Librillule

La pantera sotto il letto

“La pantera sotto il letto” è uscito per la casa editrice Orecchio Acerbo nel marzo 2015. Il testo è di Andrea Bajani, le illustrazioni di Mara Cerri.


Il libro ruota attorno a coppie antitetiche: il sopra e il sotto, il dentro e il fuori, ma soprattutto il buio e la luce e l’infanzia e la maturità. E alla fine, sfuma tutte queste dualità in una sintesi che non è più opposizione ma processo metamorfico: come l’alba, momento di snodo che scioglie la notte nel giorno.

La copertina lo dice subito. L’illustrazione ritrae una bambina che dorme: pelle rosa, lenzuola bianche, attorno il buio, sotto il letto una pantera addormentata. Questa è l’immagine che idealmente potrebbe porsi a chiusura del testo. Il nero e il rosa, la bestia e la bambina, la quiete che avvolge la stanza.

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Per arrivare a quella dolce e pacifica stasi la bambina ha attraversato una notte piena e intensa.
È venerdì e col suo papà va in montagna, in una casa conosciuta solo dagli alberi e dagli uccelli.

Poi arriva la notte che prende la casa e la mette in un sacco.
La bambina ha paura che insieme alla casa la notte prenda anche lei.
Per questo non vuole uscire dalla sua stanza, neanche per fare la pipì.
Per questo sotto il letto ha nascosto una vecchia padella.
Se la pipì le busserà sulla pancia, è nella padella che lei la friggerà.

Il buio resterà così fuori di casa, insieme alle cose che fanno paura.
Insieme agli uccelli e agli alberi, che non riescono a dormire.
E insieme a quegli animali che di giorno non si fanno vedere.

Quella bambina è una bambina qualunque.
Quella bambina potresti essere tu.

Ed eccola. La figura della bambina di cui non sapremo mai il nome – potrebbe essere chiunque di noi –, occupa tutta la pagina destra del libro. Ritratta per tre quarti, fissa il lettore, immobile, nel vento. La pelle candida, le guance rosse, in cannottiera e mutande, ma con lo sguardo fiero e quasi sfrontato: colpisce lo iato fra l’ardire dello sguardo – degno di una tuta da supereroe – e la biancheria intima che la copre. Sotto braccio, dove dovrebbe stare una tavola da surf per entrare dentro il mare, una padella.
È nuda, di fatto. È vulnerabile: lì, nel buio, in mutande, con la sua padella.
Ma entra nel mare abitato da stelle danzanti, nel viaggio più duro che c’è, con la stessa grinta con cui si metterebbe a giocare con le onde.

Tu che entri dentro la notte come si entra dentro il mare.

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La padella è l’oggetto magico che, in accordo con il padre, la bimba tiene sotto il letto durante la notte: nel caso in cui le scappasse la pipì, per evitare di attraversare la casa mangiata dal buio, potrà farla lì.
La camera da letto è un universo a sè stante: i due letti “pronti per volare” sono due astronavi, fra questi è posizionato un mappamondo e in mezzo alla stanza, in alto, un lampadario tondo e bianco pare simboleggiare la luna.
Il cielo che li sovrasta diventa un mare di buio, la bimba non riesce a dormire. Compaiono le stelle, e la luna.
Arriva anche la paura.

In tutto il libro il mare viene usato come metafora del cielo buio, esplicitamente – nel testo – o implicitamente – nelle illustrazioni.
Archetipicamente il mare, enorme e profonda distesa d’acqua, è simbolo dell’inconscio: l’acqua nera e profonda è l’ombra che va attraversata e fatta propria per arrivare ad essere sè.
L’acqua è anche l’elemento femminile per eccellenza— uterina e amniotica, culla annientando il peso della materia— e nel libro sembra fare le veci della madre, altrimenti assente.

Attraversare il mare, sfidandone gli abissi, l’apnea, la solitudine e la paura, confidando solo nella dolcezza del dondolìo, è quindi un movimento da compiere necessariamente per arrivare alla maturità.
Il mare è governato dalla luna che lo fa respirare: cresce e decresce seguendo i suoi cicli.
E la bimba, come prima cosa, quando si trova nel buio prova a prendere la luna con le mani, sicura che stretta alla luna potrebbe riuscire a governare il buio, l’ombra, il mare oscuro. Ma la luna non è ancora superamento, la luna riflette una luce solare non sua: non la produce, quindi non può essere attivo motore di trasformazione di sè.
Infatti la bambina immediatamente capisce che l’unica cosa che può fare è lasciarsi andare, che non ci sono scappatoie, che ci si può solo abbandonare piano e con fiducia, sicuri che poi si starà meglio: come quando facciamo la pipì.

Vorresti provare a prendere la notte con le mani
per sentire se è più grande della tua paura.
Ma dentro la notte ci si può soltanto andare.
Ed è questo che devi fare, quando ti scappa la pipì.

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Ad occupare tutto lo spazio che c’è, invadendolo di nero, arriva finalmente lei, la Pantera.
È tutt’uno col buio, gigante, non entra nemmeno tutta nelle due paginone.
È sotto il letto, vicina alla padella.
La bimba si alza, deve fare pipì. Prende la padella, si accovaccia. Si lascia andare, la pipì riempie il contenitore.
Solo quando escono nell’abbandono le paure possono essere guardate in faccia.
E la pantera e la bambina si incontrano: due sequenze orizzontali e cinetiche, squarci nel bianco. La bimba che si accovaccia e guarda in basso e poi alza lo sguardo e spalanca lo sguardo nel giallo degli occhi del felino.
Il giallo è il colore che unisce la bestia e la pipì.

La tua paura è un animale che ti gira attorno
Ti insegna cos’è il buio e come devi accarezzarla.

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Il padre invece non ha paura: lui per fare la pipì, di notte, accende la lampadina, esce dalla stanza e va in bagno.

Perchè i grandi conoscono la notte
sanno accendere e spegnere le lampadine
ma dentro il buio non ci sanno andare

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La bimba ha guardato la pantera, le è entrata negli occhi, si è abbandonata all’incontro con l’ombra e ora la bestia le sta vicino, mentre il padre pensa che per muoversi nel sia sufficiente accendere una lampadina. Ma c’è molto di più.
Fra tutto il “di più” che sta dietro a questo albo mi è arrivato l’eco di Nietzsche, il quale peraltro ne La nascita della Tragedia descrive il carro di Dioniso trainato da due felini: una pantera e una tigre.
Più di ogni altra cosa, a portarmi a Nietzsche è stato il gioco con la luce che domina tutto il libro. La bambina teme il buio perché ne conosce la fame: sa che il buio mangia tutto, che abita uno spazio “altro”, quello degli alberi e delle bestie, ma che lo spazio che invade è luogo di possibilità e di potenza, è “un posto grande da riempire”. È il caos da penetrare per giocarci e, giocandoci, dargli ordine. Un ordine anarchico, non imposto ma scelto, una sistemazione continuamente in divenire, una stella danzante. E infatti la bimba apre la porta della camera e scivola in un immenso mare nero con la pantera che la sostiene, abbracciandola, da dietro. La loro è una danza armonica e liberatoria che consente alla bambina di arrivare dove la paura dei grandi “non sa andare”.

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I “grandi” mascherano il buio accendendo una lampadina. La luce della lampadina è accecante, violenta, netta. L’acqua è anche l’elemento femminile per eccellenza – uterina e amniotica, culla annientando il peso della materia – e nel libro sembra fare le veci della madre, altrimenti assente. la luce che, sempre seguendo la scia di Nietzsche, si potrebbe definire “apollinea”: è quella cartesiana, che definisce i contorni, illumina ed annienta le ombre, violenta le oscurità, abbaglia. È la luce maschile.
La bimba invece si muove, pur spaventata, in una dimensione nera, opaca, caotica, incerta, potente e potenziale: nel buio dell’incontro pacificato con le proprie paure più scure. Nel cielo che accoglie le stelle che danzano nel caos, perché non hanno bisogno di una sintesi, di una nitidezza, ma soltanto di pura potenza capace di determinare la nascita di un nuovo essere.
Il ballo con la pantera nel buio porta al sonno, dolce, di una bambina che ha conosciuto sé stessa aprendosi al terrorizzante caos dell’esistenza.
Si addormenta di fianco a suo padre e le posizioni dei due sono opposte: lui è supino, lei rannicchiata.
Intanto c’è l’alba che arriva, con la sua luce sfumata che mescola il buio che ci lasciamo alle spalle e la luce che sappiamo che arriverà, mentre la casa viene invasa dal giallo del sole che sorge.

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