Politiche del contemporaneo

Kobane: la madre di tutte le lotte

Tra le righe della Carta del Contratto Sociale della provincia di Rojava, il significato emblematico della resistenza delle donne di Kobane.

1. Di dopoguerra inesistenti

La geopolitica è una scienza complicatissima ma in certi casi valgono e sono applicabili le stesse leggi di base della fisica e della chimica, quelle che si studiano al liceo: «Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria» e «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma». È il caso, nello specifico, del discorso sulle origini di quella stortura fascista ormai universalmente nota come Isis (Daesh, in arabo). Non si può, infatti, prescindere dal ricordare – come giustamente fa Serge Quadruppani – che Isis è un prodotto dell’Occidente e delle politiche neoliberiste e imperialiste che hanno falcidiato il Medio Oriente, dall’Afghanistan all’Iraq, negli ultimi vent’anni e che, nonostante il calo di attenzione da parte dei media o addirittura qualche articolo e servizio banalmente entusiastico sulla ricostruzione post-bellica, quei conflitti non sono ancora finiti e probabilmente non finiranno mai. Il post-bellico, in Medio Oriente, non esiste e l’Isis è la naturale filiazione di questa guerra continua. Imperialismo che genera fascismo. Questo tipo di discorso sulle origini di Isis, purtroppo, sta prestando il fianco a complottismi e rossobrunismi vari ed eventuali ma, proprio per questo, è necessario che il movimento se ne riappropri e riprenda le fila di discorsi antimperialisti tristemente fermi a più di dieci anni fa.

«Non dovremmo chiederci come sono state fabbricate le migliaia di giovani zombificati dall’islamismo twitter e dal gore YouTube, come accade che le loro vite siano miserabili a tal punto che essi si precipitino a impersonare la parte del boia o del kamikaze in luoghi così distanti dalle loro mura domestiche? Si potrebbe cominciare col capire perché le loro mura domestiche sono così poco desiderabili: come accade che le proprie case siano così poco desiderabili?
L’Occidente – comoda denominazione geografica del modello dominante del tardo capitalismo – deve guardare i volti del mostro come il proprio riflesso moltiplicato all’infinito»

S. Quadruppani

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2. Ovunque Kobane, dappertutto resistenza

Parlare delle origini di Isis, in ogni caso, non deve essere giustificante rispetto a quello che attualmente Isis è sul campo – fascismo puro – e soprattutto non deve farci spostare il focus dalla contemporaneità della lotta di resistenza in atto nella provincia di Rojava, nel Kurdistan siriano che David Graeber paragona addirittura alla guerra civile spagnola. La provincia del Rojava è da qualche anno un esperimento di democrazia dal basso e autogestione totalmente ignorata dalle sinistre internazionali: possiamo provare a delineare almeno due ragioni, naturalmente interconnesse tra loro, alla base di questa rimozione.

La prima ragione è che, banalmente, in Occidente si tende ad avere un’immagine stereotipata e pseudo-barbarica del Medio Oriente e pensare che in quei territori sia nato un esperimento di democrazia assolutamente avanzato risulta, ai più, culturalmente e concettualmente difficile. La seconda ragione, come nota ancora Graeber, è che quando si pensa al Kurdistan, si pensa quasi automaticamente al Pkk e quindi subentra la confusione generata dai discorsi sul Pkk. Da un lato Stati Uniti, Nato e Ue lo classificano tuttora come un’organizzazione terroristica e, ovviamente, per la sinistra riformista appoggiare, sostenere o anche solo simpatizzare per un’organizzazione classificata come terroristica dà sempre luogo a grosse crisi di coscienza. Dall’altro, grosse fette di movimento, purtroppo, sono rimaste tristemente ancorate a una visione del Pkk ferma a dieci anni fa o giù di lì: verticismo, leadership e intento di creazione di uno Stato curdo. Dopo l’arresto di Ocalan il Pkk, invece, ha dovuto reinventarsi, fino ad arrivare a una forma di democrazia dal basso simile a quella espressa dai movimenti curdi siriani (il PYD) nella Carta del Contratto Sociale del Rojava : si tratta, nello specifico, di un esperimento di partecipazione da cui, per certi versi, avremmo molto da imparare.

Quando parliamo del Rojava in un’ottica di movimento, dunque, non dovremmo limitarci a raccontare lo scontro tra le milizie curde e l’Isis – cosa che del resto fanno anche i media mainstream – ma, piuttosto, raccontare e analizzare anche la Carta del Contratto Sociale che di questa resistenza è la base. E che, forse, ai media mainstream e all’opinione pubblica borghese, fa anche più paura dell’Isis.

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3. Rappresentazioni mediatiche

Sulla rappresentazione del conflitto nella provincia del Rojava da parte dei media mainstream è il caso di soffermarsi perché le mancanze da questo punto di vista non si limitano a dimenticare di menzionare la Carta del Contratto Sociale o le responsabilità occidentali nella genesi dell’Isis e la situazione, complessivamente, è piena di contraddizioni: i Wu Ming già due mesi fa hanno fatto un lavoro di decontrazione imprescindibile per capire un po’ meglio e in maniera più seria cosa succede.

Oltre ai punti analizzati dai Wu Ming, comunque, quando si parla di media e Rojava, non si può tralasciare l’argomento della rappresentazione delle guerrigliere: il fatto che H&M abbia provato a mettere in commercio una linea ispirata al look delle guerrigliere o anche solo la loro rappresentazione glamourizzata, come se fossero foto appena uscite della Settimana della Moda di Kobane, è già di per sé grave. Tuttavia, l’aspetto più sottovalutato, subdolo e purtroppo non appartenente e riferibile ai soli media mainstream, più che quello della “glamourizzazione”, è quello dello stupore.

Come è possibile che le donne combattano? Come è possibile che le donne combattano in Medio Oriente? Per uscire dall’impasse l’immaginario machista e colonialista occidentale le presenta non per il loro potere antisessista e rivoluzionario ma come un fenomeno esotico. La versione moderna e politically correct della rappresentazione che Erodoto e altri filosofi offrivano delle Amazzoni.

 

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Chiarita la questione delle contraddizioni della rappresentazione mediatica delle guerrigliere, è importante interrogarsi sul valore politico reale della loro lotta. Paola Rudan in un articolo comparso in versione integrale su Connessioni Precarie e in versione ridotta sul Manifesto si tratta non solo di una lotta contro l’Isis e contro la concezione ultrafondamentalista del femminile di cui l’Isis è promotore, ma anche di una lotta per l’autodeterminazione. Si tratta di lottare contro sé stesse per riuscire a mettere in gioco i propri corpi per l’autodifesa.

Oltre a quanto dice la Rudan, poi, la resistenza di Kobane (e la Carta del Contratto Sociale del Rojava) ci raccontano in maniera chiara e inequivocabile che tutte le lotte sono la stessa lotta e che non può essere diversamente: la lotta contro Isis o è anche antisessista o non è, o è anche antirazzista (si veda l’articolo del Contratto Sociale sulla multietnicità) o non è. Non sono lotte che vanno di pari passo, non sono lotte che si intersecano o altre declinazioni ribassiste varie ed eventuali che usiamo troppo spesso nei discorsi di movimento in Italia: sono materialmente la stessa lotta, una sola, inscindibile. E anche su questo piano, abbiamo moltissimo da imparare.
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