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Il Mar Mediterraneo secondo Mattia Insolera

di Jacopo Braghini

«Essendo la fotografia un mezzo facile, anche un po’ casuale, una pratica assume valore quando la sai riprodurre intenzionalmente, non quando ti viene per caso.»

È con queste parole che Mattia Insolera entra nel vivo dell’intervista che ci ha rilasciato in occasione dell’inaugurazione della sua mostra personale al Santa Maria della Scala a Siena, dal titolo: Transmediterranea. Un’antologia di Identità, Persone, Merci. La mostra – curata dall’autore in collaborazione con Ada Sbriccoli ed allestita con estrema cura da Luca Baldini – ci racconta il viaggio che Insolera ha intrapreso nel mar mediterraneo. Le sue fotografie ci conducono così alla scoperta di tutti quei luoghi, quegli spazi che partecipano alla ri-composizione del topos mediterraneo.

Il progetto, realizzato grazie ai finanziamenti garantiti dal CoNCA (Conseil Nacional de la Cultura i de les Arts de la Generalitat de Catalunya), nasce nell’agosto 2009 con l’obiettivo di raccontare otto storie e si è sviluppato nell’arco di questi ultimi tre anni. Ad oggi il progetto si compone di 17 storie di vita e, negli intenti dell’artista, si dovrebbe concludere una volta raccolte complessivamente una ventina di storie dedicate ai temi dell’industria marittima, del traffico di persone, della movimentazione delle merci e perciò anche della crisi industriale. Tutti questi temi sono legati a doppio filo tra loro e caratterizzati da un comune denominatore: il Mar Mediterraneo.
Tramite i suoi scatti Insolera ci permette di conoscere la realtà dei marinai che vivono all’interno delle navi cargo, è in grado di farci sedere al fianco dei pescatori di ritorno con i loro pescherecci, dopo una notte di pesca. Riesce a mettere in contatto le persone che movimentano le merci nei porti della Spagna con i pescatori algerini. Si crea un filo che unisce le grandi navi container, viste come enormi fabbriche galleggianti, a coloro che quotidianamente lavorano e dunque vivono il Mediterraneo. I marinai della nave dalla vernice scrostata e abbandonata dall’armatore con il suo equipaggio nelle vicinanze di Barcellona, fanno parte di una narrazione più ampia che l’artista è stato capace di creare attraverso il medium fotografico. Non si può non scorgere lo sguardo critico con il quale Insolera ritrae chi oggi usufruisce del Mediterraneo solo come luogo di vacanza. Egli riflette sulla perdita di coscienza di queste persone, sempre più abituate a viaggiare in aereo. Questo fa sì che il mediterraneo – una volta via di comunicazione per eccellenza – non sia più oggi il luogo dove maggiormente si sviluppa il processo di creolizzazione, ma diventi una sorta di superficie, di ostacolo, da superare.

Il filo logico che troviamo all’interno della mostra unisce l’analisi antropologica dei vari caratteri e profili sociali che, nonostante tutto, ancora si confrontano all’interno di queste acque, e mette in risalto gli elementi che minacciano la serena sopravvivenza delle abitudini di coloro che vivono questi luoghi.

Inoltre l’obbiettivo della macchina fotografica si ferma ad osservare l’avanzato processo di meccanizzazione dei porti e delle navi mercantili oramai composte anche da equipaggi di sole sei, sette persone. Questo tipo di restrizioni nell’uso di manodopera è uno dei fattori che ha contribuito alla crisi del settore mercantile. Le difficoltà dei pescatori – in particolare dei piccoli pescherecci – di contrastare il predominio dell’industria della pesca è uno dei motivi che hanno reso il Mar Mediterraneo sempre più oligotrofico, cioè povero di sostanze nutritive per l’ecosistema marino, a causa della pesca a strascico effettuata dai grandi pescherecci.

Il Mar Mediterraneo di Mattia Insolera, in ogni sua fotografia ritorna alla sua forma più sincera e cruda. Tra i vari aspetti che il progetto documenta, bisogna ricordare la storia di tutte quelle persone che quotidianamente attraversano quella barriera blu in cerca di migliori condizioni di vita, disposte a confrontarsi con una chimera che potrebbe diventare realtà.

Altro punto su cui Insolera riflette tramite il suo obbiettivo è l’immagine stereotipata che oggi ci viene fornita del Mediterraneo. Le riviste patinate e i cataloghi dei tour operator ci propongono oggi un mare fatto solo per turisti, con belle spiagge e ristoranti “tipici”. Ad alimentare questa visione estetizzante hanno contribuito l’avvento delle vacanze di massa e, più recentemente, la nascita dei voli low-cost. Tutto ciò ha radicalmente modificato l’idea di viaggio e di conseguenza del Mediterraneo stesso in quanto luogo di transito e contatto. Il fotografo invece ci ricorda il ruolo fondamentale che questa inter-zona ha svolto, e che ancora svolge, all’interno della vita di tutto l’occidente. Si può dunque dire che l’esposizione riesca nell’intento di resuscitare la memoria e il vissuto di un luogo che resta di primaria importanza per tutta l’Europa.

Il fotografo riesce a evocare tutto ciò ritraendo numerose scene di un quotidiano ancora oggi presente ma poco rappresentato, mostrandoci le vite di tutte quelle persone che sono oggi le protagoniste di questo luogo e che ci si confrontano quotidianamente. Insolera ci porta a riflettere sull’intricata struttura di queste realtà unite da un unico filo blu: il Mar Mediterraneo del XXI secolo. È all’interno di questo mare che Insolera riesce a parlarci di temi come l’identità, l’industria della pesca o il traffico delle merci. E per farlo ha deciso di usare la fotografia, regalandoci delle opere che riescono ad evidenziare temi complessi come la crisi industriale e i flussi migratori. La mostra già dal titolo Transmediterranea. Un’Antologia di Identità, Persone, Merci chiarifica gli intenti. Guardando le sue fotografie sembra proprio di sentire l’immensità di quegli spazi di scambio attraversati da merci e persone provenienti da ogni parte del mondo. La dimensione degli uomini che lavorano in mare resta sempre in primo piano nello sguardo del fotografo riportandoci preziose storie nascoste che riescono quindi a raccontarci molto del tempo in cui viviamo. Questa mostra riesce a ricordarci come una fotografia possa raccontarci una storia, la storia del Mediterraneo, di chi l’attraversa e di chi vi sta nel mezzo.

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