I libri italiani di oggi e il sarcasmo nella critica: una lettera

Caro Matteo,

ho letto il tuo articolo su IL, «La megalomania degli scrittori italiani», come mi hai gentilmente invitato a fare, forse perché il mio articolo di esplorazione della trilogia dell’Increato di Antonio Moresco ti ha fatto pensare che io fossi un altro dei suoi tifosi più accesi. Invece, nonostante il mio coinvolgimento in alcuni spazi legati al mondo dei libri, sono più che altro un semplice lettore (ritengo Moresco un grande scrittore, ma questo è ben diverso dal tifo), e proprio in quanto tale ti scrivo qui perché io credo che i lettori, in particolare i lettori della letteratura italiana di oggi, meritino più rispetto.

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Appena mi hai segnalato il pezzo, sono andato in edicola a comprare IL, che però qui in provincia arriva più tardi. La copertina ripresa dal Time e l’annuncio di Franzen come più grande scrittore contemporaneo (in fondo i gusti son gusti, i parametri son parametri, il marketing è marketing) mi hanno sorpreso, ma non certo scandalizzato. Ma quando nell’editoriale di Christian Rocca, dopo una prima spolverata di sarcasmo sugli scrittori italiani di oggi, ho letto che il romanzo di Edoardo Nesi L’estate infinita, per Rocca esempio virtuoso contrapposto alle altre opere italiane, è «un manifesto politico contro gufi e rosiconi in forma di romanzo» non ci volevo credere (peraltro, Nesi è anche parlamentare, e che «gufi e rosiconi» siano parole del lessico renziano è una corrispondenza quantomeno interessante). L’editoriale continua: «Altro che storytelling. Altro che narrazione. Altro che chiacchiere». Poche pagine più avanti, nella rubrica La macchina del fango di Arianna Giorgia Bonazzi, si legge che, dopo un numero dedicato alla fiction italiana, i lettori avevano bisogno di un risarcimento. Si potrebbe obiettare che la rubrica è ironica, ma basta mettere in relazione i suoi contenuti e il suo tono con quelli del resto del giornale ed ecco che ironica non appare più per niente.

Ma tutto ciò, potresti dirmi, non c’entra niente con il mio articolo. Il problema è che quello che mi pare fare il tuo articolo è dare una base e una legittimazione critica alla cornice e a simili e sempre più diffuse posture sarcastiche. Anche nel tuo testo, il confine fra la legittima satira e l’irritante sarcasmo purtroppo spesso non è chiaro, almeno non a me né a tanti altri, e ho l’impressione che questa scarsa chiarezza sia in sé uno strumento critico sempre più diffuso. E allora, un lettore che come me si senta umiliato da simili approccio e tono, come fa a prenderti sul serio e ascoltarti senza pregiudizi anche quando, come sai fare benissimo e con tutta la mia ammirazione, offri analisi critiche rigorose e pertinenti? Che dovremmo fare, noi lettori, vergognarci di aver letto e talvolta apprezzato quegli autori che citi e quelli a cui alludi?

La tua spiegazione storico-sociologica (la mancanza di una vera epoca della modernità in Italia, e quindi dell’ambiente naturale dello sviluppo del romanzo, dici) mi sembra tanto interessante quanto foriera di perplessità, perché per fortuna l’arte sa sfuggire a una così rigida causalità: molte grandi opere sono venute proprio dalle frizioni e dalle faglie sconnesse della storia e delle società, e non dalla loro linearità. Ma il punto è che, appena prima di questa analisi, non ti fai problemi ad attribuire a tutta la letteratura italiana «malafede», parola che, sono certo, prima di usare hai pesato con attenzione. Se il presupposto è questo, come dovrei sentirmi io, lettore medio della letteratura italiana di oggi? Truffato, illuso o non abbastanza intelligente da rendermi conto di leggere e seguire una scena letteraria fondata su malafede, marketing e mediocrità? Ci ritieni davvero tutti così ingenui? Intendi: questo non significa che molte diffuse strategie pubblicitarie, di potere e critiche di oggi non m’infastidiscano. Anzi, rimarresti probabilmente sorpreso dalla mia severità e diffidenza di cliente di libreria.

Passi poi ad analizzare le esigenze mediatico-editoriali che si sono imposte in Italia dagli anni Ottanta in avanti (il midcult ecc.). Sacrosanta analisi. Solo che non capisco perché poi si vogliano confondere le cause con gli effetti e addossarle sistematicamente agli autori, escludendo la possibilità di esistenza di opere che sfuggano a queste dinamiche (le grandi opere del passato lo hanno fatto spesso, reinventando di volta in volta le regole) e, infine, generalizzando questa analisi, senza scampo. In tutto questo, l’impressione che emerge è che tu abbia piegato e messo la tua analisi critica al servizio di un sarcasmo e di contrapposizioni che hanno forse altre origini, e non tutte letterarie. Spero di riuscire ancora a respingere la tentazione di pensare che questa sia malafede, e non quella che dicevi tu, ma serve il tuo aiuto.

Inoltre, te la prendi con la presunta ossessione degli scrittori italiani nel voler scrivere il «Grande Romanzo Definitivo». Su questo penso in particolare due cose. La prima, che a forza di parlarne, sarcasticamente o meno, questa ossessione finirete per farla esistere davvero (come del resto insegna la tecnica del marketing). La seconda, che da lettore mi sento proprio di “pretendere” questo dagli scrittori: che scrivano sempre come se stessero scrivendo un grande romanzo definitivo, per così dire. Non mi sembra il caso di scambiare l’ambizione artistica che ha reso grande certa letteratura con la megalomania o la pretenziosità, che è altro. Altrimenti, non possiamo lamentarci dei midcult, delle opere tutte uguali fra loro, dei troppi libri di poche pretese, della monotonia o trascuratezza stilistica, dei libri pensati solo sulla base del mercato e così via. Che da una parte lamenti le logiche mediatico-editoriali e poi osteggi una delle sue poche possibili vie di salvezza, ovvero che la letteratura italiana cominci a prendersi più sul serio, anche nelle sue manifestazioni più radicali, a me sembra un paradosso. Intendiamoci, non sono tanti i casi in cui il risultato riflette e onora la volontà di scrivere qualcosa di veramente importante, questo è vero. Ma è una tensione, questa, che da lettore, ho sempre bisogno di sentire.

Dopo altre spolverate di sarcasmo («la parmigiana della zia» ecc.), punti poi l’obiettivo su due autori, Lagioia e Moresco: al primo sembra voi abbiate riservato un intero numero, per attaccarlo, mentre il secondo è in grado di scatenare reazioni sempre stranamente polarizzate. Al di là della nostra normale divergenza (ora nulla, ora sottile, ora radicale) di vedute sulle loro opere, continuo a non riuscire a evitare di sentire come sempre più irrispettoso il tono che tu e altri avete ormai reso il vostro segno distintivo. A che serve? A chi dovrebbe giovare? Conosco e riconosco il potere della satira nella critica e la molièriana risata, e non ho certo nessun interesse a difendere interessi di scuderia di cui peraltro non nego certo l’esistenza. A me pare che siamo però in un altro campo: quello di un gioco di rapporti di forza che non si allontanano per niente da quelle dinamiche mediatico-editoriali che lamenti nel tuo articolo. Altrimenti, giusto per fare un esempio, uno con la solidità critica dimostrata nell’ottimo Da Pascoli a Busi che bisogno avrebbe di mancare così di rispetto a noi lettori? Perché volerci dare l’impressione di avere più ossessioni di quelle che attribuisci ai tuoi odiati scrittori italiani? È davvero il solo modo per esprimere severi giudizi critici? Davvero si può portare avanti un lavoro critico a colpi di battute acide e frecciatine? Non ci credo, perché a tanta frenesia mediatico-editoriale si potrebbe rispondere con i contenuti veri e propri, che a te certo non mancano e che, ogni volta che li condividi nei tuoi testi, io assorbo con gratitudine e ammirazione. La stessa sincera ammirazione che ho, per esempio, nei confronti degli scritti di Guido Vitiello (sia quando scrive di libri che, soprattutto, di questioni giudiziarie e dintorni), che però, per l’ennesima volta, proprio accanto al tuo pezzo su IL, torna con sarcasmo su Lettere a nessuno di Antonio Moresco. Ricordo un suo articolo indignato poco dopo la sua uscita, nel 2008, e molte altre frequenti citazioni, sempre derisorie: per lui leggerlo dev’essere stato proprio un trauma, speriamo si riprenda (e rispetti un po’ più l’autore e quei tanti lettori che, per ragioni diverse, quel libro lo hanno apprezzato).

A proposito. Poco dopo la dichiarazione di nostalgia per Alberto Moravia (e anche questo a me sembra un paradosso, visto che si parla anche della questione del potere politico-editoriale degli scrittori), concludi il tuo articolo lamentando, di fronte «alle ole sempre più ridicole che salutano i narratori pompieri», la marginalità toccata a un capolavoro come I Viceré di Federico De Roberto. Ebbene, indovina grazie all’articolo di chi io ho scoperto e amato I Viceré? Guarda qui. A volte il caso può essere sorprendente.

Insomma, caro Matteo, quello che personalmente mi sento di chiedere (sperando che queste mie parole non sembrino un attacco rivolto a te, che invece sei un interlocutore che ad averne!) è semplicemente più rispetto per noi lettori che passi anche attraverso il rispetto per gli scrittori italiani di oggi. Sono uno di quelli che pensa che anche solo prendere in mano e leggere un libro, e a maggior ragione parlarne, è sempre una responsabilità (me ne accorgo per esempio alla fine di questo articolo).

A me sembra che, a dimenticarsi quel bisogno di rispetto, finiremo per non essere più capaci di vedere e riconoscere le montagne di cose che il nostro sarcasmo lo meriterebbero davvero. Per sopravvivere, abbiamo dovuto sviluppare la capacità d’ignorare tante di quelle montagne (spesso fatte di escrementi) e di non curarci di loro ma guardare e passare, eppure siamo qui a fare i cinici su cose che, eventualmente, necessiterebbero un confronto su ben altri registri di tono e di approccio critico. Un po’ come quando sento i miei amici dire «mi fa schifo» a proposito di un qualche alimento (addirittura uno me lo ha detto più volte a proposito dell’acqua naturale rispetto a quella frizzante): se ci capiterà davvero di dover dire di qualcosa che davvero «fa schifo», gli chiedo sempre, poi che parola useremo?

(Una volta una di loro mi ha risposto «schifissimo», ma questa è un’altra faccenda).

Con i miei saluti, un sincero ringraziamento per l’invito a leggere il tuo articolo e con la speranza di tornare presto a godere e imparare dal tuo lavoro di critico.

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