Incontrotesto

Incontrotesto 2013 – Luca Baranelli e Francesco Ciafaloni, “Una stanza all’Einaudi”

Il secondo appuntamento di questa terza edizione di Incontrotesto si terrà oggi pomeriggio alle 16.30 nel Salone Storico della Biblioteca degli Intronati a Siena. Verrà presentato “Una stanza all’Einaudi”, volume uscito quest’anno per Quodlibet.

Baranelli-Ciafaloni-Stanza-Einaudi-b Il libro, curato da Alberto Saibene, raccoglie un’intervista inedita e altri contributi di Luca Baranelli e Francesco Ciafaloni, redattori presso la casa editrice torinese tra gli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta.
Abbiamo chiesto a Ciafaloni e Baranelli di raccontare uno degli incontri, umani o letterari, avvenuti nelle stanze e nei corridoi della casa editrice Einaudi, importanti per la loro vita professionale. Pubblichiamo qui di seguito le testimonianze dei redattori, dedicate a due figure che potrebbero essere considerate gli “invisibili fondamentali” all’interno della casa editrice: Vera Dridso, «segretaria fuori dal comune […] traduttrice poliglotta», e Alda Magnaldi, redattrice «fuoriclasse sia nel mestiere novecentesco sia in quello dell’era digitale». Persone che di fatto «trasformavano un dattiloscritto informe e scorretto in un libro; in un oggetto elegante, solido, bello da vedere e piacevole da maneggiare; in un testo senza errori», rendendo possibile quel lavoro di cura artigianale che veniva dedicato a ogni volume.

Il mestiere di fare libri
di Francesco Ciafaloni

Passare da una grande azienda industriale ad una piccola casa editrice, come mi è accaduto poco meno di mezzo secolo fa, voleva dire passare dalla gerarchia impersonale al rapporto diretto, dall’astratto al concreto, dai grattacieli in periferia a un appartamento vecchiotto in città, dai dirigenti che comandavano operatori ignoti in tutto il mondo, usando le antenne dei ponti radio privati, istantaneamente, alle istruzioni date a voce, magari un po’ reticenti, per la timidezza di Boringhieri o l’allusività di Einaudi. Certo, c’erano anche le “interurbane e urbane / dattilografe”, come scriveva Franco Fortini, ma, per accedere agli urbani e interurbani interlocutori dovevano mettersi in coda, come allora facevano tutti.

Voleva anche dire passare dal sordo, e muto, potere delle grandi organizzazioni al mondo risonante e trasparente delle case editrici, che sono, o almeno erano, un tamburo, un crocevia, un caleidoscopio, un altoparlante. E dal potere, esercitato o subito, all’evidente mestiere di tutti: dai linotipisti rapidi nel comporre e maneggiare le pagine di piombo, da leggere specularmente, ai correttori, ai redattori, di cui dovevo entrare a far parte, ai consulenti, agli autori.

C’è molto mestiere anche nelle grandi aziende industriali, ovviamente; ma lo si vede, di fatto, solo nei cantieri o nelle officine, non nei grattacieli. Di “chiave a stella” ne ho conosciuto uno solo: uno strumentista di più che mezza età, che si era costruito un manuale personale, un librone con le foto e le caratteristiche delle apparecchiature che aveva usato in decenni di attività, ed era insostituibile. Era anche l’unico – operaio tra tanti ingegneri – che si fosse degnato, in decenni di lavoro in Medio Oriente, di imparare un po’ di arabo.

In una piccola, o media, casa editrice, i “chiave a stella” erano, o si vedevano, di più. L’informazione circolava molto. I grandi agenti – come Eric Linder – smistavano i libri del mondo tra le case editrici italiane, secondo loro criteri; le segreterie li smistavano sui tavoli dei redattori. In fatto di novità librarie o tendenze culturali si poteva essere sicuri di essere più aggiornati degli accademici di ritorno dall’estero. La sede stessa della Einaudi – i bianchi corridoi, “l’acquario”, come chiamavamo un locale vetrato – ti metteva in contatto con molti visitatori, autori e consulenti. Dalle case editrici passa di tutto: La poubelle agréée ha scritto Calvino; “anus mundi” ha scritto Fortini. Ma i rapporti di amicizia con autori noti erano rari e nascevano, quando nascevano, per motivi esterni al lavoro.

I rapporti veri di un redattore erano quelli con i colleghi; con l’insieme delle persone che trasformavano un dattiloscritto informe e scorretto in un libro; in un oggetto elegante, solido, bello da vedere e piacevole da maneggiare; in un testo senza errori. Le case editrici, alcune case editrici, sono rimaste, più a lungo delle grandi fabbriche, più della scuola, un luogo di mestieri in evoluzione; un luogo in cui si potevano perfezionare le proprie competenze e, diciamo così, salire di grado; in cui erano frequenti le figure miste: impiegate poliglotte che erano anche traduttrici; correttrici che potevano diventare redattrici; o editrici.

Ho condiviso con il mio collega ed amico Luca Baranelli una stanza alla Einaudi. Non sempre la stessa stanza però. Per alcuni anni abbiamo condiviso, con Sergio Caprioglio, studioso e curatore dell’opera di Antonio Gramsci, una bellissima stanza d’angolo al piano terra rialzato. Poi siamo saliti nel sottotetto. Poi ci siamo assestati in una sporgenza della sala in cui si facevano, manualmente, con le schede perforate e gli aghi da calza, le concordanze dantesche, sotto la direzione, in origine, di Daniele Ponchiroli.

Dalla stanza d’angolo, con pochi gradini in salita e qualche passo, si arrivava alla direzione e alla segreteria di redazione. In segreteria arrivavano i libri in opzione; partivano e arrivavano le telefonate e le lettere; si battevano i verbali; si registravano ed eseguivano le decisioni della direzione; si stilavano i contratti. Insieme alle segretarie normali lavorava anche una segretaria fuori dal comune, Vera Dridso, che era anche una traduttrice poliglotta, con una vita più avventurosa della media delle vite. Le sue traduzioni, da Bulgakov a Simone Signoret, erano mezza pagina del catalogo storico della Einaudi; ed oggi sono pagine e pagine in rete. Quando la Dridso, che veniva da una famiglia ebrea lituana, telefonava alla madre, alternava il russo al tedesco e allo yiddish, con rari inserti in italiano. Noi cercavamo di capire, dal suono, quando cambiava marcia. Luca Baranelli racconta della stima per lei di Raniero Panzieri: «È una russa bianca; ma bravissima e simpaticissima». Primo Levi la conosceva dall’immediato dopoguerra, quando lei, arrivata pochi anni prima a Torino da Nizza per sfuggire ai nazisti arrivati al mare, e sopravvissuta, cercava di aiutare altri scampati allo sterminio. Forse Primo registrò allora una sua biografia, di cui non sono riuscito a trovare traccia. Certo le chiese di interpretare Marja Fiodorovna nel suo sceneggiato radiofonico de La tregua, trasmesso nel maggio del ’78.

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Con qualche gradino in discesa dalla nostra stanza si arrivava all’ufficio tecnico, il regno di Oreste Molina, dove c’erano i grafici, si decideva l’impostazione delle pagine, si faceva, con un piccolo torchio, la stampa di prova delle copertine.

Quello delle concordanze dantesche, con cui abbiamo coabitato per qualche anno, era un lavoro un po’ magico, per la natura non ovvia della tecnica usata, che non proverò a spiegare, e per la natura sovrumana dei versi che ne costituivano la materia. Anche l’organizzazione dei correttori di bozze, il gruppo più numeroso di colleghi, era parte della ricerca della perfezione, di cui ero, confesso, più oggetto che soggetto.

Mentre a tradurre, a rivedere traduzioni, a leggere e recensire libri, credo di avere imparato abbastanza bene, a suo tempo, non ho mai avuto la vera passione che il vero redattore deve avere per la pagina giusta. Proprio per questo i coordinati laboratori che costituivano la Casa editrice mi intimidivano allora e mi affascinano davvero anche oggi, quando non esistono più.

Per Didi
di Luca Baranelli

Vorrei rendere una breve testimonianza per un’amica carissima che ha contribuito forse più di ogni altra persona a farmi apprendere e apprezzare il mestiere editoriale. Si tratta di Alda Magnaldi, detta Didi, entrata giovanissima all’Einaudi come correttrice di bozze e affermatasi nel corso degli anni, prima da Einaudi poi da Bollati Boringhieri, come la migliore redattrice che io abbia conosciuto fra la fine del Novecento e il primo decennio di questo secolo. Questo giudizio potrà sembrare eccessivo, ma io so che è condiviso da autori che hanno avuto il sostegno redazionale di Didi: penso ad esempio a Claudio Pavone, Luisa Mangoni, Francesca Serra. A me e a molti altri Didi ha insegnato in primo luogo i criteri-guida per chi si prende cura di un libro: chiarezza, economia e semplicità. Anche per questo l’ho sempre considerata la mia maestra e mi sono rivolto a lei ogni volta che ho avuto un dubbio o un problema da risolvere.

Nel periodo del suo apprendistato, Didi aveva imparato più di tutti alla scuola dell’ufficio tecnico Einaudi. Ben presto la sua intelligenza, la sua attenzione sempre vigile, il suo occhio infallibile nel trovare errori, refusi, approssimazioni e inesattezze grafiche, la sua capacità di risolvere i problemi del testo e delle note senza dare nulla per scontato con un controllo implacabile di dati e date, parole e grafie, affermazioni e contesti, ne hanno fatto un’autentica fuoriclasse sia nel mestiere novecentesco sia in quello dell’era digitale. Didi è in grado di temperare con sapienza la rigidità e l’approssimazione dell’editoria digitale nella sua odierna fase infantile (che lei conosce alla perfezione) con le innumerevoli risorse e raffinatezze di un mestiere plurisecolare appreso e praticato da Einaudi dall’inizio degli anni ’70 in poi. Io stesso, in più d’un’occasione, ho avuto la fortuna della sua assistenza, sempre generosa e molte volte gratuita: e se nel Meridiano delle lettere di Calvino e nella raccolta delle sue interviste è pressoché impossibile trovare un errore, il merito non è tanto mio quanto di Didi, che ha letto e controllato quelle bozze con un’acribia esemplare. L’ultimo regalo che Didi ha fatto a me, a Francesco e ad Alberto è la duplice lettura di questo piccolo libro.

Come ho detto, Didi – e suo marito Gianfelice – sono miei amici fraterni da decenni: i doni che Fiamma e io abbiamo ricevuto dalla loro amicizia non possono essere raccontati; ma voglio almeno ricordare l’eccellenza leggendaria della loro convivialità e dell’arte culinaria da essi praticata. Anche in questo caso, come nel mestiere redazionale, una sintesi di rigore e fantasia.

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