Common Food

L’insalata in busta, ovvero un’indagine di IV categoria

L’insalata in busta è una meraviglia della tecnica moderna: ci fa risparmiare pochi minuti di preparazione, ma ha un costo altissimo per le nostre tasche e per il pianeta. Perché, allora, ne compriamo sempre di più?

C’è qualcosa di liberatorio nell’aprire una busta di insalata prelavata, versarla in una ciotola, buttare la busta e mettere il mix di erbe colorate in tavola. Qualcosa legato alla fiducia con cui guardiamo ogni confezione industriale, capace di proteggerci da microbi e virus e liberarci dalla responsabilità di lavare l’insalata da soli. Qualcosa che sembra conciliare alcuni aspetti tradizionalmente in tensione nelle nostre scelte alimentari: mangiare sano, senza fatica e in tutta fretta.

In altre parole, mangiare verdure fresche e fibre in quantità senza dover lavare, tagliare e asciugare un cespo di lattuga. Ripetute misurazioni (amatoriali e auto-condotte) confermano che per tagliare il corrispondente di due porzioni (200 g. circa) di insalata si impiegano dai 3 ai 6 minuti (a seconda del numero di risciacqui e del grado di asciugatura richiesto). Con un prezzo medio di 6,95 € al Kg, un’insalata in busta di 200 g. ci costa sui 2€ (facendoci risparmiare i 3/6 minuti di preparazione); un’insalata non imbustata, circa 0,24€ (ossia 1,2€ al Kg più i 3/6 minuti di preparazione). È chiaro che la scelta dell’insalata in busta non è una scelta soltanto economica: perché abbia senso risparmiare quei 6 minuti pagando il sovrapprezzo, dovremmo guadagnare circa 8.900€ al mese (circa 17,6€ l’ora, 0,29€ al minuto). Chi guadagna di meno, quasi tutti noi, farebbe bene a lavarsi l’insalata da solo.

Ma non è sorprendente che l’insalata in busta costi tanto: rispetto alla mole di lavoro necessaria a metterla sulle nostre tavole, ha un prezzo piuttosto competitivo. Sebbene i metodi siano leggermente diversi da azienda ad azienda, tutte hanno dei sistemi di raccolta semi automatici che tagliano le piantine, le sistemano in grandi sacchi o contenitori che vengono immediatamente inseriti nella catena del freddo, a volte direttamente nei campi. Gli stabilimenti sono in effetti delle celle frigo in cui l’insalata è tenuta fra i 2 e i 4 gradi mentre viene selezionata, lavata una prima volta (in grandi vasche di acqua clorata o ozonizzata), tagliata, risciacquata, asciugata e imbustata, spesso in atmosfera protettiva (ossia sostituendo l’aria nelle buste con gas come azoto o anidride carbonica). Tutto il ciclo, dalla raccolta alla distribuzione, dura molto spesso poche ore.

Come ogni industria, anche questa, sebbene produca foglioline verdi e ben pulite, non è senza costi ambientali. L’industria del cibo in generale usa grandi quantità d’acqua che spesso restituisce all’ambiente piene di inquinanti. Ma la produzione di insalate e di tutte le verdure lavate e pronte meritano una menzione speciale: solo circa il 10% dell’acqua è utilizzato per le innaffiature (la produzione), il restante 90% è impiegato nel processo di lavaggio.[1] Calcolando l’efficienza energetica, l’impatto sulle emissioni di gas serra e la produzione di rifiuti in relazione al consumatore finale, il cibo sfuso è molto meno inquinante di quello imbustato.[2] Sebbene le buste usino spesso colori che rimandano al mondo “naturale” (verde, marrone, giallo o celeste), se siete degli ecologisti, non dovreste comprarle.

In effetti, le insalate sono foglie che mangiamo crude, come erbivori masticatori. Ci aggiungiamo alcuni condimenti che le arricchiscono (nel gusto e di una valenza culturale), ma, frutta fresca a parte, è difficile immaginare un piatto più semplice. Eppure, i prodotti di IV categoria, ossia la frutta e la verdura lavata e pronta da consumare, nel 2015 avevano in Italia un mercato di 740 milioni di euro: il 64% delle famiglie ne ha acquistati durante l’anno. Non sorprende che nei supermercati e ipermercati lo spazio dedicatogli sia aumentato del 58% dal 2007 al 2013.[3] Rispondendo ad un’analisi di marketing, 9 consumatori su 10 hanno dichiarato che scelgono insalate in busta per “praticità e comodità”. Ma cosa significa? Perché accettiamo di pagare dieci volte di più per evitare compiti semplici e tutto sommato rapidi? Che cos’è la comodità che desideriamo?

Nicholas Carr, saggista ed esperto di nuove tecnologie, parte da Google. Il motore di ricerca, negli anni, si è evoluto, imparando a capire che cosa stiamo realmente cercando. Un errore di digitazione in una parola viene riconosciuto e ci viene presentata l’alternativa corretta (ossia quella maggiormente cercata); mentre digitiamo, appaiono i termini di ricerca che probabilmente ci interessano. Purtroppo, più Google diventa intelligente, più le nostre capacità di costruire una stringa di ricerca peggiorano. Scriviamo sempre meno e ci affidiamo sempre di più alla macchina, commettiamo più errori di digitazione, probabilmente perché sappiamo che verranno corretti. Cercare su Google è ora molto più “pratico” e “comodo” di prima, così come, per esempio, è più facile prendere decisioni finanziare consigliati da bot e software decisionali. Ma la nostra capacità di reperire informazioni o compiere scelte consapevoli sui nostri risparmi è davvero migliorata?[4]

Questo processo è vecchio come la tecnologia stessa: affidare a un utensile un compito che potremmo fare con le nostre mani dovrebbe lasciarci liberi di concentrarci su operazioni di complessità maggiore. Se non devo scavare dei solchi con le mani, ma uso un aratro, potrò concentrarmi su come massimizzare la produzione del mio campo. Se non devo calcolare a mano la radice quadrata di un numero, ma uso una calcolatrice, potrò concentrarmi su tutta l’equazione da risolvere. Ad una condizione: devo sapere a cosa serve l’utensile e come funziona. Essere cioè cosciente dei processi che automatizzo, altrimenti corro il rischio di non essere più in grado di adattarmi ai cambiamenti del contesto (se la calcolatrice finisce le batterie e non so calcolare le radici quadrate a mano, non risolverò mai l’equazione; se non so cos’è una bolla speculativa, il mio algoritmo mi farà investire tutto fino a ridurmi sul lastrico).

Nella preparazione del cibo, questo è in larga misura già avvenuto. Un sondaggio del 1996 riporta che il 53% degli americani ritiene di saper cucinare meno dei propri genitori.[5] La diffusione del cibo pronto, la mancanza di tempo, la standardizzazione dei consumi, la diffusione di un modello industriale nell’agro-alimentare, hanno contribuito a scavare un solco profondo fra il risultato che portiamo sulle nostre tavole e il processo necessario a crearlo, dalle materie prime (animali o vegetali), passando per il processo di lavorazione (macellazione o lavaggio), fino alla cucina. In altre parole, non sappiamo più che le pesche o le zucchine crescono in Italia d’estate, né quanto e quale lavoro richiedano per essere prodotte. Avere le fragole in inverno era una volta motivo di sorpresa e felicità. Oggi rientra nella normalità delle cose e non stupisce più.

Aprire una busta e mangiare una bella insalata ci da un immediato piacere senza richiedere praticamente nessuno sforzo. È forse in questa esperienza personale che si nasconde la chiave del successo delle insalate in busta. Nonostante la logica economica e ambientale ci consiglino il contrario, compriamo il lusso di mangiare sano senza fatica. Ma la psicologia ci ha insegnato che siamo tutti schiavi dell’adattamento edonico. Ossia tutti, dopo uno stimolo positivo o negativo, tendiamo a tornare ad un livello di felicità medio. Che detto in altre parole significa che le gioie dell’amore e i trionfi professionali, così come il dolore di una perdita o l’infelicità per un furto, sbiadiscono col tempo.[6] Non appena la nuova situazione è vissuta come “normale”, il piacere aggiuntivo che derivavamo dalla minor fatica necessaria svanisce. Quanti di noi mangiando un bastoncino di pesce surgelato pensano con felicità alla fatica risparmiata nel non doverlo impanare direttamente?

Ma se un minestrone surgelato, per esempio, ci fa risparmiare un lavoro considerevole che si misura in decine di minuti se non ore, l’insalata in busta porta il meccanismo all’estremo: inquiniamo e paghiamo di più per risparmiare dai tre ai sei minuti. E questo non ci impedirà, fra qualche anno, di non accorgerci più della fatica che risparmiamo (per quanto poca). Se il trend di crescita non cambia, l’insalata in busta sarà il modo normale di mangiare l’insalata. Non saremo più in grado di compiere uno dei gesti più semplici che esistano: raccogliere e lavare del cibo già pronto in natura. E le nostre discariche e i mari saranno ancora più inquinati da plastica e sacchetti.

Forse è giunto il momento di ammettere che la nostra felicità e il nostro benessere (e quello delle generazioni future) non si basano più sul faticare di meno, ma sulla capacità di scegliere consapevolmente cosa mangiare, quando, con quali ricadute per il nostro – unico – pianeta. E che il costo di una piccola fatica evitata da ognuno è insostenibile per tutti.

Note


[1] Hülya Ölmez, “Environmental Impacts of Minimally Processed Refrigerated Fruits and Vegetables’ industry” in Fatih Yildiz, Robert C. Wiley (eds), Minimally processed refrigerated fruits and vegetables, Springer, New York, 2017
[2] Ole Jørgen Hanssen et. al. “Environmental profile, packaging intensity and food waster generation for three types of dinner meals” in Journal of Cleaner Production 142 (2017), pp. 395-402
[3] Italfruit News, “Quarta e quinta gamma e aromi: dai dati di vendita al percepito del consumatore” in Italfruit News, 20 aprile 2016 consultato su www.italiafruit.net il 24/05/2018
[4] Nicholas Carr, La gabbia di vetro, Raffaello Cortina, Milano, 2015, p. 95
[5] “Cooking Survey Reveals That 28% Of Americans Can’t Cook” in Huffington Post, 09/09/2011, consultato su www.huffingtonpost.com il 26/05/2018
[6] Sonja Lyubomirsky, “Hedonic Adaptation to Positive and Negative Experiences” in Susan Folkman, ed., The Oxford Handbook of Stress, Health, and Coping, Oxford University Press, 2011

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