La legge morale sopra il romanzo – Per legge superiore di Giorgio Fontana

Vado, professore”, disse. “Grazie per la chiacchierata”. Cattaneo lo guardò dall’alto in basso, senza nulla sul viso. “Non c’è di che. In fondo non ho detto niente di utile”. “Forse dovevo solo sfogarmi”.

Sì, lo so: cominciare un recensione con questa citazione è un colpo basso. Ma non ho resistito alla tentazione. Che poi, non credo che Per legge superiore (Sellerio 2011) sia un brutto libro: solo, non è stato all’altezza delle mie aspettative (errore mio, quindi). Avevo già letto alcune recensioni molto positive: qui, per esempio, e qui (i diritti del libro, tra l’altro sono già stati acquistati dalla francese Editions du Seuil e dalla tedesca Nagel & Kimche). E avevo già letto La velocità del buio (Zona 2011), che mi era piaciuto molto. Perciò da questo romanzo di Giorgio Fontana, il terzo della sua carriera di scrittore, mi aspettavo qualcosa in più.

A partire dalla trama: un magistrato ormai ultrasessantenne, prossimo ad un avanzamento di carriera che ne consacrerebbe la tranquillità professionale e familiare, si fa coinvolgere da una poco convincente giornalista freelance dell’innocenza di un tunisino, Khaled, accusato di aggressione, e la segue per le vie di Milano (una Milano che emerge sotto forma di odori e rumori, ed è la cosa più bella del libro) alla ricerca di non si sa cosa: nel senso che non lo capiamo noi, né tantomeno lui. Forse la giornalista sì, ma non è chiaro. Khaled è innocente, sostiene lei, e Doni le crede, anche se continua a dubitare dell’opportunità di sovvertire le regole – la legge – in nome della giustizia.

La scarsa verosimiglianza della trama è peggiorata da alcuni personaggi un po’ scontati (la figlia dottoranda all’estero che mal digerisce la “borghesità” del padre, la moglie eterea, bellissima ma esterna al travaglio interiore del marito, un fratello minore da sempre diverso e un po’ scapestrato, un collega meridionale e pressappochista). La cosa che mi è piaciuta di meno in assoluto è l’insistenza sull’infelice motto di Doni, ripetuto più volte come un mantra: “Eccezioni sempre, errori mai”. Da vero duro del west, cosa che lo stesso magistrato non è, ne vuole dimostrare di essere. Mah. L’impressione complessiva è che Fontana abbia una sensibilità rara, la quale però non riesce a trovare il suo spazio all’interno di una trama che gli sta stretta, banale forse, che non permette voli, distacchi, aperture. Che l’autore riesca meglio quando descrive le sensazioni visive e olfattive del suo personaggio, in una Milano suo malgrado coinvolta dalla primavera, ma decide di scrivere un romanzo impegnato sul rapporto problematico, inconciliabile, tra legge e giustizia. Mi viene in mente Dostoevskij, ma me lo faccio passare subito.

Invertendo l’epitaffio kantiano, Fontana si occupa della legge morale sopra di lui (anche fisicamente: i chiodi nelle lastre di marmo del Palazzo di Giustizia assurgono a emblema di una giustizia puntellata a stento) soffocando il cielo stellato che ha dentro. Così le metafore diventano scontate, i dialoghi poco credibili e stereotipati, i personaggi poco coinvolgenti. Fontana è bravo, ma non ha trovato il modo giusto per dimostrarlo. Rimane ancorato a ritmi e aggettivi elementari, in passaggi come questo:

“La casa di Cattaneo era lontana dal centro, sperduta sul limitare di un colle distante, una piccola villa in mattoni rossi con recinto attorno. Doni parcheggiò sulla ghiaia e scese. La pioggia si era fatta più fitta, e il freddo acuto (…)”

Le intuizioni buone sembrano staccate dal flusso del racconto, come se fossero state concepite a parte e giustapposte in un secondo momento nei passaggi ritenuti più capaci di accoglierle. Elena, la giornalista, è un personaggio talmente naif che non è chiaro come un uomo di giudizio (perdonate il gioco di parole) riesca a farsi affascinare dalla sua tesi – perché, del resto, di altri tipi di fascino la giovane non sembra essere portatrice – e l’iterazione del nome di Doni a volte risulta quasi fastidiosa:

“Mentre aspettava l’apertura pomeridiana, Doni prese il terzo caffè in un bar lungo una via laterale. A quell’ora era quasi vuoto. Doni si sedette all’aperto, su un tavolino di marmo e ferro battuto, e si domandò come sarebbe stata la sua vita in pensione, la vita così: fieri di aver terminato il proprio compito nel mondo: il mezzo equiparato al fine.

“È il suo quotidiano?” gli chiese un ragazzo. Doni si accorse che sull’altra sedia del tavolino c’era una copia del “Corriere della sera”.

“No”, disse Doni.

“Posso prenderlo?”

“Prego”.

Doni lo guardò per un istante e poi, senza pensarci, chiuse gli occhi e ascoltò i rumori della giornata: il frusciare del giornale nelle mani del ragazzo, il tintinnare di bicchieri e posate, un vecchio che tossiva nel pugno chiuso. L’intera città un semplice episodio sonoro, la ballata impeccabile che Milano gli regalava.

La chiusura di questo passaggio è a mio avviso una delle trovate più belle del romanzo – una delle “perle” incastonate qua e là cui accennavo prima – assieme a quella finale sulla frase “Fiat iustitia ne pereat mundus”, incisa sulla facciata posteriore del Palazzo di Giustizia, frutto di una correzione di epoca fascista mai ripristinata che l’ha sostituita all’originale “Fiat iustitia et pereat mundus”: un conflitto fra télos e praxis, che è il fil rouge di tutto il romanzo.

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