Politiche del contemporaneo

La damnatio memoriae è sempre una soluzione ecologica…

di Marco De Baptistis

Viviamo in tempi sempre pronti al risveglio dell’indignazione. Il più delle volte, essa è tenuta prudentemente a debita distanza dal fulcro dell’evento che l’ha scatenata. Si guarda “da lontano” e ci si indigna assieme a chi ci è vicino, magari seduti nel salotto di casa, oppure in piazze affollate, se si ama stare all’aria aperta. Ciò sembra accadere nonostante il fatto che i sacrosanti motivi che hanno portato all’indignazione – condivisa e condivisibile – sono soltanto ad un tiro di schioppo da noi.

Il termine indignazione, pochi lo ricordano, proviene dall’etimologia latina “dignari” che significa “stimar degno”; da lì deriva anche il termine “degnare”. “In-dignare” (non degnare) è dunque semplicemente l’esatto contrario dello stimare, del “ritener degno qualcosa o qualcuno”. Nell’uso comune, il termine “indignazione” è finito per indicare un senso di nausea, di rabbia, persino d’ira, contro ciò che non si ritiene affatto degno o giusto.

Ciò, ha però delle controindicazioni: 1) L’ira è un’emozione che funziona solo a breve termine: non si può essere “irati” per una vita intera. 2) Essere costantemente arrabbiati per tempi troppo lunghi non è salutare; anzi, troppa rabbia prolungata può portare a fastidiosi bruciori di stomaco e a brutte nevrosi. 3) Infine, se l’indignazione non trova sbocchi alla propria rabbia, se essa si mantiene “passivamente” troppo a distanza, essa si tramuta, inevitabilmente, in una nausea generalizzata in cui tutto va alla deriva ed affonda in un triste grigiore esistenziale, oltre che nel mal di stomaco.

Ma l’etimologia del “non degnare “ ci fa riflettere: se oggi – giustamente – ci si indigna contro la classe politica e “in-dirigente” dell’Italia, colpevole di aver trascinato il paese nella bancarotta, chiediamoci: vale la pena degnarli del nostro tempo, della nostra rabbia, della nostra ira e soprattutto della nostra nausea?

Ci sono giorni, in cui vien voglia di dar ragione a quel proverbio cinese che dice: “siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico”. Probabilmente, a giudicare dal veloce sgretolamento di un sistema che implode e crolla su se stesso, tra non molto il fiume sarà pieno di cadaveri puzzolenti. I due problemi più imminenti che si affacciano nella sfera pubblica, quindi, diverranno: 1) come non rimanere sotto le rovine del tempio – che possono crollare anche su chi stava fuori ad indignarsi, aspettandone fiducioso la rovina – e 2) come smaltire le macerie della Terza Repubblica.

Consiglierei per gran parte dei colpevoli del degrado sociale economico e culturale della Repubblica Italiana, una bella damnatio memoriae.

Ovviamente, tale condanna prevede sempre delle subdole tracce della rimozione, le tracce della “cancellazione”, allo scopo di rinfrescare la memoria ai posteri, ma in maniera “indiretta” ed elegante, in modo che si capisca bene che il personaggio condannato abbia fatto delle cose decisamente orribili, tali da meritare la rimozione; ad esempio: la traccia di uno sfregio in un dipinto, un’enorme cratere dove una volta c’era un bel palazzo, piedistalli senza statue, ecc, ecc… La Terza Repubblica, di certo, non ha lasciato pregevoli cose da cancellare, anzi… andrebbero rovinate con un lavoro paziente e certosino, degno di un monaco amanuense, ore e ore di trasmissioni televisive attraverso selettive ed efficaci pecette censorie da applicare sulla faccia del condannato e ronzi continui e fastidiosi su tutti i suoi discorsi.

Centinaia di facce e nomi andrebbero sfregiati su pagine di giornali e di rotocalchi pieni di pettegolezzi e altre cose di questo genere; insomma, nulla di così determinate ed indispensabile per il futuro della cultura umana! Tale damnatio memoriae è decisamente ecologica; non solo: essa avrebbe il pregio indiscutibile di rincuorarci profondamente con delle assenze selettive ed evidenti che possono solo far del bene, permettendoci finalmente di guardare oltre, senza più nausee…

E se i traditori della Repubblica, i vili marrani, fuggissero all’estero, in un paese esotico, ci sarebbe sempre da applicare la vecchia “impiccagione in effige” o più in generale una executio in effigie (se non vi convince la damnatio memoriae anche per questi ultimi, ovviamente) … come si può facilmente osservare, i nostri avi avevano elaborato un sacco di sistemi efficaci: impariamo dalla storia per un’ecologia dei segni!

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