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Il potere della melanconia: “La vita psichica del potere” di Judith Butler

Pubblichiamo un estratto del saggio introduttivo di Federico Zappino a La vita psichica del potere. Teorie del soggetto di Judith Butler, edito da Mimesis e da domani disponibile nelle librerie.

Ci sono parole e testi ai quali si sente il bisogno di rivolgersi, più che ad altri, in tutti quei momenti in cui diventa urgente domandarsi da capo, in modo nuovo e diverso il senso dello stare al mondo e le forme che questo stare può assumere. Le parole di Judith Butler, in particolare in questo momento, in Italia, sembrano assolvere meglio di altre a questo bisogno: a pochi giorni dall’uscita di A chi spetta una buona vita? – frutto della preziosa collaborazione tra la nostra redazione e le edizioni Nottetempo –, di Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità (Laterza) e di Strade che divergono. Ebraicità e critica del sionismo (Raffaello Cortina) viene infatti dato alle stampe un altro libro della teorica politica e queer statunitense, che da domani – 26 giugno – sarà nelle librerie. Si tratta de La vita psichica del potere. Teorie del soggetto, uno dei testi fondamentali di Butler, edito da Mimesis. Il curatore del volume è Federico Zappino, che con Lorenzo Bernini intrattiene un dialogo avvincente (Quale futuro per il soggetto queer?, in appendice al volume), e che firma Il potere della melanconia, il denso saggio introduttivo di cui offriamo un estratto.

Il potere della melanconia di Federico Zappino 

[…] Il potere è una situazione strategica complessa, che produce effetti, in una società data; non è un caso, infatti, che secondo Foucault il modo più adeguato per comprendere il potere consistesse nell’analisi dei suoi effetti “produttivi”. Il potere produce identità, comportamenti, modi di vivere e di pensare, regimi di verità e falsità, i corpi stessi, le relazioni stesse; esso, inoltre, non è soltanto una forza produttiva, ma anche il principio euristico che consente di conferire intelligibilità alle stesse pratiche e alle stesse relazioni di potere. […] Il soggetto, a sua volta, non solo è prodotto dal potere, ma bensì dipende da quel potere: se vuole esistere socialmente (e su questa volontà, come Butler lascerà intendere, si può deliberare assai meno di quanto si potrebbe pensare) deve attaccarsi a esso e, soprattutto, incorporarlo. Questa incorporazione del potere da parte dei soggetti opera dunque nei termini di un’obbedienza preventiva, informando anche i tentativi e le strategie di opposizione al potere.

[…]

E dunque, quale statuto sociale ha la psiche dei soggetti e quale statuto psichico ha la socialità di questo potere?
Butler sonda questo circuito in cui il sociale e lo psichico sconfinano in maniera reiterata l’uno nell’altro, si compenetrano, si contaminano, consentono l’uno l’esistenza dell’altro. Con quello che si potrebbe definire l’obiettivo implicito di de-psicologizzare e di ri-socializzare alcuni  fenomeni costitutivi dell’assoggettamento e della soggettivazione, quali l’“attaccamento appassionato” dei soggetti alla materialità – molteplice e mutevole – della propria oppressione, o la “cattiva coscienza” che si manifesta nel momento in cui da quella oppressione tentano di affrancarsi, Butler rivisita questi concetti attraverso una lettura della dialettica servo-padrone della Fenomenologia dello spirito di Hegel (CAP. I), così come attraverso una analisi di alcune sezioni della Genealogia della morale di Nietzsche, orientata a mettere in risalto la relazione di mutua complicità tra il potere e gli imperativi morali (CAP. II). Il servo, in Hegel, è appassionatamente attaccato al padrone poiché è questo che gli conferisce un’identità, una possibilità di esistenza sociale. Poco importa che questa esistenza consista in realtà in una sudditanza: mediante la ripetizione del lavoro, il servo assume il potere di cui è intrisa la relazione con il padrone (“il lavoro forma”, scrive Hegel), e lo fa anzitutto incorporandolo. Il corpo del servo, infatti, diventa il corpo del padrone: attraverso l’utilizzo del proprio corpo il servo provvede alla sussistenza materiale della vita del padrone, tanto che quest’ultimo cessa di esistere come corpo, cessa di preoccuparsi per le questioni del corpo, ma cionondimeno permane nella psiche del servo, sotto forma di coscienza. Di conseguenza, quando il servo tenta di liberarsi dal potere, ossia dalla relazione di soggezione al padrone, incorre nell’auto-attribuzione della colpa, per via del fatto che quel tentativo di liberazione coincide nientemeno che con un tentativo di liberazione dalla propria identità, dalla propria esistenza sociale, da ciò che fino a quel momento lo ha mantenuto in vita. L’auto-attribuzione della colpa (o cattiva coscienza) è ciò che propriamente induce il soggetto a ritornare sui binari sicuri della relazione assoggettante e al contempo soggettivante dietro l’auto-esortazione ingannevole all’assunzione delle “proprie” responsabilità; liberarsi da quella relazione, per il servo e per il soggetto, significherebbe esporsi alla contingenza, ed esporsi alla contingenza prevede anche la possibilità di morire. È dunque in seno a questa paura di morire – il “timore assoluto” di perdere tutto, di perdere se stessi – che si origina la riflessività, la torsione rimproverante (violenta, estrema) dell’io su se stesso, la creazione di una prospettiva interna dalla quale il soggetto possa esprimere un giudizio su di sé. La creazione – come sostiene Nietzsche – della morale.

A questa de-psicologizzazione dell’attaccamento e della cattiva coscienza fa poi da contraltare il tentativo di Butler di sottrarre a un dominio strettamente foucaultiano la produzione discorsiva e linguistica del potere: nel CAP. IV, infatti, ella propone di considerarla alla luce della teoria (strutturalista) dell’“interpellazione”, sostenuta da Althusser nel testo Ideologia e apparati ideologici di stato, la quale si presta meglio a una critica psicoanalitica. La teoria di Althusser è ben sintetizzata dall’esempio a cui il filosofo stesso ricorre per illustrarla: un passante, nel voltarsi al rimprovero di un poliziotto in mezzo alla strada (“Ehi, tu, laggiù!”), si attacca appassionatamente ai termini con i quali viene interpellato, interiorizzandoli. Eppure, si domanda Butler, quel richiamo da parte dell’autorità (la legge, lo stato) è sufficiente a forgiare un’identità, e dunque un soggetto? Questo voltarsi del soggetto althusseriano alla voce dell’autorità interpellante, non lascia forse ravvisare la sedimentazione di una “attesa desiderante”, una certa propensione del soggetto a voltarsi, a torcersi, anche fisicamente, al richiamo dell’autorità? Detto altrimenti, non rende forse manifesta la presenza di una coscienza già costituitasi, la cui costituzione richiede di essere sondata anche al di fuori dello studio dello psicoanalista? La densità del riferimento alla coscienza da parte di Althusser, scrive in questo senso Butler, sarebbe stata infatti sottostimata dai filosofi politici, al prezzo però di una comprensione non esaustiva del modo in cui – in questo caso, in Althusser – opera nientemeno che l’ideologia, ossia uno dei concetti centrali per la comprensione del potere.

[…] Come considerare, dunque, questo movimento del soggetto (che è sempre, o quasi, anche un cittadino), questo suo voltarsi riflessivo in seguito al rimprovero? Come andare oltre il modello dell’interiorizzazione della norma, che prevede appunto la già avvenuta costituzione di un’interiorità del soggetto e di una esteriorità da esso? Secondo Butler questo voltarsi del soggetto al richiamo disciplinante della legge è qualcosa di cui il soggetto ha già esperienza, poiché è proprio in un voltarsi, in un torcersi, che consiste la sua coscienza. È questo il momento in cui Judith Butler attorciglia dunque il filo del suo discorso attorno a un concetto importante della psicoanalisi, nel tentativo di socializzarlo: la melanconia (CAP. V e VI), l’umore saturnino che gli antichi greci attribuivano all’uomo di genio, la “bile nera” (μελαγχολία, da μέλας, nero, e χολή, bile) poi al centro dell’attenzione di Freud – e anche di Foucault. Ed è nella melanconia che, secondo Butler, andrebbe rintracciata l’origine ontologica dell’emersione, tropologica, di ogni soggetto.

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