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Di chi è Kafka?

Pubblichiamo un saggio di Judith Butler, in collaborazione con «London Review of Books», a cura di Antonio Iannello, Nicola Perugini e Federico Zappino. L’ebook, prodotto interamente dalla redazione de “il lavoro culturale” è scaricabile gratuitamente, o attraverso una donazione alla campagna di supporto #sostienilavoroculturale.


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Nel giugno del 2015, tre giudici della Corte distrettuale israeliana di Tel Aviv hanno sentenziato che, dopo oltre novant’anni di peripezie, spostamenti e vendite dei manoscritti di Kafka, i suoi lavori – contro la volontà stessa dell’autore, che li aveva affidati a Max Brod chiedendogli di distruggerli – sono di proprietà della Biblioteca nazionale di Gerusalemme. Dopo la morte di Kafka l’amico Brod raccolse e mise al sicuro i suoi manoscritti, prima di fuggire in Israele per salvarsi dallo sterminio nazista e morirci nel 1968. In seguito, i manoscritti passarono alla segretaria, Esther Hoffe, a cui Brod aveva chiesto di donarli ad un archivio pubblico. Parte di questi lavori finirono all’Archivio della Letteratura Tedesca, che poi chiese alle figlie di Esther Hoffe di acquistare il restante lascito di Max Brod.

La decisione della Corte distrettuale di Tel Aviv giunge a conclusione di una serie di processi iniziati nel 2007 che hanno visto l’Archivio della Letteratura Tedesca, la Biblioteca nazionale di Gerusalemme e le figlie di Hoffe darsi battaglia per l’eredità di Kafka. Un’eredità singolare, quasi aporetica, impossibile, di chi lascia scritti chiedendo che scompaiano dopo la sua morte. Nella sentenza del giugno 2015 i tre giudici hanno scritto:

Per quel che concerne Kafka, è giusta la messa all’asta dei suoi scritti personali, che l’autore aveva ordinato di distruggere, da parte della segretaria del suo amico e delle sue figlie? La risposta ci sembra scontata.

Sullo sfondo di un contenzioso tra soggetti privati e un’istituzione culturale tedesca, in sostanza, i giudici israeliani trasformano la “cattiva gestione” e l’arricchimento della famiglia Hoffe in una giustificazione per la nazionalizzazione di Kafka.

Ma di chi è Kafka? A chi appartiene? Cosa significa trasformare in patrimonio nazionale israeliano gli scritti di un autore che proprio con i suoi lavori sembra aver costantemente cercato di produrre una poetica diasporica e del non arrivo? Come può coesistere la nazionalizzazione dei testi di Kafka, da parte di Israele, con la sua ambivalenza nei confronti del progetto politico sionista? Quali sono gli scopi e gli effetti politici della trasformazione dei suoi lavori in una proprietà statale?

A questo quanto mai attuale intreccio di domande Judith Butler prova a rispondere nel 2011, mentre il processo è in corso, con uno scritto apparso sulla London Review of Books che il lavoro culturale oggi pubblica in continuità con l’ampio spazio che negli scorsi anni ha dato alla filosofa americana – con articoli, interviste e recensioni dei suoi testi, ma anche con i saggi A chi spetta una buona vita? (pubblicato nel 2013 da Nottetempo in collaborazione con il lavoro culturale) e Sulla crudeltà (il lavoro culturale 2014).

Combinando ricostruzione storica, filosofia, teoria politica e critica letteraria, Di chi è Kafka? offre in fondo a Judith Butler l’occasione di svolgere, nuovamente, alcuni dei temi a lei più cari: il rapporto tra linguaggio e soggettivazione; la costituzione di soggettività politiche attraverso il disfacimento di presupposti e punti di approdo identitari; la tensione tra condizione diasporica, messianismo e Stato nazione; lo spinoso rapporto tra ebraismo, sionismo e spossessamento del popolo palestinese. Temi, a ben guardare, tutti tipicamente kafkiani. Di qui la bellezza del testo, e del gesto, che vi proponiamo. Un testo del (e per) il non arrivo.

[Progetto di copertina di Francesco Tommasi. Redazione di Maria Teresa Grillo e Giulia Romanin Jacur Impaginazione di Giulia Romanin Jacur]

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