Asylum / Politiche del contemporaneo

I confini dell’inclusione

I confini dell’inclusione, ovvero: «Se vuoi entrare nel territorio dello stato, o se vuoi continuare a rimanere al suo interno, devi dimostrare di volerti integrare».

Pubblichiamo un estratto dall’introduzione del volume, appena uscito per DeriveApprodi, I confini dell’inclusione. La civic integration tra selezione e disciplinamento dei corpi migranti, a cura di Vincenzo Carbone, Enrico Gargiulo e Maurizia Russo Spena.

I confini dell'inclusione

«Se vuoi entrare nel territorio dello stato, o se vuoi continuare a rimanere al suo interno, devi dimostrare di volerti integrare». Questa frase esprime in maniera sintetica ed esplicita la concezione che i governi di numerosi stati, “occidentali” e “democratici”, hanno delle politiche di integrazione dei non cittadini.

Governi che chiedono, o per meglio dire pretendono, qualcosa di sostanzialmente indefinito. Cosa si intende infatti con il termine integrazione? A quali sfere di significato si fa riferimento quando lo si utilizza? E soprattutto, a quali dimensioni del comportamento e degli orientamenti valoriali rimandano le istituzioni che lo impiegano nelle loro politiche?

Domande che rimangono senza risposta, mentre misure e azioni centrate su categorie evanescenti, come appunto quella di “integrazione”, occupano la scena delle politiche migratorie. Scena che, negli ultimi anni, è solidamente presidiata da una visione piuttosto radicale dei processi di inclusione dei non cittadini.

Questa visione, denominata civic integration, richiama apparentemente un immaginario incentrato sui valori e sulle norme costituzionali più che sulla cultura e sui suoi contenuti. Secondo il paradigma “civico”, integrarsi vuol dire adattarsi a parametri cognitivi e comportamentali che appartengono alla sfera del diritto.

Tali parametri, tuttavia, raramente sono definiti in maniera credibile e, soprattutto, difficilmente sono confinabili all’interno del perimetro ristretto del giuridico. La retorica incentrata sulla costruzione di un demos neutrale sul piano dei valori e dei riferimenti culturali finisce così per scontrarsi con la realtà dell’evocazione, più o meno mascherata e dissimulata, di un ethnos che accomunerebbe soltanto i cittadini e che fungerebbe da spartiacque rispetto ai non cittadini. Al di là del fatto che questi, al termine di un lungo percorso, possano essere giuridicamente riconosciuti e accettati all’interno della comunità.

Demos ed ethnos, in altre parole, si confondono: il secondo tende a schiacciare il primo, a imporgli le sue logiche e la sua grammatica, il suo linguaggio fatto di “adesioni” e “accettazioni” che formalmente riguardano il campo “freddo” del diritto ma che, in realtà, interessano l’ambito “caldo” della cultura e delle forme di identificazione individuali e collettive.

Il lessico dell’integrazione civica, di conseguenza, rimanda, al di là delle retoriche, a un processo di acculturazione, ossia di riconduzione a, e inclusione in, un sistema culturale considerato e rappresentato come chiuso e predefinito. La parola “cultura”, da cui il termine “acculturazione” deriva, condivide del resto la stessa radice del vocabolo latino colonia: ossia il verbo colere, “coltivare”.

Acculturazione e colonizzazione, dunque, hanno la stessa etimologia. In questo senso, la civic integration si presenta come una forma di insediamento coloniale “interno”, che agisce su persone le quali, seppur presenti nello spazio nazionale, devono essere tenute “a distanza”: separate, se non fisicamente, quantomeno simbolicamente e giuridicamente.

La colonizzazione dei non cittadini che vivono all’interno del territorio dello stato non riguarda solo la sfera della cultura, ma anche – e per certi versi soprattutto – l’ambito economico, e in particolare il campo del lavoro. I soggetti destinatari delle politiche di civic integration sono chiamati ad adattarsi alle condizioni del mercato e a dotarsi di specifici strumenti per affrontarlo. Questi soggetti devono sviluppare attitudini che li rendano autonomi, autosufficienti e attivi, e devono introiettare uno stato mentale di perenne riconoscenza nei confronti delle istituzioni e della popolazione «autoctona», sviluppando una sorta di «debito del migrante».

L’integrazione civica, in altre parole, agisce come un dispositivo di disciplinamento morale che, a livello culturale, mira a produrre un certo grado di “assimilazione” rispetto ai presunti “valori” fondativi della comunità “ospitante” e, a livello lavorativo, punta a inculcare un’etica del lavoro. Un dispositivo di questo genere si basa su una certa idea della società, del modo in cui questa è – ma soprattutto dovrebbe essere – strutturata, sui posti che le singole “categorie” di persone presenti al suo interno dovrebbero occupare e sugli specifici ruoli da assegnare ai loro membri.

Questa visione delle politiche migratorie, dunque, ha come obiettivo la costruzione di un ordine sociale stratificato e selettivo, al cui interno i non cittadini occupano posizioni di svantaggio, essendo inclusi in maniera parziale e differenziale. La loro presenza fisica nel perimetro dello spazio nazionale è utile, e quindi gradita, a determinate condizioni, ma deve essere modulata sulla base delle esigenze della componente “autoctona” della popolazione.

La civic integration, per essere efficace, deve fare perno su categorie e discorsi culturalisti e, in diversi casi, apertamente razzializzanti. Gli stranieri sono immaginati come “altri” in senso culturale, appartenenti a gruppi rappresentati come “etnicamente” diversi. La diversità che traspare da queste descrizioni è considerata radicale, al punto da trasformarsi in differenza e da assumere tratti di stampo razziale e una consistenza quasi ontologica. Il differenzialismo è dunque la cifra costitutiva dell’integrazione civica, ed è funzionale alla legittimazione di scelte e decisioni altamente disciplinanti, coercitive e selettive.

I confini dell'inclusione

La civic integration, pertanto, è una visione chiaramente politica, che si traduce nella costruzione di specifiche politiche. Vista da questa prospettiva, appare come un campo di azione collegato a, o addirittura permeabile con, altri settori di policy.

Le politiche di attivazione nell’ambito del lavoro o l’alternanza scuola-lavoro in quello dell’educazione e dell’istruzione mostrano, ad esempio, la stessa finalità pedagogica e lo stesso spirito paternalistico. I soggetti che ne sono destinatari sono considerati carenti, in una qualche misura, di attributi e caratteristiche che li renderebbero adatti a un determinato contesto, e devono perciò essere ri-modellati, così da compensare, o quantomeno ridurre, il loro deficit.

Ma anche le politiche per la sicurezza urbana, e in particolare le iniziative finalizzate a garantire il decoro delle città, vanno in una direzione ampiamente convergente con le misure di integrazione civica. Gli individui considerati minacce alla tranquillità della vita associata e all’ordine pubblico sono oggetto di specifiche tecnologie di disciplinamento che, in alcuni casi, mirano all’allontanamento fisico e all’esclusione spaziale ma, in altri casi, ambiscono a un’inclusione vincolata, subordinando il riconoscimento giuridico e materiale all’esibizione di atteggiamenti e alla messa in atto di comportamenti ritenuti idonei e appropriati.

Le politiche ispirate all’idea di civic integration trovano nell’Italia un contesto particolarmente favorevole al loro sviluppo. Si tratta infatti di un paese in cui la popolazione straniera lungo soggiornante è ormai piuttosto ampia. I dati aggiornati al primo gennaio 2017 descrivono un quadro composto da 5.047.028 non cittadini registrati in anagrafe e, più in dettaglio, da 3.717.000 stranieri regolarmente soggiornanti, quasi due terzi dei quali, ossia il 63%, dispone di un permesso di durata illimitata o di lungo periodo.

Se poi, oltre allo scenario statistico-quantitativo, si tiene in considerazione l’attuale normativa sulla cittadinanza, diventa immediatamente chiaro come la gestione degli stranieri lungo soggiornanti sia una delle priorità dei governi italiani, preoccupati di assicurarsi la fedeltà di persone che, formalmente, non appartengono alla comunità ma che, di fatto, ne sono parte integrante.

Anche per questa ragione la civic integration, in quanto logica di governo delle persone e dei loro comportamenti, va oltre le misure riservate agli stranieri che hanno appena fatto ingresso nel territorio, estendendosi piuttosto all’intera popolazione migrante e, dunque, anche alla sua componente lungo residente.

Nonostante la sua rilevanza, il tema della civic integration, è stato finora scarsamente esplorato in Italia. A parte alcune eccezioni, gli studi sui processi e sulle politiche migratorie raramente se ne sono occupati.

Il libro qui introdotto intende colmare questa lacuna, partendo dalla collaborazione tra autrici e autori che, da diversi anni, lavorano sul tema. Più in dettaglio, il volume mira ad analizzare il fenomeno della civic integration nella sua complessità, indagandone le origini, i significati e le implicazioni e studiandone le declinazioni in diversi ambiti delle politiche migratorie.

I confini dell’inclusione – attraverso l’introduzione di Laura Ronchetti e i contributi di Paolo Cuttitta, Michael Eve e Maria Perino, Giuseppe Faso e Miguel Mellino, oltre che della sua curatrice e dei suoi curatori – si focalizza sul caso italiano, facendone l’oggetto privilegiato di attenzione, ma richiama questioni e propone considerazioni che si estendono ben oltre il contesto della penisola.

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