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La gioia di un incontro: su “Appuntamento a Positano” di Goliarda Sapienza

Ritorno su “Appuntamento a Positano” di Goliarda Sapienza, scomparsa quasi vent’anni fa e ancora da riscoprire come merita.

Foto di Simona Ghizzoni

Foto di Simona Ghizzoni

Di recente su Rai5 è stato trasmesso in prima serata I grandi della letteratura italiana, un programma realizzato con la supervisione di Carlo Ossola, Gabriele Pedullà e Luca Serianni, dedicato a venti autori della nostra letteratura dalle origini fino al Novecento, raccontandone la vita, i luoghi e le opere. Unica donna del gruppo: Elsa Morante. Se da un lato è di certo imprescindibile riservare una puntata, seppur riduttiva, a Morante, dall’altro si avverte il peso di un’omissione che annovera scrittrici altrettanto rilevanti.

Anna Maria Ortese, Natalia Ginzburg, Cristina Campo, Lalla Romano, Anna Banti sono nomi che a un giovane lettore di oggi possono dire poco se accostati ai vari Svevo, Pirandello, Montale, Calvino che occupano saldamente le antologie scolastiche. Eppure si tratta di autrici che hanno scritto alcune tra le opere più significative del secolo scorso e beneficiato di ripubblicazioni presso editori e collane prestigiose. Tra queste c’è anche Goliarda Sapienza. Attrice per Visconti, Masetti, Comencini, e poi scrittrice di libri rimasti perlopiù inediti fin quando, a seguito di un meritato riconoscimento estero, venne ripubblicato in Italia il suo romanzo più ambizioso e sofferto, L’arte della gioia, Sapienza deve la sua nuova giovinezza letteraria al compagno Angelo Pellegrino, a cui va il merito – assieme a editori come Einaudi, Elliot e La Vita Felice – di aver curato e reso disponibile la sua vasta opera narrativa, teatrale, poetica e diaristica.

L’ultimo inedito in ordine di tempo è Appuntamento a Positano (Einaudi, 2015), storia dell’incontro tra Goliarda e Erica, due donne a prima vista agli antipodi, tanto febbrile e giocosa la prima quanto raffinata e sottile la seconda, «di un’antichità così remota da farla apparire a volte modernissima». Goliarda la nota subito, nell’estate del 1948, poco prima di rientrare a Roma per il suo lavoro nel mondo del cinema. Quando in seguito torna in Costiera per girare un documentario, finisce per urtare casualmente Erica tra i vicoli: quel breve episodio basta a riaccenderle una curiosità tale da accantonare la propria timidezza, gli impegni lavorativi, perfino se stessa per accogliere la storia di quella donna «incorporea e come illuminata da un suo faro personale».

Nasce così la lunga confessione di Erica Beneventano: cresciuta assieme alle due sorelle nel benessere fino alla prematura morte del padre, da cui ereditano soltanto debiti, si trasferisce da Firenze a Milano, dove vive lo zio Alessandro. Qui conosce Leopoldo, suo futuro marito, e più abile di Alessandro a muoversi nel mondo degli affari. Le complicazioni di salute di Leopoldo, assieme all’adempimento di un diabolico patto instaurato tra i due, la rendono vedova e nuovamente benestante. Comincia a collezionare opere d’arte e ritrova suo cugino Riccardo, primo e indimenticato amore adolescenziale, diventato pittore, con cui decide di sposarsi.

Man mano che le vicende e gli anni si susseguono, emerge il ritratto di una donna inquieta, dai molti talenti ma «senza volontà di affinare alcunché», capace di circondarsi della stessa bellezza di cui è portatrice per sopperire a ciò che la vita le ha negato: poter essere madre. Una mancanza che la accomuna a Goliarda, che nel frattempo abbandona il cinema in favore della scrittura per assecondare il suo «lato bambino sempre affamato di fiabe».

Gli incontri tra le due amiche avvengono sempre a Positano, un’indicazione presente fin dal titolo per mettere in evidenza il significato che la città avrà nei personaggi e nel senso dell’intero romanzo. Un luogo mai statico che «spinge alla revisione di noi stessi», sebbene il progresso economico degli anni Sessanta, con le sue strade e costruzioni edilizie, ne abbia mutato sensibilmente il paesaggio, agevolando un turismo portatore di chiasso e incuria. Gli stessi uomini incontrati da Erica, estranei alla Costiera, sembrano dimostrare la loro vera o presunta abilità unicamente in campo finanziario. I positanesi, al contrario, vengono ritratti come lavoratori discreti, educati, non giudicanti: un atteggiamento che coincide con l’aspirazione di Erica a «non infastidire nessuno», preservata fino all’epilogo funesto.

Foto di Simona Ghizzoni

Foto di Simona Ghizzoni

Scritto nel 1984, Appuntamento a Positano appartiene al ciclo dell’«Autobiografia delle contraddizioni» avviato con Lettera aperta nel 1967 (Sellerio) per registrare il mutamento dell’io in relazione al tempo trascorso e presente fatto di nuovi incontri, amicizie, avventure. Una narrazione che negli anni si è fatta più curiosa, sfrenata, priva di impedimenti, dove, pur narrando in prima persona, la scrittrice è diventata «sponda e quasi spalla per poter raccontare principalmente di altri, per lei più importanti di sé», come scrive Pellegrino nella postfazione, da cui si apprende che proprio a Positano nacque l’idea di Modesta, indimenticabile protagonista dell’Arte della gioia.

L’amore come necessità, sporgendosi verso gli altri, accomuna i centri d’interesse dell’autrice: prima di Erica Beneventano ci sono state le compagne di carcere dell’Università di Rebibbia e Roberta, la terrorista del libro Le certezze del dubbio. Tutte donne amate con intelligenza e rispetto, ospitando le loro storie. «Entrare in un’altra entità, che liberazione!, nutrirsi di essa e poi tornare al proprio io di sempre ma rinnovati» scrive Sapienza, e suona come una dichiarazione di poetica per un’autrice che ha affidato se stessa a molti personaggi per poter generosamente «allungare di qualche attimo la vita delle persone che amo».

A quasi vent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 30 agosto 1996, grazie anche alla tenacia di editori e librai non totalmente asserviti alle logiche distributive dominanti, un numero sempre più cospicuo di lettori ha conosciuto e amato i suoi libri, sebbene manchi ancora un’opportuna ricognizione critica che integri gli studi di Giovanna Providenti editi da Villaggio Maori e Aracne. Per destare finalmente su Goliarda Sapienza un’attenzione letteraria che vada oltre il facile interesse di costume finora prediletto – la famiglia socialista, la carriera d’attrice, i rifiuti editoriali, il carcere – e studiare gli aspetti stilistici e strutturali di un’opera che deve ancora essere riconosciuta con il dovuto merito.

 

 

 

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