Le immagini in questione

Un film sul film di una vita: Kingdom of Us

“Kingdom of Us” è un documentario britannico, presentato in varie competizioni nazionali e oggi distribuito da Netflix in diversi paesi. Diretto da Lucy Cohen e terminato nel 2017, il documentario segue quattro anni nella vita della famiglia Shanks oggi composta dalla madre Vikie e dai suoi sette figli.

Vikie e Paul Shanks sono genitori di sette figli: sei femmine e un maschio. Vivono nella campagna inglese in un regno fatato, come almeno può sembrare da un primo sguardo ai filmini di famiglia. Fino al giorno in cui Paul si uccide.           

Fino al suicidio di Paul nel 2007 gli Shanks conducevano una vita semplice e appartata, in una fattoria lontana dalla città, in un mondo pervicacemente costruito dal padre per far crescere i figli al riparo dai pericoli e in simbiosi con la natura. Sette come i colori dell’arcobaleno e come le meraviglie del mondo, con nomi attributi rigorosamente in ordine alfabetico.

Il film si apre con il video che documenta l’arrivo a casa di Pippa, l’ultima nata, circondata subito dall’affetto delle sorelline e del fratellino. Poco dopo veniamo introdotti a tutti i personaggi della storia, come sono oggi (o meglio all’inizio delle riprese nel 2013) e come erano nelle decine e decine di vhs girate dal padre. In una di queste sentiamo Paul intervistare Jamie, la maggiore, nel giorno in cui compie sei anni: scopriremo poi che le domande che le pone fanno parte di un canovaccio, rivolto a tutti i bambini allo scadere del compleanno, sulla felicità, su cosa si aspettano, su cosa vogliono dire ai loro sé quando si rivedranno da grandi. C’è tanto futuro in questi video, e c’è tanta paura di perdere qualsiasi istante del passato e dell’allora presente.

All’inizio del film Paul è ormai assente ma lui e il suo ultimo gesto pesano come un macigno sulla sua famiglia. Giá nei primi dieci minuti di Kingdom of Us si va componendo il disegno dell’uomo: non tanto la sua volontá di documentare con affetto la crescita dei bambini, quanto un tentativo disperato di fissare momenti che altrimenti svanirebbero, e di farlo assecondando uno schema mentale composto da ossessioni e compulsioni, come quello del ritmo delle interviste ai propri figli e la compilazione maniacale dei diari che ne documentano la crescita. La personalità di Paul inizia a delinearsi e al contempo il regno incantato scricchiola: emergono ad esempio le immagini di una casa senza mobili e cianfrusaglie, perché laddove non ci sono oggetti non esiste caos, in una logica stringente e alienata allo stesso tempo.

Kingdom of Us è un film sul film di una vita. Nel tentativo strenuo di operare un controllo sui propri figli (sul loro numero, i nomi, i rituali ossessivi, le ramanzine) si può riscontrare il lavoro di un regista che vuol fissare tutto e cerca di dirigere la vita tramite la sua rappresentazione in bassa fedeltà. Anche per questo l’arrivo della regista Lucy Cohen e il fatto di sostituirsi, sia pure con motivazioni del tutto diverse, al ruolo di Paul, permetterà non solo il realizzarsi di un vero film ma anche l’inizio di una nuova fase per la famiglia Shanks.

La regista Lucy Cohen consegue una laurea in giornalismo, solo in un secondo momento si rende conto che le è più congeniale il lavoro con l’audiovideo. Interessata allo storytelling  piú che alla cronaca, conosce gli Shanks quando l’emittente per cui lavora la manda a girare un’inchiesta sull’autismo: sei su sette dei ragazzi infatti hanno un disturbo dello spettro autistico, due di loro in comorbilitá con una paralisi cerebrale infantile. È solo in un secondo momento che emerge la storia di Paul e il peso che essa ha avuto su tutti, non solo per il suo tragico epilogo.

Kingdom of Us é anche un film sulla memoria. La famiglia Shanks dispone di un archivio gigantesco di home video e di musicassette: Paul infatti prima di ritirarsi nel suo regno era un cantante, e una volta abbandonate le scene dedicava le sue canzoni ai figli e alla moglie. Nonostante una presenza massiccia di materiali audio e video dalla nascita di ogni bambino in avanti, sembra che ci sia bisogno di un intercessore che offra loro, ai superstiti, la possibilità di vivere questa memoria. Dopo la tragica morte di Paul gli Shanks hanno optato per una sorta di oblio che li mettesse al riparo dal dolore, salvo poi non riuscire ad eluderlo. Con l’arrivo della regista, e con la sua tessitura della trama tra found footage e riprese girate lungo quattro anni, la memoria e soprattutto la piena consapevolezza affiorano per la prima volta in tutti i protagonisti.

È solo adesso che i ragazzi Shanks (che quando il loro padre muore hanno tra i 6 e i 16 anni) guardano in faccia per la prima volta quello che avevano sotto gli occhi da sempre ma che non avevano i mezzi e la forza per comprendere: sono infatti molti gli episodi nelle ore di vhs in cui Paul appare come un uomo finito, con lo sguardo fisso e il volto rigato di lacrime, che si tiene la testa tra le mani mentre intorno i suoi bambini saltellano, cantano, ridono e gli chiedono insistentemente: «papà non sei felice?»

Kingdom of Us allora diventa la dimostrazione della necessità delle immagini per catturare il ricordo, processarlo e ad elaborare il lutto. Gli Shanks sono come dei sopravvissuti che hanno bisogno di riguardare il proprio passato per figurarselo, testimoniarlo e anche andare oltre.

Nel saggio che apre Critica e critica di Deleuze si legge: «Non si scrive con le proprie nevrosi. La nevrosi, la psicosi non sono passaggi di vita ma stati in cui si cade quando il processo è interrotto, impedito, chiuso. La malattia non é processo, ma arresto del processo […] Il mondo è l’insieme dei sintomi di una malattia che coincide con l’uomo. La letteratura appare allora come un’impresa di salute».1 Nel passo citato, Deleuze riprende l’idea di Nietzsche che attribuisce all’artista il ruolo di “medico della cultura”, capace di leggere i fenomeni come sintomi che riflettono un dato sistema di forze. Allora forse nell’incessante volontà di Paul di annotare grazie al video ogni istante della vita sua e dei familiari, attraverso un’osservazione sistematica e quasi scientifica, c’era l’intenzione di individuare i sintomi di quel malessere e di trovare una cura. Tuttavia l’uomo non ci riesce ma tutto il suo lavoro, preso in mano da Lucy Cohen e riannodato con il presente, aiuta gli Shanks a vedersi dal di fuori, di fatto a specchiarsi e a riconoscere le proprie ferite, e infine grazie a questo ad accedere alla cura.

 Kingdom of Us

Vikie Shanks oggi è autrice di un blog e tiene periodicamente incontri pubblici per parlare dell’errata percezione che molto spesso si ha dell’autismo come di altri disturbi neurologici o psichiatrici: non malattie da curare ma condizioni esistenziali da imparare a conoscere per permettere una vita migliore a chi ne è affetto. Sei su sette dei suoi figli soffrono di un disturbo dello spettro autistico ma, come il documentario ci mostra, hanno innate capacitá artistiche e una spiccata sensibilità: descrivendosi i ragazzi dicono di non mancare di empatia, anzi forse di averne fin troppa.

Infine Kingdom of Us è un film sul pensiero laterale di cui Osborn é un campione: l’unico maschio di casa é abilissimo (e simpatico) con i suoi ragionamenti tutt’altro che ordinari sebbene molto acuti. Se «la salute come letteratura, come scrittura, consiste nell’inventare un popolo che manca»2 è grazie al modo creativo impiegato anche per rileggere la propria storia familiare che questa funzione fabulatrice applicata al cinema diventa possibile. Lucy Cohen dosa sapientemente le immagini d’archivio con le sue riprese, e ordisce una trama in cui per lo spettatore è facile farsi catturare ed entrare in empatia  con i personaggi.

Il film si chiude con un falò e subito dopo con un montaggio fotografico che ripercorre i momenti felici della famiglia. È stata dura la scelta tra cosa lasciare andare e cosa tenere, ma alla fine il percorso appare compiuto: ad accompagnare queste immagini c’è la canzone che le figlie di Paul hanno scritto e cantato per lui e per loro stesse, dal titolo Remember When.

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Note

  1. Gilles Deleuze Critica e clinica, Raffaello Cortina, Milano 1996, p. 16
  2. Ibidem
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