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Guerrilla Spam: una parete per risollevare il mondo

Pubblichiamo l’intervista integrale al collettivo artistico  Guerrilla Spam, che lavora negli spazi urbani attraverso posterart e muralismo, uscita in una versione ridotta su The Economist del 7 Gennaio 2016 con il titolo: “Italy, where migration’s front line and art’s avant-garde meet”. L’intervista è a cura di Amica Sciortino Nowlan. 

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Amica Sciortino Nowlan: In generale, cosa è fonte d’ispirazione per la vostra arte? Mi ricorda molto Hieronymus Bosch…

Guerrilla Spam: A livello artistico abbiamo molti modelli dai quali traiamo spunti o citazioni. Ci interessano i pittori fiamminghi come Bosch o Brueghel per i loro bestiari e per la critica raffinata che, attraverso parabole e proverbi, muovevano verso determinati ceti sociali, o più in generale verso l’ipocrisia dell’essere umano. Ammiriamo anche altri autori,come Durer, Goya, Otto Dix, Max Ernst, gli italiani Pontormo e Beccafumi, e ovviamente i muralisti messicani come Rivera, Siqueiros e Orozco. Degli artisti contemporanei stimiamo l’opera di Blu, a nostro giudizio, l’esponente di un’arte urbana pubblica e “per il pubblico” più significativo.

A. S. N.: Recentemente avete realizzato una grande opera che tratta in modo esplicito la tematica dell’immigrazione e il suo rapporto con l’Italia e gli italiani. Cosa vi ha ispirato e come è nato questo lavoro?

G. S.: Avevamo in cantiere la realizzazione di questo muro di trenta metri dal titolo “La deriva umana” da quasi un anno. Per varie situazioni abbiamo dovuto (e voluto) rimandare la sua realizzazione sino a che non abbiamo trovato il muro giusto a Metropoliz, un’occupazione molto particolare a Roma, dove famiglie di varie etnie vivono in sintonia con uno spazio artistico in continuo cambiamento. Era il posto perfetto dove dipingere un soggetto del genere.

A. S. N.: Il luogo che avete scelto per “La deriva umana” è particolare. Cosa ne pensate di Metropoliz?

G. S.: Definire Metropoliz è molto difficile; bisogna necessariamente passarci di persona per comprendere la complessità di questo ecosistema nel quale convivono famiglie africane, peruviane, italiane e rom, insieme ad artisti che passano per contaminare con dipinti, opere concettuali, installazioni o sculture uno spazio che ormai è diventato una cittadella-museo occupata. Un raro esempio in cui l’arte può pragmaticamente aiutare  delle persone (la presenza del museo, difatti, ha contribuito a giustificare l’occupazione evitando lo sgombero delle famiglie). Circa un anno fa avevamo già dipinto a Metropoliz un lungo corridoio nella parte abitativa dei rom, un lavoro impegnativo che ha richiesto tre settimane di lavoro a stretto contatto con gli abitanti e con i bambini rom che ci hanno aiutato a dipingere. È un’esperienza che inevitabilmente condiziona e arricchisce l’artista e che consigliamo a tutti coloro che sono desiderosi di stabilire un contatto diretto con la gente invece di stare chiusi a disegnare negli studioli.

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A. S. N.: Quali idee volete suggerire alle persone che vedono il vostro lavoro?

G. S.: Generalmente non vogliamo suggerire delle idee specifiche ma spronare le persone ad avere idee proprie. Crediamo che il primo passo per comprendere la realtà e i problemi sociali sia la presa di coscienza della loro esistenza e questo avviene innanzitutto attraverso la “visione” di tali problematiche. Vogliamo dare visibilità ai temi che ci stanno a cuore. Stimolare ad osservare i passanti, provocare e destabilizzare attraverso immagini forti che con un violento bianco/nero contestino qualcosa di prestabilito.

A. S. N.: Secondo voi, quale ruolo ha l’arte, in particolare la street art, all’interno del contesto della crisi migratoria, come nell’integrazione dei migranti nelle nostre comunità?

G. S.: L’arte ha il ruolo utopico di mostrare altri mondi possibili; l’eventuale volontà di realizzarli spetta poi ad altri ambiti della società, come la politica. Un muro dipinto, anche se denso di contenuto rivoluzionario e di messaggi pregnanti non può risolvere la problematica dei flussi migratori (ovvero la necessità di accoglierli), tuttavia può contaminare il terreno culturale degli individui, destandoli dal loro torpore. E questo non è poco.

La street art ha il privilegio di trovarsi (quasi sempre) a stretto contatto con la gente: nelle strade e nelle piazze che i cittadini vivono, dunque ha più opportunità di condizionare il pensiero della popolazione rispetto ad un’arte che sta nelle gallerie, e che necessita di un supporto critico per essere compresa. L’arte di strada, come era stato il muralismo messicano o come lo erano in passato gli affreschi delle cattedrali, ha mantenuto tendenzialmente un’estetica figurativa che diventa auto-esplicativa per il pubblico non soffrendo l’assenza di figure intermediarie come critici o curatori. Si può dire che, in qualche modo, i graffiti hanno salvato inconsapevolmente la rappresentazione figurativa popolare in un secolo dominato da un’arte concettuale elitaria, ora spetta a noi utilizzarla come veicolo di messaggi senza cadere nel decorativismo di facciate fine a sé stesso.

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A. S. N.: Come si sente la crisi migratoria in Italia ora che il flusso maggiore si è trasferito nell’est Europa e nella Grecia?

G. S.: Non crediamo che il cuore del problema sia la percentuale con cui i flussi migratori tocchino i differenti paesi ma semmai il fatto che manchi un educazione all’accoglienza come tratto essenziale dell’identità del cittadino europeo.

A. S. N.: Conoscete altre persone o gruppi, in Italia o altrove in Europa, che stanno usando qualche forma d’arte come strumento volto a comunicare questa situazione?

G. S.: Tantissimi artisti hanno affrontato il tema dell’immigrazione; nella street art poi, quasi tutti. Viene da chiedersi se sono gli artisti ad aiutare a conoscere questo tema o se è questo tema a rendere celebri gli artisti… Tuttavia sarebbe stupido non parlare di una problematica così urgente solo perché tutti ne parlano. Nell’ambito della street art ci sembrano significativi il muro di Blu dipinto a Desgana nel 2012, raffigurante una bandiera europea che non ha stelle ma filo spinato, i poster dei migranti di Br1, il muro “mare nostrum” tinto di rosso sangue dipinto da Hogre a Metropoliz, la barca di sagome nere di Boris Hoppek istallata a Cadiz. Apprezziamo moltissimo anche il lavoro Emanuele Crialese, che consideriamo tra i migliori registi italiani contemporanei, forse l’unico che è stato in grado di parlare dell’Italia sia come terra di partenze (in passato) che come terra di arrivi (attualmente).

A. S. N.: Pensate che questi progetti creativi possano permettere agli italiani di connettere l’esperienza migratoria di oggi con la storia dell’Italia come paese d’emigrazione?

G. S.: Gli italiani hanno un passato da popolo migrante che dovrebbe costituire un veicolo di facile immedesimazione con la situazione attuale di altri popoli. Crediamo che sarebbe utile che ognuno di noi, prescindendo dalla propria nazionalità e dal proprio vissuto personale, prenda coscienza del poter diventare un potenziale migrante al variare delle circostanze storico-economiche. Per questo nel muro dipinto a Roma abbiamo voluto spostare l’attenzione dal dramma della fuga dei migranti alla barbara indifferenza dell’uomo medio chiuso nella sua ottusità e irrazionale  terrore,  incapace di qualsiasi apertura all’altro.

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