Come sta il cinema italiano?

«Indipendentemente dal passaporto»

 Hedy Krissane e la lotta ai soliti stereotipi sugli immigrati.

L’Accademia del Cinema Italiano ha escluso dai David di Donatello Il silenzio di Ali Asgari e Farnoosh Samadi. I due registi  di origine iraniana hanno studiato e si sono diplomati a Roma, il loro cortometraggio è girato nella capitale ed è stato uno dei film che è stato selezionato al Festival di Cannes. Eppure, qualche giorno fa, è arrivata la notizia dell’esclusione del cortometraggio dal più importante premio dell’industria cinematografica italiana. In seguito alla decisione dell’Accademia, Giovanni Pompili della Kino Produzioni ha scritto una lettera aperta. Il silenzio è visibile in open access.

Quando un film è “italiano” e quando non lo è? Hedy Krissane, attore e regista italiano di origine tunisine, ci racconta il suo cinema.


Hedy Krissane

Fotogramma da Ali di Cera di Hedy-Krissane

Sono uno dei pochi immigrati ad aver attraversato il Mediterraneo per fare cinema. Sono arrivato in Italia dalla Tunisia nel 1993 e il cinema italiano era già in crisi. La parola crisi mi ha da sempre perseguitato, poi è diventata crisi mondiale. Uno spropositato ottimismo mi ha sempre portato a credere che i tempi cambieranno: in tempo di crisi la fantasia vola più in alto e l’ingegno umano percorre nuove strade e soluzioni. È stato così da sempre nel cinema italiano. I migliori film, le più belle sceneggiature sono nate in tempi di crisi, come nel Neorealismo.

In Italia ho iniziato con la televisione. C’erano tanti programmi di intrattenimento in cui un attore alle primi arme poteva trovare spazio. Poi ho avuto alcuni ruoli come attore nelle prime fiction prodotte dalle Rai in cui si vedevano immigrati, ma a noi erano riservate parti piccolissime e stereotipate. Anche passando al cinema con autori noti e importanti il ruolo rimaneva sempre lo stesso.

Ricordo quando dovevo fare la prova costumi: attraversavo tutto un salone pieno di abiti eleganti e firmati fino ad arrivare a un tavolo dove i miei costumi giacciono come nel banco dell’usato da dove provengono. A distanza di oltre vent’anni di carriera purtroppo devo dire che i ruoli nelle fiction non sono cambiati, l’immigrato continua ad essere rappresentato solo attraverso stereotipi, mentre nel cinema alcuni autori con più coraggio mi hanno offerto ruoli diversi e di rilievo. Tutto questo mi sta stretto e mi ha spinto a iniziare la carriera da regista e autore. I miei primi cortometraggi (Ali di cera, Colpevole fino a prova contraria, Lebes) sono stati un trampolino importante, in quanto inaspettatamente per me sono stati premiati in festival di tutto il mondo, in particolare per aver raccontato le storie di immigrazione con un linguaggio diverso e un punto di vista non retorico. Oggi gli autori di origine straniera sono tanti e insieme lottiamo per avere più rappresentanza nei media e la possibilità di raccontarci in modo più costruttivo e meno di facciata. La legge Franceschini aumenta notevolmente gli stanziamenti. La mia sceneggiatura I riflessi dell’anima aveva ottenuto per due volte punteggio sufficiente per godere di un contributo economico e interesse culturale, ma a causa dell’esaurimento dei fondi non ho avuto un soldo. È stata una grande delusione.

Ora con questa riforma spero che non succeda più, ma resta la necessità assoluta di considerare gli attori, gli sceneggiatori e i registi residenti in Italia alla pari dei colleghi europei per quanto riguarda la legge in materia di contributi e l’attribuzione della nazionalità al film, cosa che in altri paesi già c’è. Questo elemento è fondamentale in quanto la legge sulla cittadinanza è ancora ferma in Parlamento, e serve a includere e dare voce a chi vive in Italia e ha qualcosa da dire, indipendentemente dal passaporto. Altrimenti queste voci rischiano di essere soffocate come nei peggiori regimi. Lo spiego con un esempio: se un autore vive regolarmente in Italia da dieci anni e non ha ancora ottenuto la cittadinanza, perché non valutare la sua opera come un’opera italiana? Questo è autolesionismo, è un autogol, un impoverimento culturale e un danno per la società. Un nuovo punto di vista non può che fare bene a tutta la comunità.

Un ruolo importante nella diffusione di film di autori immigrati l’hanno i festival cinematografici. Sono un bene da tutelare in tutte le realtà locali, anche quelle più piccole. Ed è un buon segno che il bando Migrarti quest’anno abbia un budget più alto a sostegno di rassegne, festival, documentari e cortometraggi sul tema dell’immigrazione. Ma non capisco perché allo stesso tempo io dopo aver ottenuto dal Ministero la qualifica di “interesse culturale” non possa avere il contributo economico (in quanto i fondi sono esauriti), quando poi non tutti i fondi vengono spesi in ragione della carenza di progetti validi.

Ad ogni modo il problema del cinema italiano non è la produzione – questa legge la sostiene maggiormente- ma la distribuzione, ossia permettere ai film di andare in sala e incontrare il pubblico. È in questa fase della filiera che serve un intervento forte a sostegno dei film italiani. Ora che tutti hanno capito che con la cultura si mangia e che l’identità culturale di un paese si regge su quanto i suoi autori fanno e dicono serve più che mai un supporto. Si parla del modello francese da applicare anche in Italia. Una volta tanto sarebbe una bella mossa, ma chissà quando.

Attualmente sto lavorando alla mia opera seconda, che ha ottenuto il riconoscimento di interesse culturale nazionale senza contributi. Malgrado ciò stiamo chiudendo il nostro piccolo budget e spero di poter girare in aprile con Sebastiano Somma, Maya Sansa e io. Il titolo è Le strade della vendetta.

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