se un intero sistema chiede che sia rispettato un disegno nel comportamento sociale del maschio – e in quello della femmina, aggiungiamo noi – questo disegno è avvallato dalla comunità attraverso un sistema di sguardi, il cui obiettivo è sorvegliare che i rapporti di forza non vengano mai invertiti. Quando i rapporti di forza subiscono delle interferenze, sarà quello stesso sguardo collettivo vigile a spingere perché l’equilibrio venga ristabilito. Il macro-fenomeno del femminicidio si manifesta quindi come scossa tellurica che tenta di ripristinare un equilibrio sbilanciato da nuove prassi sociali, non riuscendoci.

Al contrario, il conflitto già carsico dei generi è esacerbato da questi continui eventi violenti ed è infine risalito a una superficie ormai rizomatica, sfuggente, per cui quello sguardo sociale non attecchisce più nella realtà delle prassi, e risulta straniante, in una parola, incredibile. È oggi infatti “incredibile”, cioè non degno di fede, che un uomo uccida una donna per un abbandono come unica risposta a quella sorveglianza incrociata di cui parla Piccolo nel suo lavoro. Ed è incredibile perché oggi si presta fede ad altre prassi, più evolute, delle quali anche l’autore si fa testimone. Per cui quei soggetti che cedono alla sorveglianza incrociata di genere risultano, in base a questa incredulità, degli involuti, appunto degli animali come quello del titolo. È proprio di questo relitto animale, sopravvissuto negli antri della coscienza maschile, che parla Piccolo. Questo relitto per cui la comunità giudicante di maschi si replica anche in contesti evoluti, quando si esclude che le donne possano occuparsi di, liberarsi da, comandare su un uomo.

Opera raffinatissima nella struttura diegetica, nel sistema di riferimenti, citazioni, associazioni, questo ibrido è destinato ad aprire discussioni sul genere anche in ambiti in cui queste discussioni non sono di casa. Un’opera che alza il livello pur parlando di fisiologia del maschio e della femmina, argomento percepito come volgare o tutt’al più prosaico, eppure attorno a cui ruota la vita sociale e l’identità del genere.

Non c’è alcuna poesia nel raccontare gli impedimenti fisici che attentano alla sessualità del protagonista – la menopausa della moglie, i problemi di erezione –, ed è proprio grazie alla sottrazione di poesia, grazie a una prosa colloquiale e quotidiana che quest’opera espone la quintessenza del maschio, senza alcun timore di cadere nella banalità. Rischia sicuramente la deriva sessista portando al limite l’interazione fra uomo e donna, come nella parte dedicata al rapporto con la proctologa che Piccolo trasforma in un soft porn alla Alvaro Vitali, scherzando quindi senza alcun timore anche con il grottesco.

Tuttavia, attraverso i numerosi rischi che Francesco Piccolo si assume con il suo lavoro culturale, è forse possibile aprire un dialogo fra le parti, sotterrare l’ascia di guerra, ricominciare a parlare di identità di genere senza che intervengano processi alle intenzioni, colpevolizzazioni e in ultima istanza separazioni definitive fra il maschio e la femmina del genere umano, entrambi vittime di processi di sorveglianza.

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