Sismografie

Il decennale del terremoto dell’Aquila: Territorio e Ricostruzione.

Sei domande a Lina Maria Calandra, geografa.

Uno striscione apparso allo stadio Fattori dell’Aquila il 6 aprile 2012, nel terzo anniversario del terremoto. Foto di Marcello Spimpolo, fonte: Rugby1823.

Il 6 aprile 2019 ricorre il decimo anniversario del terremoto dell’Aquila, punto di partenza di una rete formale e informale di pratiche e riflessioni che ha portato alla nascita del nostro spazio Sismografie e ad un rinnovato interesse delle scienze sociali italiane ai Risk e Disaster Studies. Come curatori di questo spazio di dialogo all’interno del Lavoro Culturale, abbiamo scelto di intervistare chi, da vari punti di vista, ha analizzato il post-disastro all’Aquila (che continua). Non abbiamo chiesto di proporre soluzioni, ma riflessioni da angolature probabilmente poco battute nell’inevitabile flusso mediatico dei prossimi giorni, persistenze della messa in scena di una Via Crucis emergenziale ormai assurta a caso studio internazionale. Ridare voce a ricercatori e ricercatrici e ad aquilane ed aquilani, ci sembra possa continuare il lavoro di straforo che da otto anni e quasi 90 articoli intessiamo per proporre una visione differenziale sullo studio e la gestione del rischio e dei disastri nel nostro Paese. Iniziamo con la prima intervista a Lina Maria Calandra, professoressa associata di Geografia presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università dell’Aquila. Dal 2011 dirige il Laboratorio di cartografia e GIS «Cartolab», nel quale insieme a studentesse e studenti, colleghe e colleghi ha studiato approfonditamente e affrontato in modo partecipato le questioni sociali e politiche legate al post-terremoto aquilano.

Nel corso di questi dieci anni abbiamo provato a sviscerare, da differenti prospettive, i problemi della ricostruzione dell’Aquila, provando a delinearne la transizione dal pre- al post-sisma e in qualche modo a tracciarne un futuro. Ma in questo fiume di parole cosa non abbiamo capito dell’Aquila? Quali dinamiche locali non sono mai state affrontate finora? 

Quello che non si è capito dell’Aquila – sebbene qualche voce si sia anche levata, forse un po’ tardivamente o solo in maniera strumentale – è che la sua ricostruzione avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per riaffermare la peculiarità del vivere negli Appennini, per riannodare i fili del rapporto uomo-ambiente spezzati, negli ultimi decenni, dal miraggio dell’industrializzazione e da una terziarizzazione non sempre dettata dalla necessità di rispondere ad esigenze o aspirazioni proprie del territorio. Industrializzazione e terziarizzazione che hanno allontanato più di una generazione dalla conoscenza e dalla consapevolezza delle autenticità – non standardizzabili e non delocalizzabili – del territorio aquilano. Un call center può operare “qui” o “lì” indistintamente, non si lega alle peculiarità del territorio. Certo, un call center sono posti di lavoro, ma posti di lavoro funzionali più che altro ai politicanti, da giocarsi nell’immediato per rafforzare sacche di potere. E poi? E poi periodicamente si affrontano le crisi dei ridimensionamenti, delle chiusure, ecc. con in prima linea i soliti politicanti.

Quello che non si è capito è che non doveva essere la ricostruzione dell’Aquila, ma di un intero territorio, di economie, di una cultura dell’abitare. Ognuno pensa alla “sua” ricostruzione (i singoli, i comuni, le varie stazioni appaltanti): ma chi pensa alla ricostruzione “del tutto” e “di tutti”? Tante e variopinte sono le bandierine che periodicamente sventolano sull’Aquila: tutto smart, tutto eco, tutto eccellenze, tutto open… Ma poi la vita delle persone sta altrove, si svolge su altri piani. Una retorica stucchevole e affarismi “a tempo determinato” perché se hai voglia di scansare un po’ di polvere dalla superficie, la realtà dei fatti parla un’altra lingua. Per esempio, la lingua di chi ha paura di dirti come vanno veramente le cose nella ricostruzione, pregandoti di cambiare discorso; e di chi con orgoglio ti dice che “per ragioni etiche e morali” ha deciso di “stare fuori dalla ricostruzione”. Perché? In che senso? Che succede? Quello che finora non è stato affrontato seriamente localmente è come va veramente la ricostruzione: a parte i dati ufficiali disponibili (“a valle”), a parte i bellissimi palazzi del centro storico dell’Aquila restituiti in tutto il loro splendore, in base a quali dinamiche vengono indirizzati gli enormi flussi di denaro che si concentrano su questo fazzoletto di territorio italiano? Quali le ripercussioni sui singoli: tecnici, professionisti, imprese, artigiani, amministrazioni, cittadini? E quando i soldi della ricostruzione finiranno, cosa resterà?

Sento un silenzio assordante su come realmente vanno le cose, all’Aquila e nel resto del cratere 2009. Per non parlare poi del nuovo cratere 2016-17. Ecco, se la classe dirigente aquilana e del Paese tutto avesse mostrato uno spessore diverso, forse il terremoto dell’Aquila poteva essere ricordato come quello che aveva contribuito al progresso di tutta l’Italia, per esempio con una bella legge nazionale sulla prevenzione e sulla gestione dei disastri; e invece niente, ogni volta si ricomincia da capo.                      

Il volume “Territorio e Democrazia, Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano” (2012, L’Una edizioni), da te curato, è stato fondamentale per comprendere a tutto tondo i problemi della gestione del sisma, anche per noi del Lavoro Culturale che abbiamo partecipato in alcuni capitoli. Nel volume avevi parlato di un “disagio territoriale”, ovvero della relazione tra l’uomo e il proprio territorio che era già compromessa prima del terremoto. A dieci anni di distanza cosa resta di questo disagio? La ricostruzione in corso lo ha acuito, riconfigurato o alleviato?

La copertina del volume curato da Lina Calandra “Territorio e Democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano” (2012)

A dieci anni dal terremoto, le dinamiche di frammentazione e dispersione si sono consolidate e hanno cominciato a produrre nuove rappresentazioni del territorio, per esempio nei bambini. Come area pedagogica – con il collega e amico Alessandro Vaccarelli – e area geografica del Dipartimento di Scienze umane, abbiamo lavorato molto con le scuole e nelle scuole. Nell’ambito di vari progetti, abbiamo chiesto ai bambini di disegnare il loro territorio; a partire dalla loro casa, rappresentare i luoghi che frequentano e che conoscono. Guardate queste sequenze di disegni (foto in basso): nella prima sequenza (disegni del 2013, secondaria di 1° grado), c’è un elemento territoriale, la strada, che pur nella sua “invasività”, rivela quanto tutto sommato nella rappresentazione il territorio venga ancora percepito come un “tessuto”. Nella seconda sequenza (disegni del 2017, secondaria di 1° grado), il territorio non c’è più, quello che compare è una pura distribuzione di località, staccate e isolate l’una dall’altra.

La rappresentazione del territorio da parte di alcuni bambini coinvolti nelle ricerche di Lina Calandra

Forse non è solo il post-sisma che contribuisce a generare questa rappresentazione, su cui poi si definiscono comportamenti e scelte individuali e collettive, ma si fa fatica ad accettare che tutti i miliardi di soldi pubblici spesi, e che ancora saranno spesi, producano una ricostruzione che non previene, ma anzi alimenta, i noti mali del vivere in “località” a cui si sente di appartenere progressivamente sempre di meno. In dieci anni, è questa la cultura dell’abitare che il post-sisma ha prodotto nei nostri figli? Ovviamente non tutto è perduto, anzi. È assai rassicurante che nei disegni dei bambini, se da una parte “sparisce” il territorio, dall’altra compare nella rappresentazione il costituente originario della vita di ogni essere vivente sulla Terra: la natura, che per questa parte di mondo è la montagna, è il Gran Sasso. Ecco, come suggeriscono i disegni dei bambini, forse è arrivato il momento di tornare alle origini, lavorare per ricostruire rappresentazioni ancorate a ciò che di meraviglioso e imprescindibile c’è da queste parti: la montagna.    

In questi anni all’Aquila sei stata testimone e soprattutto promotrice di progetti di ricerca partecipata, che miravano a comprendere i bisogni delle persone e a creare sulla base di essi una visione politica. Cosa ha rappresentato questa partecipazione? Quanto è stata “partecipata”? Quanto i suoi risultati hanno avuto e/o promosso una visione, e poi un’azione, politica?

I vari percorsi di partecipazione che abbiamo promosso o accompagnato come Laboratorio Cartolab, da un certo punto in poi anche in collaborazione con il Comune e con altre istituzioni del territorio, hanno rappresentato innanzitutto una straordinaria attività di formazione sul campo di decine di studenti universitari senza i quali, del resto, nulla di quello che abbiamo fatto sarebbe stato possibile. In secondo luogo, i percorsi e le iniziative di partecipazione hanno permesso di realizzare ricerche socio-territoriali su temi e problematiche significativi soprattutto a livello del cambiamento dei luoghi e dei comportamenti delle persone, sperimentando metodi, strumenti, approcci al fine di comprendere e tentare di illustrare le dinamiche in corso. Il tutto secondo un principio ispiratore di base: per sapere come stanno le cose, come va in un territorio, non si può prescindere dalle singole persone e dai singoli luoghi.  

Abbiamo influito sulle visioni, sulle azioni politiche? No, certo che no. Del resto, non so fino a che punto in contesti di emergenza e post-emergenza, investiti da enormi flussi di denaro pubblico e da una pletora di soggetti nazionali ed internazionali (della finanza, di grandi imprese, di alte sfere dell’amministrazione pubblica statale), sia il livello politico quello veramente determinante. E poi, in ogni caso, la ricerca-azione partecipativa non parte dalla prospettiva di ottenere risultati politici perché considera la partecipazione come un continuo, lungo, faticoso e spesso anche penoso processo culturale che cerca di rendere permeabili l’una con l’altra le sfere della scienza, della società e della politica. Comunque, sicuramente si è contribuito a qualche circoscritto esito politico-istituzionale che poteva essere consolidato se dal piano meramente politico, legato per altro alle singole persone, si fosse riusciti a radicare a livello amministrativo i procedimenti per cui scelte e decisioni maturate partecipativamente diventano atti concreti. Abbiamo cambiato il corse delle cose all’Aquila? No, ma sicuramente strada facendo abbiamo cambiato noi stessi.

Proseguendo la tua attività di inserire i bisogni degli attori locali nella ricostruzione in una visione politica dell’Aquila, negli ultimi anni hai lavorato moltissimo nei comuni abruzzesi, chiedendo alle persone che sogni avessero, di cosa avessero bisogno a livello personale e collettivo. A tal proposito, come pensi che raccogliere e raccontare i sogni possa servire anche ad esprimere il disagio territoriale, che immaginiamo non sia solo aquilano ma abruzzese (ma possiamo anche ampliare la scala, certo)? Inoltre, quanto questi sogni sono condivisi dalle nuove generazioni e potranno essere realizzati all’Aquila o in Abruzzo dei prossimi 20 anni?

Con il Progetto “Il territorio dei miei sogni” nei 44 Comuni del Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga di cui 38 in almeno un cratere sismico, la ricerca-azione ha registrato un salto di qualità. Il contesto è quello del sisma del 24 agosto nell’Alta Valle del Tronto (con i comuni di Arquata del Tronto e di Acquasanta Terme) e nell’Alta Valle del Velino (con Amatrice e Accumoli), e, in parte, anche di quello della sequenza di scosse che dal 24 e 30 ottobre 2016 (sul confine umbro-marchigiano con Norcia-Castelsantangelo sul Nera) arriva fino al 18 gennaio 2017, quando a essere colpita è l’Alta Valle dell’Aterno (già colpita nel 2009) e il teramano. In un contesto del genere, che può fare la ricerca sul campo? Andavamo ad intervistare le persone per chiedere i bisogni, i problemi? No, la sfida doveva essere un’altra: quella di raccogliere, persona per persona e luogo per luogo, i frammenti di futuro che, nonostante tutto, quei territori – ci siamo detti – sicuramente conservano ancora. Ecco, i sogni rappresentano quello che le persone, nonostante tutto, nei loro territori, sono ancora disposte a fare e ad essere mettendosi in gioco economicamente, professionalmente, come cittadini, come amministratori, come imprese. Sono state intervistate 428 persone e raccolti 1680 sogni. Il tutto doveva poi confluire nel nuovo Piano pluriennale economico e sociale del Parco. Ma il Piano non si è fatto. Tutto inutile, allora? Chissà… In ogni caso, i risultati a livello formativo, di ricerca e conoscitivo sono stati raggiunti (vedi gli approfondimenti in fondo all’articolo).

Certo è che i sogni del Gran Sasso-Laga – dei giovani e dei meno giovani – rivelano nel loro insieme una diffusa inadeguatezza delle politiche e degli interventi negli ultimi decenni, soprattutto alla scala regionale: il grande sogno è “Una politica dei territori, e non una politica per il territorio decisa chissà dove e secondo chissà quali logiche”. Al contempo, i sogni rivelano – in chi è rimasto e vuole rimanere e in chi è tornato o ha scelto questi territori – una incredibile caparbietà, ostinazione, fiducia: “Noi non siamo voluti andar via. Il nostro posto è qui: c’è l’aria pulita, ci sono i tartufi, le noci, le pesche, vediamo spesso i lupi. Un giorno tutti ritorneranno qui, perché altrove non si trova lavoro e qui invece c’è molto da fare!”.

I sogni rimarranno nel cassetto? Per quanto ci riguarda, no. Non ci facciamo sfuggire nessuna occasione per diffondere, disseminare, discutere pubblicamente gli esiti della ricerca, continuando così anche l’azione. In tutti questi anni, la più grande e vera soddisfazione del lavoro fatto ce l’abbiamo quando negli incontri pubblici di restituzione degli esiti della ricerca – in primis a chi ci ha aperto la sua casa, la sua azienda, il suo ufficio – si alza qualcuno e dice: “Grazie! È tutto vero quello che dite…”; “Grazie! Grazie innanzitutto della vostra onestà intellettuale”. È una scelta etica quella di farci carico delle voci che raccogliamo, fungendo da megafoni dovunque e comunque anche quando ciò significa farci carico di “confidenze”, “informazioni bisbigliate” perché riguardano la presenza di fenomeni di criminalità più o meno organizzata, che oscillano tra legale e illegale, e che fanno male, fanno paura, distruggono la bellezza negli occhi di guarda ogni giorno le sue montagne: “Le nostre montagne non sono più luoghi sicuri. Ci sono stati… uno, due, tre furti. Una, due, tre, quattro con le vacche, poi un po’ di pecore… In una sola notte sono sparite 30 mucche…”; “I pascoli devono andare ai residenti. Ma è una linea un po’ pericolosa da seguire perché poi subentrano ‘fatti mafiosi’…”.        

Il terremoto dell’Aquila è stato l’ennesimo a colpire il nostro Paese, un territorio fragile che sembra non apprendere dal proprio passato. E’ stato però anche uno spartiacque, in Italia, per lo studio dei disastri dal punto di vista delle scienze sociali – non a caso, Sismografie è proprio nato in quei giorni. Quanto, secondo te, le riflessioni sui disastri sviluppate dalle scienze sociali in questi dieci anni in Italia possano migliorare la governance dei disastri, e perché, invece, sembrano non essere considerate dai decisori politici e dalla Protezione Civile Nazionale?

Il Presidente Obama in visita al centro storico dell’Aquila con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il 9 luglio 2009. Fonte: Official White House Photo by Chuck Kennedy.

La vedo dura, ma proprio dura. Non siamo pronti, innanzitutto culturalmente, a raccogliere le riflessioni sui disastri sviluppate dalle scienze sociali e tradurli in norme, piani, strategie, decisioni politiche. Ancora adesso, all’Aquila, in convegni, seminari, congressi sento parlare di “disastro naturale”, da parte di studiosi, accademici, professionisti. Non ci siamo, non siamo ancora pronti. E poi, non siamo pronti neppure istituzionalmente – e ci metto dentro anche l’Università – perché, non so bene come dire, ho l’impressione che ogni istituzione si limiti a parlare a se stessa in termini di se stessa e anche all’interno di uno stesso contesto la comunicazione è talmente farraginosa o pilotata o inesistente che mi sembra impossibile ci si possa sedere tutti ad un tavolo con l’intento di capirsi. Per di più, non vedo quella perseveranza, abnegazione, costanza nel prendere in mano una cosa e seguirla fino in fondo. I singoli di buona volontà, che pure ci sono, non ce la possono fare.    

Per concludere, una domanda come ricercatrice ma anche come cittadina e madre, come si vive oggi in una città “terremotata”? Cosa manca ancora a 10 anni dal sisma e cosa ha segnato in modo indelebile la tua quotidianità, e che probabilmente, non potrà essere recuperato nemmeno con la migliore ricostruzione possibile?

Faccio fatica a ragionare in termini di “cosa manca ancora a 10 anni dal sisma”. Ho vissuto questi dieci anni molto intensamente, forse a volte “troppo” intensamente. Non ci siamo mai fermati e, anzi, abbiamo via via allargato ed esteso le prospettive. Sono stata particolarmente fortunata, è vero, non avendo subito lutti in famiglia; avendo conservato il lavoro, bellissimo, di ricerca e formazione; avendo avuto l’opportunità, periodicamente, di maturare in famiglia scelte “di vita” seppur “a tempo” (fino al prossimo trasloco, per esempio).

A 10 anni dal sisma manca qualcosa? Certo che sì, ma c’è anche tantissimo, abbiamo un capitale enorme: preferisco concentrarmi su questo, preferisco concentrarmi sui sogni di questi territori e darmi da fare. C’è qualcosa che non potrà essere più recuperata? Sì, un’amica cara: ci siamo salutate il 4 aprile sera, ultime ad uscire dall’allora Facoltà di Lettere, con il solito “Ci vediamo lunedì, ci facciamo il caffè”. Quel lunedì per lei non è mai arrivato. Ma sono certa che ci guarda, e sorride…   

 

Approfondimenti

Per chi avesse desiderio di conoscere nel dettaglio la ricerca sono disponibili:

1) un video di 20 minuti realizzato dal dott. Valerio Quartapelle che restituisce in forma polifonica alcuni dei temi emersi dalle 428 interviste effettuate nei 44 Comuni del Parco tra maggio e settembre 2017. È possibile accedere al video su Youtube.
2) il documentario del regista Rai Guido Morandini che racconta della ricerca nel Parco. Si tratta di una produzione Rai, andata in onda il 15 giugno scorso su Rai Italia (Italian Beauty). Ilvideo è disponibile su Rai Play.
3) Il Rapporto di ricerca n. 1 (con la metodologia seguita) e il Rapporto di ricerca n. 2 con gli esiti della ricerca, entrambi accessibili qui.
4) L’intervento fatto nel quadro di una iniziativa di Libera Nazionale il 19 novembre 2018 presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Aquila, alla presenza del Questore dell’Aquila e del Comandante provinciale dei Carabinieri: “Gran Sasso, Laga, Majella: segnalazioni di truffe e fenomeni criminali dalla ricerca sul campo in due aree protette”. L’intervento è  disponibile qui – a partire da: 2:16:00. 

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