In\visible cities. Sperimentare la multimedialità urbana e l’esperienza della catastrofe

 Si apre a Gorizia oggi, 6 maggio 2016, quarantesimo anniversario del terremoto del Friuli, la seconda edizione del Festival “In\visible cities”. Si tratta di un incontro virtuale e reale allo stesso tempo tra il patrimonio urbano e i linguaggi artistici, digitali e interattivi che possono descrivere e raccontare le città.

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La catastrofe “naturale” è un evento che segna. Segna il territorio e le città su cui si scatena, modificandone le caratteristiche. Segna le persone, le famiglie e le società, che devono confrontarsi con il lutto, con la perdita, con la distruzione dei luoghi cari, con le difficoltà della ricostruzione. Segna le istituzioni, che si trovano in stato di emergenza e devono mettere in campo nuove risorse e nuove progettualità. La catastrofe è un evento liminare. C’è un prima e c’è un dopo. In modo netto.

Queste riflessioni sono poste al centro dell’edizione 2016 di In\Visible Cities, festival internazionale della multimedialità urbana, che si svolgerà a Gorizia dal 6 al 29 maggio.

Il Festival, giunto alla seconda edizione, ha coniato il neologismo “multimedialità urbana”, con cui si indicano tutte quelle esperienze e progetti che si caratterizzano per l’applicazione dei linguaggi artistici, digitali e interattivi al patrimonio visibile e invisibile di una città.

Per 20 giorni, artisti e professionisti provenienti da tutta Europa proporranno progetti artistici attraverso i quali valorizzare i beni materiali e immateriali: palazzi, piazze e mercati diventeranno la tela visibile per interventi multimediali che riqualificano gli spazi. La storia del territorio, la sua comunità, i processi sociali rappresenteranno invece l’invisibile svelato attraverso percorsi innovativi di rappresentazione (videomapping, app, realtà aumentata, storytelling, ecc.).

In occasione del quarantesimo anniversario del Terremoto del Friuli, l’edizione 2016 del festival sarà dedicata al tema “Dopo la catastrofe: città, trasformazioni, memorie” con l’obiettivo di indagare, attraverso gli strumenti e i linguaggi della multimedialità urbana, ciò che avviene dopo una catastrofe naturale.

Come si modificano i contesti urbani? Cosa vuol dire ripartire, da sé, con l’aiuto gli altri, nonostante tutto? Quali sono i nuovi progetti volti alla ricostruzione e in che modo le nuove tecnologie e la multimedialità offrono un contributo? Come raccogliere, conservare e tramandare le tante memorie legate agli eventi catastrofici? Come narrare le emozioni, le storie di vita, la solidarietà? Come immaginare il futuro del territorio e della società?

Artisti, studiosi, architetti, progettisti, amministratori locali saranno chiamati a riflettere su queste tematiche, facendo interagire nuove tecnologie, forme di espressione artistiche e documentazione storica.

Al centro di tutto: le città e i territori colpiti da terremoti, alluvioni e altre catastrofi naturali e la loro capacità di raccontare, attraverso nuovi linguaggi, il passato, il presente e il futuro.

Uno sguardo particolare sarà posto sul terremoto del Friuli, un evento che ha segnato profondamente i comuni del cratere ma che ha significato un nuovo punto di partenza per l’intera regione. La sfida sarà trovare nuove forme di narrazione, di interazione tra storia, tecnologia e arte. Affinché la memoria rimanga viva e capace di generare cultura e riflessione.

Il recupero della memoria, lo sguardo dei giovani

Il festival è rivolto ai giovani, e agli studenti delle scuole secondarie in particolare, un target cruciale a cui rivolgere questa sfida. Qual è l’immaginario che le nuove generazioni hanno relativamente alle grandi catastrofi naturali che hanno segnato il proprio territorio? Quali sono stati i meccanismi di trasmissione della memoria all’interno delle famiglie? Quali le conoscenze delle dinamiche naturali e sociali che caratterizzano tali eventi? Quanta consapevolezza c’è delle trasformazioni che le proprie città e paesi hanno subito nel corso degli anni?

Queste sono alcune delle domande poste al centro di un concorso nazionale che proponeva agli studenti e ai docenti di proporre narrazioni e riflessioni sotto forma di installazioni multimediali, da allestire all’interno del mercato ortofrutticolo coperto di Gorizia: il luogo d’incontro e socialità per eccellenza, la vera Piazza della città. Un tentativo per portare la riflessione sulla memoria nel posto stesso dove la memoria si genera e si trasmette, in mezzo al paese, lì dove si creano e consolidano relazioni. Nella convinzione che la memoria non debba restare chiusa nei musei, ma trovare luoghi di espressione e confronto, aprirsi al dialogo intergenerazionale.

Le voci, le immagini del passato e del presente, i volti di chi l’Orcolat (così viene chiamato il terremoto del Friuli) l’ha visto con i suoi occhi, ma anche di chi può solo immaginarlo, le parole schiette e dirette dei testimoni, insieme a quelle poetiche dei ragazzi di oggi. Questi gli ingredienti delle installazioni realizzate dagli studenti. Immagini proiettate sulle cassette della frutta, negli spazi predisposti per la vendita della verdura. Perché la memoria appartiene a tutti e a ciascuno, e va coltivata con cura.

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Sperimentazione e provocazione, tra teatro e interattività

Dai progetti proposti dagli studenti è emersa una pluralità di sguardi che viene ulteriormente amplificata dalle proposte degli artisti invitati al Festival. Anche in questo caso gli obiettivi sono molteplici: da un lato la necessità di recuperare, raccogliere, conservare e trasmettere le memorie delle persone e del territorio. Attraverso interviste, fotografie, video, documenti. Dall’altro la volontà di sperimentare linguaggi e forme espressive differenti, capaci di ampliare le prospettive e coinvolgere attivamente il pubblico.

Dalla collaborazione tra storici, artisti ed esperti in tecnologie multimediali nascono installazioni e performance efficaci e coinvolgenti, in cui lo spettatore diventa spettat(t)ore, coinvolto direttamente ne processi di creazione artistica e nello stesso momento della fruizione. Opere interattive e spettacoli a cui il pubblico collabora fornendo materiali, raccontando storie, compiendo azioni.

Punto di partenza, molto spesso, sono ricerche sul campo, in cui ricercatori e videomaker si confrontano e raccolgono i ricordi delle comunità che hanno vissuto l’esperienza del terremoto. Ne è un esempio l’installazione multimediale “Oggetti Smarrenti – iconici e labili” che offre un’indagine audiovisiva sulla storia della tendopoli di Godo, quartiere di Gemona del Friuli, diventato un esperimento sociale di autogestione.

Il progetto, curato dall’Associazione Hommelette di Trieste in collaborazione con Margherita Pevere, trasforma uno dei negozi sfitti del centro di Gorizia in uno spazio narrante questa particolare vicenda storica. Attraverso la manipolazione di pellicole, audio documentari, interviste, riproduzioni di documenti d’epoca e carta lavorata, il lavoro indaga il processo di stratificazione e scrittura della memoria storica.

Nella stessa direzione operano Eva Sajovic e Chiara Perini, che con il progetto “Ri\Costruire insieme. Campo Scuola San Marco 1976” narrano le vicende del Campo Scuola “San Marco”, sviluppatasi a Ospedaletto (Gemona del Friuli – Udine) e fiore all’occhiello dei vari Campi Scuola organizzati nelle tendopoli dell’Alto Friuli nella stessa estate. Un’installazione su tre schermi sincronizzati che ripropone l’atmosfera dell’epoca, fervente di innovazioni e sperimentazioni e totalmente soddisfacente per i protagonisti: insegnanti, allievi e volontari.

Sul terremoto dell’Irpinia del 1980 si focalizza invece l’installazione multimediale proposta da Emanuela di Guglielmo. Un grande boato che ricorda il terremoto dell’Irpinia catturerà l’attenzione del visitatore. “Fate Presto”, il titolo dell’opera ma anche il titolo del quotidiano «il Mattino» del 1980, è un appello di aiuto di allora ma soprattutto un appello rivolto ai visitatori del festival che sono chiamati ad immergersi nella realtà irpina pre e post sisma attraverso un video fatto di immagini del paesaggio/abitazioni, ricostruendo poi la propria città ideale dopo la catastrofe. I partecipanti potranno partire da una città simbolo, fatta di cartone ben visibile nel luogo dell’installazione per riportare alla luce la bellezza e l’identità dei luoghi e per concretizzare e dare luce alla propria città ideale.

Se questa tipologia di opere lavora sulla contaminazione tra materiali video e documentaristici e offre nuove forme di fruizione, ancora più spinta è la sperimentazione proposta dal collettivo Marsala + Cyberdecò che propone il progetto “CataStore”. Un’installazione ambientale interattiva che assume la forma di un negozio interamente dedicato alla commercializzazione delle esperienza della catastrofe. Il negozio si divide in tre aree distinte, diversificate per i contenuti ed i linguaggi utilizzati: il Mercatino dell’usato, il Banco delle offerte e la Ruota della Sfortuna: il core business di “CataStore” che ti spinge a partecipare in prima persona e a condividere immediatamente la tua esperienza attraverso i social network messi a disposizione

Si tratta, naturalmente, di una provocazione, che nasce da una riflessione sull’evoluzione del concetto di consumo e sulla sovraesposizione mediatica degli eventi drammatici. In una società dove il consumo è bisogno costante, quasi bulimico, e dove è necessario avere sempre di più (e ancora di più), si è passati dal possesso degli oggetti al consumo delle esperienze. Poter dire di aver vissuto una catastrofe diventa uno status symbol: nasce una nuova forma di turismo “della tragedia”, perché le altre mete sono esaurite, banali, già viste.

“CataStore” è solo un esempio, forse il più lampante, di come l’interazione tra linguaggi multimediali e spazi urbani possa proporre riflessioni non banali, capaci di smuove gli animi, superando lo stadio della – pur sempre necessaria – commemorazione per creare dibattito e mantenere viva la memoria.

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