Milleuna

Un’altra formidabile giornata di guerra. Geoff Dyer e la portaerei

Nell’ottobre del 2011, Geoff Dyer ha trascorso due settimane a bordo di una portaerei statunitense, come scrittore ospite. «Un’altra formidabile giornata per mare» (Einaudi Stile Libero) racconta quella esperienza. Ma è possibile dimenticare che una portaerei è una nave da guerra?

Geoff Dyer portaerei

Non esistono solamente i proverbiali errori di gioventù, esistono anche gli errori d’infanzia. Uno dei miei è l’album delle figurine degli armamenti dell’esercito americano nella prima guerra del Golfo.

Gli Stati Uniti invasero l’Iraq, io andavo alle elementari, e a qualche editore venne l’idea di quelle figurine. Successe proprio nel periodo in cui ero molto appassionato di aerei militari – guardavo di continuo Top Gun – e quelle figurine non poterono che attrarmi (me ne parlò qualche compagno di scuola? Le vidi da solo in edicola? Le pubblicizzavano in televisione? Non ricordo). Cominciai a chiedere ai miei genitori di comprarmele. Loro mi dissero di no. Non che fossero ex hippie pacifisti o qualcosa del genere, ma me le proibirono. Li dovetti sfiancare, perché a un certo punto strappai un accordo: mi avrebbero concesso l’album e le figurine, ma avrei potuto tenere solo quelle degli aerei e completare solo quella sezione dell’album, mentre le altre (armi, navi, divise ecc.) avrei dovuto buttarle. In seguito, con un subdolo lavoro che, immagino, dovette far leva sullo spreco del buttare tutte quelle figurine che comunque erano state pagate, riuscii alla fine ad avere il permesso di completare anche le altre sezioni dell’album. Poi sono cresciuto, sono diventato fortemente allergico a qualsiasi tipo di militarismo, la parola “patria” mi dà irritazioni cutanee, il fascino della divisa neanche per idea, e così via. Ma quella raccolta di figurine la feci e, se ci ripenso, mi chiedo com’è possibile che me l’abbiano concesso.

Anche lo scrittore inglese Geoff Dyer da piccolo subì una fascinazione del genere: «Adoravo gli aerei, specie quelli militari, la Battaglia d’Inghilterra in particolare. Come per quasi tutti i ragazzini della mia età, passare lunghe ore a costruire e verniciare maldestramente modellini Airfix significava avere una conoscenza enciclopedica dei velivoli della Seconda guerra mondiale. Una competenza tecnica da osservatore di aerei sostenuta da un’idea limitata e piuttosto illusoria dell’uso che di quegli aerei veniva fatto». Ecco, appunto: l’uso che di quegli aerei veniva fatto. Aggiunge Dyer: «Da piccolo ho amato la guerra e i soldati. Da studente, ormai libero da quell’infatuazione sanissima, la mia vita ha cominciato a prendere il contrario di una piega militare».

Quando il programma «Writers in Residence» ha chiesto a Dyer se ci fosse un posto dove desiderasse passare un po’ di tempo per tirarne fuori un lungo reportage, lui ha chiesto di essere imbarcato sulla portaerei americana USS George H.W. Bush. Dyer ha trascorso due settimane a bordo e ne ha tratto il libro Un’altra formidabile giornata per mare. Cronaca da una portaerei (Einaudi Stile Libero), tradotto da Giovanna Granato.

Come in Sabbie bianche (il Saggiatore), di cui si è parlato in queste pagine di recente (i due libri sono usciti più o meno nello stesso periodo), Dyer offre un’altra prova della sua intelligenza scanzonata e, in generale, della sua abilità di autore. Ma alla fine della lettura di Un’altra formidabile giornata per mare rimane una perplessità. Nel libro in questione pare esserci quello che potremmo definire un grande rimosso: quel certo piccolo dettaglio del fatto che è di una nave da guerra che stiamo parlando, e il piccolo dettaglio è la guerra.

Geoff Dyer portaerei

In questa foto, Dyer è – significativamente? – l’unico senza occhiali da sole. (foto di Chris Steele-Perkins)

Dyer racconta la vita di bordo, descrive le sue impressioni nell’assistere ai meccanismi di quel cosmo che è una portaerei gigantesca e corrispondente in dimensioni e numero di abitanti a una cittadina, e così via. Però lo fa quasi come se non si trattasse di una nave da guerra, ma una sorta di nave da crociera per militari. Non una parola sul potenziale distruttivo di quello che vede, né sui teatri di guerra in cui quei mezzi hanno operato, non un accenno al fatto che, quegli uomini gestivano non solo imponenti e tecnologicamente avanzati aggeggi di volo o navigazione, ma vere e proprie armi. Viene il sospetto che questa reticenza di Dyer venga dalle restrizioni che l’essere stato accettato a bordo gli ha forse imposto: o forse no, e quelle restrizioni sono tutte nell’occhio del lettore. Sia come sia, non è il caso di parlare di censura, ma di limitazioni probabilmente autoimposte, pena – ma siamo sempre nel campo delle speculazioni – il mancato benestare per la pubblicazione del libro o chissà cos’altro.

Per intenderci meglio, facciamo un breve riepilogo. La portaerei USS George H.W. Bush – intitolata a quello stesso presidente che in questi giorni sta tornando agli onori delle cronache –, entrata in servizio nel 2009, è lunga 332 metri e larga 76,8, è spinta da due reattori nucleari (nucleari) e l’equipaggio è composto da 3.200 marinai e 2.480 piloti (5.680 militari a bordo). È dotata di otto piattaforme di lancio missilistico e ospita fino a 96 (96) fra aerei ed elicotteri, a loro volta piattaforme di lancio missilistico di per sé. Siamo dunque piuttosto consapevoli di quale macchina di macchine da guerra si tratti. E non è una macchina che rimane costantemente in giro per i mari del mondo a dare appoggio logistico o a spaventare il nemico di turno con la sua sola presenza. Ad esempio, ha avuto un ruolo centrale nell’operazione Enduring Freedom, ovvero tutta quella serie di operazioni di bombardamento durate anni e anni dopo l’11 settembre 2001.

E non solo. La portaerei USS George H.W. Bush è quella in cui si è cominciato a usare mezzi del genere per appoggio ai droni da combattimento, che sono stati – e sono tuttora – alla base della guerra a “bassa intensità” (“bassa”, certo: andate a dirlo ai migliaia di civili che ne sono vittime) ma ininterrotta condotta dagli Stati Uniti e da altre potenze. Su questo, una lettura decisamente consigliabile è Teoria del drone di Grégoire Chamayou. I droni hanno cambiato la faccia della guerra, ormai ininterrotta e costantemente condotta sotto una soglia d’identificabilità mediatica e politica. Drammaticamente eloquente è questo grafico animato raffigurante gli attacchi dei droni in Pakistan e altri Paesi. La portaerei USS George H.W. Bush dove Geoff Dyer bighellonava apparentemente spensierato è al centro di tutto ciò. Eppure, è una dimensione quasi del tutto assente da Un’altra formidabile giornata per mare.

Non è questa la sede per valutazioni politico-militari e di etica bellica. Ma è quantomeno lecito chiedersi: al di là di qualsiasi differenza di vedute sui temi di politica internazionale o di etica militare, com’è possibile parlare per 218 pagine di una simile macchina da guerra occultandone quasi del tutto proprio la dimensione bellica?

Ci sono passaggi del libro in cui la frustrazione di Dyer sembra emergere, ma pare più una frustrazione da turista annoiato che da scrittore a cui s’impedisce di esprimere davvero tutto quel che gli passa per la testa in un contesto così peculiare: «Avevo vissuto una delle esperienze più straordinarie della mia vita, non me la sarei persa per niente al mondo… e non vedevo l’ora che fosse finita». Oppure, nei ringraziamenti finali, un blandissimo «sarà ormai chiaro che in certi punti del libro contesto le opinioni espresse da alcuni membri dell’equipaggio. Questo non diminuisce in alcun modo il mio rispetto e gratitudine» e così via.

Tutto questo non toglie che ci siano molte pagine in cui le migliori caratteristiche autoriali di Dyer emergono con forza: quella capacità di passare da un registro sobriamente comico a uno lirico con facilità e in modi e contesti spesso inaspettati, ma, nel caso di Un’altra formidabile giornata per mare, viene da chiedersi quanto tutto ciò basti.

Non sarebbe certo ragionevole “pretendere” da Dyer un trattato di sommario e superficiale antimilitarismo né niente del genere, ma la fiducia del lettore nel senso critico ed etico dell’autore stavolta ha qualche ragione di vacillare. E non ci sono costrizioni e censure o autocensure che resistano, così come non resistono i tentativi che, forse, Dyer infila nel testo per comunicare sotto il radar – appunto – eventuali pensieri e segni di disagio del trovarsi in una macchina di morte e distruzione come quella portaerei.

Geoff Dyer trascorre il suo periodo nella portaerei nell’ottobre del 2011, mentre questa si trovava nel Golfo arabo, e il nome vago e lontano di un’entità nemica – quasi fossero i Tartari di Buzzati – era quello dell’Iran. Nel frattempo… «gironzolavo per la nave insieme a Paul incontrando e salutando gli altri come se mi preparassi a una specie di inesistente ruolo di sindaco: Salve, come va? Quali sono le cose della nave che la preoccupano davvero? Capisco. Sono esattamente le cose che preoccupano me. Spero di poter contare sul suo voto». Dyer descrive anche i propri momenti di noia e quelli del personale di bordo. Peraltro, come la cronaca di questi giorni ha mostrato, i piloti degli aerei da guerra che partono da simili portaerei in qualche modo una soluzione per annoiarsi di meno la trovano: disegnando monumentali peni nel cielo, ad esempio.

 

Geoff Dyer portaerei

Divertente ed efficace come sempre – Dyer è pur sempre uno dei migliori scrittori di questi anni, e il sottoscritto rimane un suo ammiratore –, ma qui non si parla né di storie di jazz (come in Natura morta con custodia di sax), né di storie dei grandi fotografi (come ne L’infinito istante) né di cose del genere: qui si parla di guerra, e per di più una guerra inquietantemente permanente.

C’è un momento in cui pare aprirsi una breccia: «Eravamo una colossale nave da guerra capace di far piovere morte e distruzione sulla testa delle persone ventiquattr’ore al giorno; passavamo il tempo a pavoneggiarci per il Golfo come se fosse casa nostra, e i nostri aerei (per dirla in modo blando) facevano un casino del diavolo. Non fraintendetemi. Niente mi sarebbe piaciuto di più che vedere Ahmadinejad salire su un ring allestito a bella posta sul ponte di volo ed essere preso a calci in quel suo culo barbuto da un membro dell’equipaggio (tanto meglio se donna) ma, nello schema più ampio delle cose, sembrava che la nostra presenza fosse concepita secondo una logica provocatoria o, quantomeno, invadente. Come l’avremmo presa noi se gli iraniani avessero piazzato una portaerei a ventotto miglia dal Maine o della Cornovaglia? Avremmo tollerato una simile bravata sia pure per un millisecondo?»

È un momento del libro in cui Dyer si ricorda a cosa serve quella base militare galleggiante su cui si trova, ma anche qui le ambiguità rimangono: perché quel “noi”? Perché quella retorica (il ring per il culo barbuto) così simile a quella dei più fanatici xenofobi e guerrafondai fra gli interlocutori di Dyer? Perché quello sforzo di comprensione («Come l’avremmo presa noi…») di livello quasi – volontariamente o involontariamente – infantile?

Sarebbe assurdo, da parte mia, provare anche un solo istante di rabbia nei confronti dei miei genitori per avermi permesso di comprare (anzi, avermi comprato) quell’album e quelle figurine degli armamenti americani. Allo stesso modo, sarebbe irragionevole “prendersela” con Dyer per avere messo in un libro del genere i ragionamenti critici e morali che, per assurdo, ci avrei messo io se fossi stato al suo posto. Queste due separate e piccole constatazioni si uniscono – con tutta l’inutilità del caso – nel momento in cui leggo che anche Dyer, quand’era a bordo della portaerei, ai suoi genitori in effetti ha dedicato molti pensieri: «Ho pensato molto ai miei genitori mentre ero a bordo; mia madre era morta quattro mesi prima che mi imbarcassi; mio padre sarebbe morto, all’improvviso, tre settimane dopo il mio ritorno».

 

Geoff Dyer portaerei

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