Insurrezioni

Kowalski: il cinema a processo

In collaborazione con «il manifesto», pubblichiamo una porzione inedita dell’intervista di Cristina Piccino al regista Lech Kowalski, arrestato per “ribellione” mentre documentava l’occupazione di una prefettura da parte degli operai della GSM&S, e ora in attesa di processo. Il resto dell’intervista è pubblicata oggi sul quotidiano e potete leggerla qui.

Il 15 novembre, all’udienza preliminare davanti al pubblico ministero di Gueret, Lech Kowalski si dichiarerà “non colpevole” all’accusa di “ribellione” per la quale rischia una multa di trentacinquemila euro e due anni di carcere.  Potrebbe chiudersi lì, e sarebbe già abbastanza per quello che si definisce uno Stato democratico come la Francia: arresto, una notte in carcere, in una cella “2.5 per 1.5” – come lui stesso ha scritto in un lungo racconto in prima persona dei fatti messo in rete qualche giorno fa – interrogatorio, foto segnaletiche, impronte digitali, prelievo del dna prima del processo.
E tutto perché Kowalski ha rifiutato di uscire dalla prefettura occupata dagli operai della GM&S, una fabbrica di automobili nella regione della Creuse, nord-est della Francia, di cui sta seguendo da mesi la lotta contro la chiusura e i licenziamenti, che saranno la storia del suo prossimo film, continuando invece a filmare quel loro tentativo, l’ennesimo, disperatissimo, di ottenere l’attenzione del governo di Macron che rifiuta invece ogni dialogo – il viceministro del lavoro nemmeno presente sul posto ma in videoconferenza.

copyright Thierry Matonnat

Cristina Piccino: Ribellione è un’accusa inquietante in uno stato democratico. Cosa significa?

Lech Kowalski: Dicono che non ho collaborato con i pubblici ufficiali incaricati di mantenere l’ordine. Tutto è successo in modo strano, stavo filmando gli operai che avevano occupato la prefettura, la polizia ci ha intimato di allontanarci, c’erano anche altri media presenti… Poi quando siamo usciti ci siamo diretti verso il parcheggio antistante, e insieme agli operai abbiamo deciso di tornare alla fabbrica. Ai poliziotti avevo risposto che non volevo uscire, che avevo il diritto di stare lì e di filmare, visto che ero accanto agli operai da diversi mesi, da aprile per l’esattezza. E quando stavamo andando via, ormai era passata più di un’ora, sono stato arrestato dai gendarmi, una forza di polizia composta da personale militare che dipende direttamente dal ministero dell’interno.
Qualche giorno fa il mio avvocato mi ha dato il dossier con le accuse che mi vengono mosse: è incredibile constatare le inesattezze nella versione dei gendarmi su ciò che è accaduto prima e dopo il mio arresto. Una cosa è certa: lo sguardo dei media dà talmente fastidio ai poliziotti che vogliono cancellarci a ogni prezzo in modo che non esistano prove filmate di operazioni del genere.

C.P.: È il gesto di filmare che viene dunque messo sotto accusa e che fa paura?

L.K.: Le autorità, e non solo i gendarmi, non erano felici che io fossi lì. È vero che oggi vediamo tutto in rete, su YouTube, ma molte di queste immagini sono generalizzate, mentre io volevo filmare ogni dettaglio della relazione tra il potere – il governo, gli imprenditori, la polizia – e gli operai.
Filmare gli homeless, i poveri, la gente che cerca di sopravvivere come ho spesso fatto nei miei film è in qualche modo più semplice. Chi invece è al potere ha molta più paura. Io con questo film ho rotto il muro e ho guardato dentro, laddove il potere mette in atto i suoi processi. Filmare la lotta degli operai della GM&S non è solo documentare la difesa del loro impiego, ma pone questioni più complesse che riguardano la posizione dei governi rispetto alle multinazionali, rispetto alla loro capacità di fare fronte agli enormi problemi sociali che viviamo, al fatto che noi cittadini abbiamo perduto la convinzione di vivere in una democrazia.

C.P.: Per te che hai sempre usato la macchina da presa come un’arma, qual è la oggi la priorità che poni alle tue immagini?

L.K.: Cerco un approccio estetico perché informare in sé non basta. È come sentire una canzone che ha delle belle parole ma la musica non ti prende, il ritmo non funziona: diventa noiosa.

Lech Kowalski incontrerà il pubblico durante l’edizione 2017 di Filmmaker a cui parteciperà con il suo nuovo film “I pay for you story” in anteprima italiana nella sezione CONCORSO INTERNAZIONALE del festival (Milano 1-10 dicembre). 

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