Reparto Agitati

#Basaglia180X40: L’istituzione negata

Pubblichiamo un estratto dal testo “L’istituzione negata” a cura di Franco Basaglia con una nota introduttiva di Franca Ongaro Basaglia, riedito in questi giorni da Baldini+Castoldi.

L’istituzione negata viene ubblicata da Einaudi nel ’68. Tra il ’68 e il ’72 vengono vendute cinquantamila copie. Settantamila in pochi altri. Velocemente tradotto in francese, tedesco, olandese, finlandese.

Questo testo contiene “l’analisi della violenza istituzionale, delle sue radici sociali, dei suoi fondamenti scentifici, dei suoi meccanismi di riproduzione, dell’intreccio tra sapere e potere a partire dalla lettura dei corpi e del quotidiano”. La prima parte consiste nella trascrizione a cura di Nino Vascon di un’assemblea generale tenutasi dentro al manicomio in via di smantellamento con interviste all’equipe e ai ricoverati. È una riflessione condivisa tra e da tutti: tutti degenti, operatori, medici, psicologi, infermieri, assistenti sociali, volontari, visitatori. Con l’istituzione negata, il discorso sul manicomio, sulla necessità dei diritti e sulla necessità di una presa in carico sociale e culturale delle proprie contraddizioni e della società, diventa discorso condiviso, pubblico. Entra nelle case delle persone. Si tratta di una negazione radicale che comprende l’istituzione, la malattia come etichettamento, la psichiatria, la gerarchia, i ruoli, la società, partendo dall’analisi di ciò che produce il potere «come fonte di regressione, malattia, esclusione e istituzionalizzazione a tutti i livelli».

Questo contributo rientra nel progetto di approfondimento #Basaglia180X40 realizzato in occasione dei 40 anni della Legge180 e che proseguirà fino alla metà di giugno attraverso la pubblicazione di estratti, riflessioni e segnalazioni.

Estratto dal Cap. “LE ISTITUZIONI DELLA VIOLENZA” di Franco Basaglia

Negli ospedali psichiatrici è d’uso ammassare i pazienti in grandi sale, da dove nessuno può uscire, nemmeno per andare al gabinetto. In caso di necessità l’infermiere sorvegliante interno suona il campanello, perché un secondo infermiere venga a prendere il paziente e lo accompagni. La cerimonia è così lunga che molti pazienti si riducono a fare i loro bisogni sul posto. Questa risposta del paziente ad una regola disumana, viene interpretata come un «dispetto» nei confronti del personale curante, o come espressione del livello di incontinenza del malato, strettamente dipendente dalla malattia.

In un ospedale psichiatrico due persone giacciono immobili nello stesso letto. In mancanza di spazio, si approfitta del fatto che i catatonici non si danno reciprocamente fastidio, per sistemarne due per letto.

In una scuola media, il professore di disegno straccia il foglio dove un bambino ha disegnato un cigno con le zampe, dicendo che a lui «i cigni piacciono sull’acqua».

In un asilo i bambini sono costretti a sedere nei banchi senza parlare mentre la maestra si dedica a piccoli lavoretti a maglia personali; minacciati di restare ore con le braccia alzate – il che è molto doloroso – qualora si muovano o chiacchierino fra loro, o facciano comunque qualcosa che disturba la maestra e il suo lavoro.

Un malato ricoverato in qualsiasi reparto di ospedale civile – se non è dozzinante di prima – è certo di essere in balìa degli umori del medico, che può sfogare su di lui aggressività a lui completamente estranee. In un ospedale psichiatrico ad un malato «agitato» viene fatta la «strozzina». Chi non conosce l’ambiente manicomiale ignora di che cosa si tratti: è un sistema molto rudimentale – in uso un po’ dovunque – di far perdere coscienza al malato, soffocandolo. Gli viene buttato sulla testa un lenzuolo, spesso bagnato – così da non permettergli di respirare – che si avvita strettamente all’altezza del collo: la perdita di coscienza è immediata. La frustrazione delle madri e dei padri, si risolve generalmente in violenze costanti sui figli, che non ne soddisfano le aspirazioni competitive: il figlio è inevitabilmente costretto ad essere meglio di un altro, e a vivere come un fallimento la propria diversità. Un brutto voto a scuola viene punito, come se la punizione corporea o psicologica servisse a risolvere l’insufficienza scolastica. Nell’ospedale psichiatrico in cui lavoro, anni fa era in uso un sistema elaboratissimo per mezzo del quale l’infermiere di turno notturno si garantiva di essere svegliato ogni mezz’ora da un malato, per poter timbrare la sua scheda di presenza, così com’era d’obbligo. La tecnica consisteva nell’incaricare un malato (che fra l’altro non poteva dormire) di dividere il tabacco di una sigaretta dalle briciole di pane che vi erano state mescolate. L’esperienza aveva dimostrato che per questo lavoro di smistamento, occorreva appunto mezz’ora, dopo di che il malato svegliava l’infermiere e riceveva in premio il tabacco. L’infermiere timbrava la sua scheda (era necessario che testimoniasse ogni mezz’ora di essere sveglio) e riprendeva a dormire, incaricando un altro malato o lo stesso malato di ricominciare – nuova clessidra umana – il suo lavoro alienante.

[…]

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, toccando tutte le istituzioni su cui si organizza la nostra società. Ciò che accomuna le situazioni limite riportate, è la violenza esercitata da chi ha il coltello dalla parte del manico, nei confronti di chi è irrimediabilmente succube. Famiglia, scuola, fabbrica, università, ospedale, sono istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: la divisione del lavoro (servo e signore, maestro e scolaro datore di lavoro e lavoratore, medico e malato, organizzatore e organizzato). Ciò signifi ca che quello che caratterizza le istituzioni è la netta divisione fra chi ha il potere e chi non ne ha. Dal che si può ancora dedurre che la suddivisione dei ruoli è il rapporto di sopraffazione e di violenza fra potere e non potere, che si tramuta nell’esclusione da parte del potere, del non potere: la violenza e l’esclusione sono alla base di ogni rapporto che si instauri nella nostra società. I gradi in cui questa violenza viene gestita sono, tuttavia, diversi a seconda del bisogno che chi detiene il potere ha di velarla e di mascherarla. Di qui nascono le diverse istituzioni che vanno da quella familiare, scolastica, a quelle carcerarie e manicomiali; la violenza e l’esclusione vengono a giustifi carsi sul piano della necessità, come conseguenza le prime della finalità educativa, le altre della «colpa» e della «malattia». Queste istituzioni possono essere definite come le istituzioni della violenza.

Questa la storia recente (in parte attuale) di una società organizzata sulla netta divisione fra chi ha (chi possiede in senso reale, concreto) e chi non ha; da cui deriva la mistificata suddivisione fra il buono e il cattivo, il sano e il malato, il rispettabile e il non rispettabile. Le posizioni sono – in questa dimensione – ancora chiare e precise: l’autorità paterna è oppressiva e arbitraria; la scuola si fonda sul ricatto e sulla minaccia; il datore di lavoro sfrutta il lavoratore; il manicomio distrugge il malato mentale. Tuttavia, la società cosiddetta del benessere e dell’abbondanza ha ora scoperto di non poter esporre apertamente il suo volto della violenza, per non creare nel suo seno contraddizioni troppo evidenti che tornerebbero a suo danno, ed ha trovato un nuovo sistema: quello di allargare l’appalto del potere ai tecnici che lo gestiranno in suo nome e continueranno a creare – attraverso forme diverse di violenza: la violenza tecnica – nuovi esclusi.

Il compito di queste figure intermedie sarà quindi quello di mistifi care – attraverso il tecnicismo – la violenza, senza tuttavia modifi carne la natura; facendo sì che l’oggetto di violenza si adatti alla violenza di cui è oggetto, senza mai arrivare a prenderne coscienza e poter diventare, a sua volta, soggetto di violenza reale contro ciò che lo violenta. Il compito dei nuovi appaltatori sarà quello di allargare le frontiere della esclusione, scoprendo, tecnicamente, nuove forme di deviazione, fi no ad oggi considerate nella norma.
Il nuovo psichiatra sociale, lo psicoterapeuta, l’assistente sociale, lo psicologo di fabbrica, il sociologo industriale (per non citarne che alcuni) non sono che i nuovi amministratori della violenza del potere, nella misura in cui – ammorbidendo gli attriti, sciogliendo le resistenze, risolvendo i conflitti provocati dalle sue istituzioni – non fanno che consentire, con la loro azione tecnica apparentemente riparatrice e non violenta, il perpetuarsi della violenza globale. Il loro compito – che viene defi nito terapeutico-orientativo – è quello di adattare gli individui ad accettare la loro condizione di «oggetti di violenza», dando per scontato che l’essere oggetto di violenza sia l’unica realtà loro concessa, al di là delle diverse modalità di adattamento che potranno adottare.

Il risultato è dunque il medesimo. Il perfezionismo tecnicospecialistico riesce a far accettare l’inferiorità sociale dell’escluso, così come lo riusciva a fare, in modo meno subdolo e raffinato, la defi nizione della diversità biologica che, per altra via, sanciva l’inferiorità morale e sociale del diverso: entrambi i sistemi tendono a ridurre il conflitto fra l’escluso e l’escludente confermando scientifi camente – l’inferiorità originaria dell’escluso, nei confronti di chi lo esclude. L’atto terapeutico si rivela, in questo senso, una riedizione – riveduta e corretta – della precedente azione discriminante di una scienza che, per difendersi, ha creato «la norma», superata la quale si cade nella sanzione da essa stessa prevista.

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