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La terra dell’abbondanza

Un reportage a cura di Sandro Montefusco, ricercatore all’Università di California, San Diego. Gli scatti rientrano in un progetto etnografico che l’autore ha realizzato attorno al rapporto tra gli homeless e il territorio californiano.

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Nel 1939 John Steinbeck scrisse The Grapes of Wrath (Furore, Bompiani, 1940), prendendo spunto da una serie di articoli del San Francisco News sulle condizioni di vita di una popolazione che, attratta da offerte di lavoro, aveva abbandonato le grandi pianure del Midwest per raggiungere la California. È in questo scenario che John Steinbeck inserì il viaggio di Tom Joad e famiglia, costretti a lasciare l’Oklahoma ricoperto dalle tempeste di polvere e percorrere su un autocarro la Route 66 per raggiungere finalmente la terra del latte e del miele. Ma di quel sogno nulla, soltanto lavori sottopagati e amara rassegnazione. Arrivarono poi le riforme di Roosvelt, il secondo conflitto mondiale e la crescita del dopoguerra, rafforzando economicamente la regione che oggi tutti conosciamo. Insieme alle spiagge infinite, alla bellezza delle palme e dei viali e delle onde dei surfisti, la California è anche l’odore acre dei senzatetto, l’arrancare silenzioso di questo esercito d’invisibili che colonizzano porticati e parchi, trascinano carrelli pieni di buste. Riposano tra i sedili degli autobus o nelle tendopoli sotto gli imponenti ponti delle freeway. Aspettano una nuova disperata notte nella terra dell’abbondanza.

Camminando nell’East Village di San Diego

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Michael McConnel, avvocato e filantropo, da anni conduce numerose lotte per i diritti e l’assistenza dei senzatetto e, tenta di spingere le reti governative ad attuare politiche di assistenza e sensibilizzazione. Sarà Michael ad accompagnarmi nell’East Village. Ci incontriamo sulla decima strada tra il Petco Park e la Central Library. È qui che storicamente si concentra il maggior numero di senzatetto e dove operano diverse associazione per la distribuzione di acqua, pasti, indumenti, servizi igienici. A ridosso della Library c’è una fila composta che aspetta la distribuzione di cibo e beni di prima necessità. L’aria sembra serena. Diverse persone riconoscono McConnell, si raccontano, discutono delle ultime vicende. A meno di un isolato dalla Central Library c’è l’ingresso dell’Interstate 5, la principale arteria di collegamento tra il Nord e il Sud della California. Qui trovano posto una ventina tra tende e teloni arrangiati. Michael inizia a parlare con diverse persone quando la discussione si accende e Jim fa delle smorfie di dolore e lacrime. Dice che avrebbe bisogno di assistenza sanitaria per i suoi problemi di stomaco. È amareggiato – come tutti gli altri senzatetto – per le ultime retate della polizia che obbligano lo sgombero. Jim non vuole lasciare quel posto. Lo tiene pulito e ordinato, cura le piante. Poche settimane fa, proprio mentre tutta la popolazione di San Diego veniva informata mediante smartphone dell’imminente tempesta causata dal “El Nino”, la polizia aveva ordinato lo sgombro delle tende e dei rifugi. Un episodio che ha creato malcontento e rabbia tra i senzatetto che hanno dovuto riorganizzare tutte le loro cose poco prima dell’inizio delle violenti piogge. L’intera area è stata tappezzata di manifesti riportanti le date orientative in cui verrà effettuata la pulizia delle strade. In passato, ci racconta Michael, queste operazioni erano eseguite in zone alterne per dare la possibilità ai senzatetto di potersi spostare. Ciò significa che i pochi beni delle persone assenti verranno caricati sui camion o spazzati dagli idranti. Ansia e preoccupazione, pertanto, si aggiungono a persone già emotivamente e fisicamente fragili.

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«La California tutta» mi spiega Michael «sembra essere vittima e carnefice di questo fenomeno. È il suo stesso livello economico che facilita la “sconfitta”. Molti dei senzatetto sono già residenti in California, dimostrando che sono fattori interni a essere critici e scatenanti». Tuttavia i sussidi mensili, la distribuzione di cibo, un clima favorevole e tante piccole associazioni, riescono a garantire un minimo livello di assistenzialismo, facilitando la “sopravvivenza”. Non mancano, inoltre, le donazioni private per il finanziamento di centri di assistenza che hanno finora svolto un ruolo fondamentale nel contenere il problema.

Una delle realtà più forti è il St. Vincent de Paul Village che ospita centinaia di residenti riuscendo a fornire un migliaio di pasti al giorno. È capace di integrare numerosissimi volontari con personale qualificato. Critiche sono però state mosse sui costi e le donazioni. In riguardo i responsabili hanno espresso la volontà di costruire un centro che, oltre ad essere funzionale, sia anche esteticamente gradevole. La bellezza è un valore che restituisce anche una maggiore dignità alle attività svolte e alle persone che risiedono. Critica ancora più veemente è rivolta ai metodi di selezione delle persone. Con risorse e posti letto limitati, sostengono i responsabili, bisogna dare priorità a chi mostra volontà di cambiamento e capire chi è veramente motivato a uscire da questa situazione di marginalità. Tutto ciò, mi fa notare Michael, crea un’ulteriore classe di esclusi tra gli esclusi. Mi spiega che molti tentativi hanno fallito proprio per provare ad imporre delle strutture organizzative rigide a persone che, per svariate ragioni, erano completamente disabituati alle regole: abitudini insostenibili o astinenze insuperabili per fisici e menti segnati da anni di strada.

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«Quello che manca veramente» continua Michael, «sono politiche sociali in grado di aiutare le persone a rischio prima che finiscano in strada. È molto più semplice assisterli come senzatetto che attuare delle politiche in grado di prevenire il fenomeno. Sono anni che si discute in tutta la California e nello stato di New York l’aumento del salario minimo portandolo in pochi anni a quindici dollari l’ora. Purtroppo restano solo amare promesse». Sebbene vi sia una sostanziale diminuzione del numero di senzatetto rispetto al picco degli anni Ottanta, il dato che spaventa è la diminuzione dell’età media delle persone che vivono in strada. In passato il grande dramma era rappresentato dai tantissimi veterani di guerra tornati a casa con danni fisici e/o disordini mentali che avevano contribuito a distruggere relazioni sociali e sentimentali, rendendo difficilissimo un reinserimento in una vita “normale”. Lasciamo agli addetti ai lavori le ragioni che contribuiscono ogni giorno ad alimentare una generazione di ragazzi che si sentono già sconfitti negli Stati Uniti d’America.

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Sono sul cancello del St Vincent de Paul Village parlando con un agente di sicurezza quando un donna anziana entra accompagnando una bambina all’ingresso e avvertendo con calma serafica che “c’è un uomo a terra”. L’agente sfila i suoi guanti neri dalla cintura e si avvia al marciapiede dove un uomo di colore è disteso con la schiena poggiata al muro. È immobile con improvvisi spasmi del busto. Attorno “figuranti” di questo drammatico teatro svolgono la loro vita. Un uomo sulla sedia a rotelle continua la lettura del suo libro. Altri ragazzi all’angolo spacciano, una donna dice a telefono che deve cambiare zona per il suo business perché ora arriva la polizia. Poco più avanti si sentono continui colpi di tosse. Solo alcune donne con dei passeggini si fermano prima dell’angolo per impedire ai loro bambini di vedere la scena.

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Anch’io attraverso la strada e vedo che l’uomo è vicino al suo vomito, ha bava alla bocca, occhiali scuri che impediscono di vedere gli occhi, un capellino con visiera. L’agente gli fa delle domande ma nessuna risposta. Qualcuno sorridendo dice: «Ha mangiato troppo». Mi scuotono i movimenti che questi “figuranti” compiono come le scene ripetute di una scaletta. Qualcuno prova a muovergli le braccia ma solo alcuni spasmi e rantoli. Arriva la camionetta dei vigli del fuoco, deputati anche a questi interventi. Elettrocardiogramma al volo, chiamata una successiva ambulanza. Di corsa esce un uomo e fa una siringa, probabilmente adrenalina, caricano l’uomo sulla camionetta. Sulla strada adiacente passa il mezzo commerciale per ricordare che sta per iniziare la gara tra San Diego Padres contro i Los Angeles Dogders. Dal parcheggio di fronte a passo svelto le persone si dirigono verso lo stadio. C’è il sole e sta per iniziare la prima partita della stagione. Ma dal lato del St Vincent de Paul Village, nessuno ha fretta. La vita e la morte scorrono lente.

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A pochi metri dall’ingresso della Interstate 5 c’è la tenda dove vive Miguel. Mi chiede di scattargli una foto. È a dorso nudo con un paio di jeans e un capellino con visiera con la scritta California. Sul petto ha un tatuaggio sbiadito con le famose iniziali della città di Los Angeles. Ci scambiamo l’amicizia su facebook. (Il giorno dopo la imposterà come foto profilo scrivendo: «Così io vivo la grande libertà di questo Paese. La libertà è un mio diritto negli U.S.A»).

Miguel viene dal Nayarit, Messico. Ancora adolescente andò nell’area metropolitana di Los Angeles. Mi mostra foto di pochi anni prima quando con la sua famiglia festeggiano il Natale in Messico. Sono scene di armonia, vicini ad un albero di Natale con luci, vestiti puliti e sorrisi in famiglia. Non parla volentieri del suo Paese, anche se acquista un tono deciso quando, pur mostrando messaggi di affetto di alcuni cugini, dice che la sua libertà in America non ha prezzo. Ha trascorso molto tempo nel Pacifico a bordo di pescherecci. Mesi interi nell’oceano toccando terra saltuariamente nelle isole di Honolulu e di Hawaii. La sua paga era in relazione al pescato. Viaggiava portando con se l’attrezzatura necessaria, anche delle lame affilate simili a sciabole con cui lavorava il pesce.

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Una vita da schiavi con rapporti duri sia con i proprietari dei pescherecci sia con gli acquirenti. Nell’isola delle Hawaii, dormiva in prossimilità di un sottopasssaggio. Una sera ci furono scontri, gli rubarono lo zaino. La polizia nel portare ordine sgombrò tutti i ragazzi che dormivano vicino al porto e sequestrarono chiaramente anche la sua attrezzatura e le “sciabole” con cui lavorava. E per chi non ha voglia né la forza di fare programmi o di insistere, non è difficle trovare qualcuno che lo “caccia” dall’isola. Miguel farà ritorno proprio a San Diego e dopo poco eccolo in una tenda in prossimità dell’ingresso dell’Interstate 5. È preoccupato quando parla delle droghe che ha iniziato ad assumere regolarmente. Fa uso costante di metanfetamine, ma dice che la loro qualità è molto bassa e inizia ad essere consapevole dei loro effetti in termini di crisi di ansia, paranoie, insonnia. Promette che se Trump dovesse vincere le elezioni, smetterà di drogarsi….

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Con Brian riesco a scambiare solo poche parole. È stato un Marines, alle spalle diversi anni in Iraq e un periodo in Afghanistan. Il suo ritorno, come quello di molti altri suoi compagni, è difficilissimo. «Non abbiamo visto i nostri figli crescere, né speranza di reinserimento, né carriera nell’esercito. Per molti di noi ogni giorno è un’altra guerra, lenta, impossibile». Non riesco a fare domande, Brian è un fiume in piena, dopo aver letto dell’ennesimo suicidio di un veterano. «L’Iraq era un inferno, ma sono tornato a casa dritto sul mio culo ma per mesi non ho chiuso occhio. So cosa significa non dormire la notte, non essere in grado di svolgere un lavoro. L’unica cosa che sanno darti sono farmaci per dormire».

San Diego è la contea con il più alto numero di veterani. Le Statistiche sono drammatiche e in ogni angolo della downtown è facile vederli chiedere aiuto con in mano le fotografie delle loro divise, della bandiera o con una scarna scritta su di un cartone. Molti riescono a trovare assistenza in centri permanenti per veterani ma in strada se ne vedono ancora molti. Altri invisibili.

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Mentre l’ora si fa tarda e il tramonto colora di rosso la città, un flusso costante di persone migra verso l’East Village. È un vero e proprio organizzarsi in piccoli gruppi che parlano, scambiano materiali, organizzano, fumano insieme: una piccola rete di solidarietà. Qualche volontario sta ancora distribuendo gli ultimi vestiti e coperte: dopo il tramonto, inizia un vento freddo e qualche indumento in più fa sempre comodo. Nel silenzio del crepuscolo è più facile sentire chi parla da solo, i colpi di tosse, il rumore delle buste. Il parcheggio dei bus è vuoto, ancora più facile vedere le file di tende, i carrelli che trovano posizione, i movimenti innaturali di chi trascina il proprio corpo in un angolo sulla dodicesima strada. Una nuova notte sotto le stelle, nella terra dell’abbondanza.

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