Le coordinate sociali dei disastri

Note a margine del volume “Fukushima, Concordia e altre macerie”, a cura di Pietro Saitta.

Terremoto del Belice (1968). Foto di Gianfranco Moroldo. Fonte: Archivio fotografico italiano
Terremoto del Belice (1968). Foto di Gianfranco Moroldo. Fonte: Archivio fotografico italiano

Il libro Fukushima, Concordia e altre macerie. Vita quotidiana, resistenza e gestione del disastro, curato da Pietro Saitta è appena uscito per Editpress (Firenze) nella collana “Antropologia per la Società” (qui un estratto del volume l’introduzione di Saitta). Il volume rappresenta un’occasione di riflessione sugli studi sociali italiani (e non solo) dedicati al variegato concetto di disastro.

L’occasione è interessante non solo perché fornisce un quadro piuttosto ampio sui temi indagati e le metodologie applicate, ma anche per le implicazioni teoriche e pratiche in merito alla prevenzione e gestione delle emergenze. Sebbene l’analisi socio-antropologica dei disastri abbia illustri precursori fin dalla metà del Novecento, è da una decina di anni che, almeno tra gli scienziati sociali italiani, sembra aver riscosso un particolare successo e si è così rivelato un approccio estremamente stimolante sul piano della conoscenza dei fenomeni calamitosi e su quello dell’analisi concettuale e del confronto internazionale.

La pubblicazione mette insieme numerosi contributi etnografici e qualitativi originariamente discussi nel convegno di “Etnografia e Ricerca Qualitativa” svoltosi all’Università di Bergamo nel giugno del 2014. Si tratta di una raccolta di ben diciotto saggi (oltre all’introduzione di Saitta), che affrontano variegate esperienze di studio e offrono un panorama ampio della vivacità di questo ambito, specie tra i ricercatori più giovani (la gran parte dei contributi proviene da studenti di dottorato e da neodottorati). Il libro fornisce indicazioni sull’approccio che gli studi sociali (sociologia e antropologia, ma anche psicologia sociale, storia contemporanea, geografia umana) hanno in merito al concetto teorico di disastro ma, in parallelo, non tralascia l’analisi degli effetti pratici della catastrofe intesa come evento concreto che, con modalità e intensità diverse, si abbatte sui gruppi umani. Tale varietà di indagini permette di tracciare quelle che Gianluca Ligi, nel primo capitolo di “Antropologia dei disastri” (2009, da cui il titolo di queste note) chiama “coordinate sociali” dei disastri. Ne emerge chiaramente la nozione di catastrofi intese, non nell’accezione comune di fenomeni fisici (terremoti, alluvioni, incidenti nucleari…), ma come “eventi sociali”, ovvero accadimenti in cui le persone sono coinvolte non solo in modo passivo, ma anche attivo, “producendo” socialmente quella specifica circostanza. In tal senso, dunque, le calamità possono esistere anche solo come percezione collettiva. Come spiega nella sua introduzione Saitta:

Quel termine, disastro, indica generalmente una variegata e disomogenea serie di avvenimenti, accomunati dalla capacità di produrre la percezione di una duratura e sostanziale frattura dell’ordine sociale, delle routine, delle condizioni materiali e del senso di sicurezza propri di «comunità» di estensione variabile, talvolta persino coincidenti col globo. (p. 9)

Se, da un lato, il volume mette in mostra l’eterogeneità delle metodologie applicate (a tal proposito si veda il contributo di Olori), la complessità dell’analisi è accentuata dall’osservazione che, nella prospettiva delle scienze sociali, i disastri sono fenomeni osservabili attraverso il tempo e lo spazio. In altre parole, essi sono dei “processi” in cui le strumentazioni tecniche (sismografi, dosimetri, pluviometri e così via) ricoprono un ruolo parziale – o, addirittura, superfluo – se poi la popolazione non viene allertata in tempo o se – per vari motivi, anche “culturali” – interpreta la stessa minaccia in modi differenti. In alcuni casi, il fenomeno rilevabile dai macchinari non ha neanche luogo, eppure i suoi effetti concreti sono ben visibili allo sguardo dello scienziato sociale. Si pensi ad esempio, all’analisi della routine giornaliera a Mosca negli anni Novanta quando il crollo dell’Unione Sovietica indusse un senso di profonda incertezza simile a quello che segue il passaggio di un cataclisma (Shevchenco).

Un altro aspetto rilevante che risulta dal libro è che le coordinate per un approccio sociale allo studio dei disastri riguardano il superamento della distinzione tra disastro “naturale” e “tecnologico”: è l’agente d’impatto a dover essere classificato in tal modo, non gli effetti che esso provoca sulla società. Come sottolinea Jean-Pierre Dupuy (2006), «in materia di distruzione siamo diventati molto più forti della natura» e, aggiunge Ulrich Beck (2008), gli effetti delle “calamità” contemporanee non restano confinati in uno spazio delimitato, ma per loro natura diventano transnazionali (potenzialmente planetari) e, soprattutto, transpecifici e transgenerazionali, come nel caso della catastrofe di Fukushima (Cleveland).

In quanto processo, il disastro può cominciare prima che il fattore di impatto abbia luogo. Si pensi, ad esempio, ai dibattiti pubblici che cercano di ricostruire la situazione pre-evento al fine di identificare le cause, le assenze, i rimandi, le negligenze che non hanno “visto” arrivare il pericolo o l’hanno ignorato, talvolta facilitato, o che in ogni caso hanno determinato la vulnerabilità dei luoghi e della comunità colpiti (Falconieri; Barberis Rami). Come nel caso di Roşia Montană, un disastro anche solo potenziale può acquistare carattere di realtà e garantire il successo delle rappresentazioni sociali plasmate da interessi politici (Pop).

Naufragio della Costa Concordia (2003). Foto di Roberto Vongher
Naufragio della Costa Concordia (2003). Foto di Roberto Vongher

Gli studi sui disastri si concentrano soprattutto sul “dopo”: sulle risposte culturali allo sconvolgimento, sulla ricostruzione di quanto è andato distrutto, sulla gestione del mutamento, le dinamiche di potere e l’emergere di nuovi soggetti politici. Sul ruolo della leadership in caso di emergenza, si veda in particolare il contributo di Dovigo, mentre degli aspetti politici e burocratici – nazionali e internazionali – della gestione post-disastro discute in dettaglio il saggio di Benadusi. In questo senso, il disastro è qualcosa di “costruito” nel tempo e, secondo una scansione proposta da Campanella e Vale (2005), attraversa quattro fasi, via via più lunghe: la risposta immediata all’emergenza, il recupero di ciò che può essere rimesso in piedi, la ricostruzione in vista di una riutilizzazione funzionale e di una commemorazione, l’implementazione di strategie di resilienza (quest’ultimo punto è il fine dei due studiosi citati, che qui, tuttavia, non approfondisco, sebbene tale concetto abbia delle implicazioni su cui ci si potrebbe soffermare a lungo).

Questa compitazione del disastro è un dispositivo utile a comprendere il processo sociale avviato da una calamità. Nel libro, l’interesse di questo strumento è ben visibile soprattutto tra i saggi dedicati alle calamità abbattutesi in Italia negli ultimi tre decenni, un lasso di tempo piuttosto ampio per riconoscere le varie fasi di Campanella e Vale. Con le analisi del terremoto in Abruzzo del 2009 e di quello in Emilia del 2012 si fa luce, in particolare, sulle prime fasi del post-disastro: la gestione dell’emergenza (ad esempio per quanto riguarda gli sfollati: Pirone e Rebeggiani), le condizioni di vita nei campi (Castorina e Roccheggiani), le risposte culturali al rischio di dissolvimento della comunità (l’importanza della festa patronale: Carnelli; una rapida riorganizzazione sociale: Salvatore e Mastromarini; alcune forme alternative di attivismo: Pitzalis) e la prima ricostruzione (Zizzari; Musmeci). Attraverso gli studi dei sismi precedenti (in Campania e Basilicata nel 1980 e in Umbria nel 1997), si evidenziano ulteriori aspetti del disastro, come l’industrializzazione (a sua volta causa di ulteriori disastri ambientali e sanitari: D’Ascenzio), il recupero dei beni culturali come se fossero esenti dalla vita sociale che li ha prodotti (Marcorè) e, infine, la memoria che ricostruisce i fatti, le emozioni, le visioni (Ventura).

La scansione del disastro cui ho fatto riferimento è solo una delle tante proposte da numerosi studiosi ed è opportuno sottolineare, come suggerisce Neal (1997), che non esistono fasi nettamente definite perché, al contrario, esse sono sempre anche mutualmente inclusive e multidimensionali. In merito ai sismi italiani, tuttavia, i saggi presenti nel libro, se letti in quest’ottica d’insieme, forniscono indicazioni preziose sulle modalità con cui in Italia si fronteggia il post-terremoto e, complementariamente, ci si prepara al prossimo. Sulla scorta del lavoro svolto dallo stesso Saitta (2013) per la terribile catastrofe di Messina e Reggio Calabria del 1908, l’esperienza sembra ormai matura perché si avvii un esame di sintesi che conduca ad una riflessione unitaria sul “dopo” nel nostro Paese, senza dimenticare che, restando al solo terremoto, non mancano studi anche per altre crisi sismiche della seconda metà del Novecento, come quelle del Belice, del Friuli, del Molise e i bradisismi di Pozzuoli negli anni Settanta e Ottanta.

Concludo osservando che i tanti lavori che si inscrivono nella vasta e composita temporalità del “dopo disastro”, analizzando di volta in volta aspetti di urbanistica e di economia, forme del politico e usi dello spazio, idee di scienza e modalità di comunicazione, elaborazioni del rischio e della memoria, evidenziano tutti come il ritorno alla “normalità” antecedente l’evento sia una finzione. Come osservano Revet e Langumier (2011), l’etnografia del disastro mostra una serie di pratiche che le popolazioni sinistrate mettono in opera al fine di “tornare al futuro”. La catastrofe, cioè, obbliga a reagire, a rispondere, a (ri)cercare un senso; quando una sciagura rompe il quotidiano di una comunità, il discorso pubblico si volge all’elaborazione di una nuova ragione e di una nuova logica, nel costante anelito di ricostruire una continuità che il disastro ha irrimediabilmente trasformato in puntini di sospensione.

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Riferimenti bibliografici

U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma 2008.

T. J. Campanella,L. J. Vale (a cura di), The resilient city. How modern cities recover from disasters, Oxford University Press, New York 2005.

J.-P. Dupuy, Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del nostro tempo Donzelli, Roma 2006.

G. Ligi, Antropologia dei disastri, Laterza, Roma-Bari 2009.

D. M. Neal, Reconsidering the phases of disaster, in «International Journal of Mass Emergencies and Disasters», vol. 15, n. 2 (2005).

S. Revet, J. Langumier, Une ethnographie des catastrophes est-elle possible? Coulées de boue et inondations au Venezuela et en France, in B. Glowczewski, A. Soucaille (a cura «Désastres, numero monografico dei Cahiers d’anthropologie sociale», n. 7 (2011).

P. Saitta, Quota zero. Messina dopo il terremoto: la ricostruzione infinita, Donzelli, Roma 2013.

 

Indice del volume

Eventi complessi. Introduzione a una sociologia dei disastri di Pietro Saitta

Parte I. Tecnologie, territori, retoriche e decisioni

Resistere ai disastri: una lettura del ruolo della leadership organizzativa di Fabio Dovigo

Un disastro organizzativo: Fukushima e le politiche dell’evacuazione di Kyle Cleveland

Vestigia ai margini dello tsunami di Mara Benadusi

Roşia Montană. Controversie su un disastro di Alina Pop

Microcosmo imprenditoriale irpino: tra polvere e macerie di Anna D’Ascenzio

La crisi come stile di vita di Olga Shevchenko

Parte II. Stati di eccezione, resistenze, normalità

Ricerca qualitativa, vulnerabilità e disastri. Note metodologiche di Davide Olori

Normalizzare il disastro? Biopolitica dell’emergenza nel post-sisma aquilano di Rosanna Castorina e Gabriele Roccheggiani

La festa di San Giovanni a Paganica. Riti e Santi fra le macerie del post-sisma aquilano di Fabio Carnelli

Stravolgimento del mondo e ri-generazione: il terremoto di maggio 2012 in Emilia di Silvia Pitzalis

Il lento scatenarsi di un evento. Pratiche di resistenza in un comune alluvionato (Scaletta Zanclea) di Irene Falconieri

Dopo Miramar: costruire resilienza in un territorio a rischio di Matías Barberis Rami

Parte III. Terremoti italiani. Storia, spazio e politiche

Il terremoto in Irpinia del 1980: memorie individuali e collettive del sisma di Stefano Ventura

Nocera Umbra: diacronica di un disastro annunciato di Enrico Marcorè

Saperi e poteri nella gestione pubblica dell’emergenza: la presa in carico degli sfollati del terremoto all’Aquila di Francesco Pirone e Enrico Rebeggiani

Metamorfosi urbane: il terremoto dell’Aquila (2009) di Marianna Musmeci

Percorsi incompiuti? L’Aquila: dalla tenda alle C.A. S.E. fino alla casa di Sara Zizzari

Disastro e riorganizzazione sociale della vita quotidiana. Un’etnografia partecipata nel dopoterremoto dell’Aquila di Rita Salvatore e Roberto Mastromarini

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