Freeconomics: un’altra utopia letale per il Quinto Stato?

Intervista a Brian Newman in occasione del “Copyright e Creative Commons. Il lavoro culturale nell’epoca della sua iper-riproducibilità tecnica” che avrà luogo a Napoli il 25 ottobre all’interno del Forum Universale delle Culture.

forumsans_titre_1-fc9fbNel mese di settembre 2014 è stata pubblicata negli Stati Uniti una ricerca della Edelman Berland i cui risultati appaiono estremamente rilevanti per mondo del lavoro statunitense e quindi globale; il 34 per cento della forza lavoro americana, ben 53 milioni di persone, ha un lavoro da freelance. Il sindacato che in America difende il lavoro indipendente, il Freelance Union – committente della stessa ricerca – ha celebrato la notizia come la prova del definitivo e irreversibile mutamento dello scenario economico nazionale, una rivoluzione paragonabile a quella dell’età industriale, «un cambiamento che avrà un forte impatto su come gli americani concepiscono e organizzano le loro vite, le loro comunità, il loro potere economico».

Spulciando i dati della ricerca si comprende come la composizione sociale di questi milioni di lavoratori non sia affatto omogena. La stessa definizione di cosa sia un lavoro indipendente risulta particolarmente controversa. Il reddito percepito, nonché le condizioni di lavoro dei freelance, riflettono palesemente uno stato di forte diseguaglianza e disparità.

Nei profili lavorativi analizzati si contano piccoli imprenditori e professionisti che hanno scelto uno stile di vita e di lavoro da freelance, e molti altri working poors che necessitano di sussidi statali per la spesa alimentare – i cosiddetti food stamps, a cui attinge il 12 per cento degli iscritti alla Freelance Union. Simili contraddizioni si presentano diffusamente in tutti i Paesi sviluppati, compresa l’Italia, come hanno mostrato le importanti ricerche di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri.

La grande trasformazione socioeconomica in atto non è il promettente risultato di una transizione tecnologica di cui celebrare i fasti. Abbiamo di fronte un grande dispositivo antropologico che nella rivoluzione digitale sta trasformando le forme di vita, di produzione e riproduzione sociale e si presenta soprattutto come rivoluzione conservatrice, attraverso quella che Luciano Gallino ha giustamente definito «lotta di classe dall’alto». I rapporti di forza, in termini economici, politici e legali rimangono uno strumento preponderante nella strutturazione del mondo del lavoro, soprattutto quando si entra nel campo del disciplinamento dei lavoratori, siano essi salariati in via d’estinzione o nuove leve con la partita Iva.

Ciò è particolarmente evidente nella produzione culturale, dove, sincronicamente con altri fattori come il disinvestimento pubblico nella cultura – almeno per quanto riguarda l’Italia – l’innovazione tecnologica ha sconvolto e ridefinito ruoli, funzioni e prerogative di ogni settore, dal cinema alla musica sino all’editoria, spappolando ogni briciolo di diritto del lavoro, ma aprendo, allo stesso tempo, paesaggi inesplorati, i cui protagonisti non potranno che essere gli stessi quintari, i lavoratori e le lavoratrici indipendenti, in America come in Italia.

 

Per toccare con mano come questi temi si presentino nel dibattito americano abbiamo intervistato Brian Newman, testimone privilegiato dei mutamenti in atto nel mondo del lavoro culturale statunitense.

 

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Brian Newman è un personaggio poliedrico, difficile da incasellare in una sola parola. Produttore cinematografico, fondatore e amministratore della start-up Crowd Play (che ha recentemente lanciato un’application chiamata Flicklist), è stato direttore del Tribeca Film Institute, con cui ha lanciato il progetto Reframe. Attualmente è consulente, attraverso la società da lui fondata Sub-genre, del Sundance Institute e del British Film Insititute.

Carlo Antonicelli: Quando introduci le tue proposte parli di come sia mutato il valore economico a causa dell’avvento di internet. Puoi dirci qualcosa di più del background su cui poggiano le idee che avanzi?

Brian Newman: Il modello economico alla base della maggior parte del mondo industriale è stato sviluppato sull’idea di scarsità. Risorse limitate corrispondevano a profitti adeguati per chi controllava le risorse stesse.
L’industria del cinema è fondata storicamente sullo stesso modello: il costo per le scuole di cinema era alto; fare un film costava milioni; anche la distribuzione era costosa perché bisognava spedire le pizze in giro per il mondo. Ed era altrettanto costoso lanciare film sul mercato perché giornali e televisione detenevano il monopolio per l’accesso al largo pubblico.
Le tecnologie digitali hanno stravolto questo equilibrio. Oggi viviamo in un mondo di abbondanza, e non c’è settore dove questo sia più evidente che nel film, nella musica e nell’editoria. Mentre il costo per creare contenuti di qualità può restare alto, viviamo senza dubbio in un mondo dove è molto più economico creare e distribuire film, musica e libri.
Per esempio, ogni anno più di quarantamila film (lungo e cortometraggi) vengono inviati ai festival del cinema in giro per il mondo (sono stime al ribasso che fanno gli stessi festival). Poi ci sono i milioni di contenuti caricati su YouTube o su piattaforme simili ogni anno, o meglio, ogni giorno.

Ognuno di questi titoli può essere trovato facilmente online, attraverso fonti lecite o illecite.
Stando dalla parte del pubblico, ho quindi solo l’imbarazzo della scelta. Ognuno di questi quarantamila film compete per la mia attenzione, ma non solo. Questi nuovi film devono competere anche con la storia del cinema: se voglio godermi le glorie del Neorealismo italiano posso guardare molti di quei film online, certamente più di quanti ne potessi vedere nel 1950. Sarò più disposto a guardare il nuovo film di un regista che non ho mai sentito o l’opera di Visconti, De Sica e Rossellini?
Anche se considero solo i film che entrano nei festival e ottengono una distribuzione internazionale, abbiamo di fronte uno scenario in cui ogni settimana venticinque nuovi titoli vengono presentati in una città come New York e recensiti dal «New York Times». Sono un cinefilo, ma non riesco a leggere tutte queste recensioni e ancor meno a guardare tutti quei film.

Il pubblico oggi ha così tanta scelta da essere fondamentalmente sovraccaricato. In questo senso parlo di economia dell’attenzione: devi pensare a come accaparrarti l’attenzione del pubblico, tenerla e trovare il modo di coinvolgere quel pubblico nel tuo film, disco o libro. Oppure qualcuno deve farlo per te. In un mondo dove posso trovare ore e ore di intrattenimento gratuito, avendo tra l’altro un crescente carico di lavoro per far quadrare i conti in un’economia globale sempre più povera, il mio tempo ha più valore dei miei stessi soldi. Se ho del tempo libero, voglio solo il meglio. Lo voglio adesso e non necessariamente al botteghino o nella vetrina esclusiva di un qualche distributore. Voglio che abbia un prezzo accettabile, e voglio poterlo condividere con gli altri. Questa è la nuova economia.

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C.A: La mutata connotazione del valore, nel contesto della più ampia rivoluzione digitale, ha prodotto quella che Chris Anderson (fondatore della rivista Wired) ha chiamato Freeconomics. Puoi dirci qualcosa di più a riguardo e spiegarci come la Free Economy si applica, secondo te, ai più diversi ambiti della produzione culturale?

B.N.: Chris Anderson ha descritto lo stesso processo di cui parlavo prima, elaborandolo in modo da mostrare come abbia un impatto su interi settori tradizionali. I modelli di business nell’era digitale riducono i costi al punto tale che il prezzo di più articoli tende allo zero, quindi alla gratuità. Certamente questa idea semplifica molto le cose – perché mentre consegnare un libro su un lettore digitale può costare molto poco, ci sono ancora autori, editor, pubblicitari e un sacco di altra gente che bisogna pur sempre pagare. E molte delle compagnie che beneficiano dalla Free Economy sono grandi gruppi che traggono i loro profitti dalla pubblicità, dove anche briciole di dollari per singolo spot, accanto ad ogni articolo o video, totalizzano, in aggregato, somme ingenti (così come fa Google, per esempio).

Queste tendenza, per quanto riguarda la produzione culturale è però reale e bisogna farci i conti. Come abbiamo già detto viviamo in un’era di abbondanza. Inoltre, i meccanismi dominanti del consumo culturale online avvengono e avverranno sempre più attraverso abbonamenti o pubblicità: pago un piccolo abbonamento a Netflix, Spotify, Deezer e ottengo “gratis” l’accesso a tanti ottimi titoli. Anche i libri si stanno spostando verso questo modello. Allo stesso modo, posso rivolgermi a Pandora o Hulu e ottenere ottimi contenuti se sono disposto a tollerare la pubblicità. Mentre io odio la pubblicità, questo svantaggio è minore rispetto a dover avere a che fare con un accesso a pagamento singolo, oppure aspettare mesi per un vedere un film, a causa del datato sistema del botteghino.

Il pubblico è disposto a pagare per cose che hanno valore. E questo sarà il tema del mio intervento a Napoli – come costruire valore e farsi pagare in un mondo in cui ci sono così tanti contenuti liberi? Il pubblico pagherà per avere quello che gli piace, rapidamente, prima degli altri, o perché è importante per la loro vita in quel momento (a causa di una scadenza, per motivi di studio o perché sentono il bisogno di vedere di accedere a quel contenuto immediatamente). Pagherà quando saprà di supportare un artista o un servizio che amano (si prenda il caso di Kickstarter, dove la gente paga anche prima che il film sia finito). Pagherà per le cose che apprezza e che vuole e potrà vedere più volte; pagherà per ciò che merita di essere collezionato. Pagherà, infine quando quell’oggetto o prodotto restituisce un valore significativo alla propria vita.

C.A.: Ammetterai che questo nuovo scenario non rappresenta di certo l’Eldorado per chi lavora nelle industrie creative. Il lavoro di un autore, di un editor o un regista continua ad essere pagato sempre meno. E d’altra parte l’accesso ai contenuti e alla rete stessa è nelle mani di poche corporation che si dividono più lauti profitti. Il free è davvero un’opportunità per chi produce contenuti in maniera indipendente o è solo il male minore?

B.N.: Quello che dici è vero e tutta la mia vita è stata dedicata ad aiutare i filmmakers che volevano vivere del proprio lavoro e fare persino film originali. Non penso infatti che si possa vivere solamente grazie al free.
Faccio anche il produttore e vengo pagato solo se i miei film ottengono successo. Certamente questo scenario non è il migliore dei mondi possibili, ma dobbiamo fare i conti con questo mondo così com’è, e non far finta di niente mentre attorno a noi la realtà cambia radicalmente. Specialmente negli Stati Uniti registi intelligenti, e di solito giovani, hanno usato i loro contenuti gratuiti per costruire un esercito di fan, che pagherà per vedere altri film fatti da loro. Faccio solo un esempio: Freddie Wong ha incominciato girando piccoli video per YouTube sul suo divano, gratuitamente, e lentamente ha sviluppato il suo stile e insieme costruito un pubblico tra cui totalizza un media di 4 milioni di visite singole per ogni episodio; milioni di persone sono iscritte alla sua serie di episodi, Video Game High School.

Ora lui guadagna centinaia di migliaia di dollari direttamente dai suoi fan, e con questi soldi produce i suoi film; ottiene una fetta consistente di ricavi pubblicitari da coloro che vogliono vedere i suoi film, gratuitamente. Certamente l’approccio di Freddie assomiglia più a quello di Hollywood che a quello di un film d’autore, ma bisogna tener conto che lui conserva il completo controllo artistico sul proprio lavoro e soprattutto ci campa. Il suo esempio può essere imitato. E state pur certi che coloro che usano il free per costruire il proprio pubblico avranno più successo di quelli che fanno affidamento su sistemi antiquati. Dico solo che dobbiamo guardare ad ogni sfida come un’opportunità.

C.A.: Dalle tue proposte emerge una sostanziale ridefinizione del ruolo dell’artista, che diventa allo stesso tempo un esperto di marketing e di pubbliche relazioni capace di leggere i trend e studiare e prevedere i bisogni dei potenziali clienti. Non credi che questo possa inficiare la libertà d’espressione e la capacità di critica livellando la produzione alle esclusive richieste del mercato?

B.N.: Certamente sì. Quello che è popolare online non è quello che è artisticamente più rilevante, ma questo non succede nemmeno nei media precedenti a internet: la televisione e anche il cinema sono dominati da prodotti commerciali di basso livello. Eppure abbiamo ancora un grande cinema. Il problema è sempre trovare contenuti di qualità in un mare di spazzatura. D’altro canto, per i registi, l’obiettivo rimane quello di riuscire a raggiungere e mantenere un proprio pubblico.

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Non penso che ogni buon artista sia anche un buon venditore, e non è il caso che sia così. Pochi artisti – Picasso, Duchamp, Warhol, Cattelan – sono allo stesso tempo buoni artisti e buoni venditori e infatti hanno un gran successo. In generale pochi artisti sono capaci di creare arte importante (per sé e per gli altri) e comprendere i meccanismi di mercato. Gli artisti hanno bisogno di altre figure professionali per raggiungere il pubblico. In passato questo lavoro lo svolgevano i distributori, che a loro volta incaricavano altri attori del mercato (esercenti, televisione, quotidiani) con l’obiettivo di far conoscere il lavoro degli artisti e avvicinare il pubblico. Ora gli artisti hanno bisogno di un collegamento diretto con il loro pubblico, e gli stessi spettatori richiedono questo rapporto. Gli artisti hanno bisogno di partner che li possano aiutare a costruire e mantenere il proprio pubblico, sia che si tratti di milioni di persone che di numeri più modesti, nel caso di prodotti d’autore.

D’altra parte, se guardiamo un attimo alla visione d’insieme, sono seriamente preoccupato dalla situazione in cui versano i prodotti artistici sovversivi, o più in generale le idee e le opere alternative che mettono in discussione lo status quo. Queste non saranno mai privilegiate dal mercato, ma dobbiamo anche riconoscere che possono costruirsi un loro pubblico, però si tratterà sempre e solo di una nicchia di persone già consapevoli. Le forme d’arte più dissonanti sono essenziali per il nostro futuro, e devono avere spazio non solo dove non rappresentano l’opinione della maggioranza, ma anche possibilmente dove sono invise alla maggioranza. Spero che, via via che i metodi che usiamo in rete per raggiungere il pubblico miglioreranno, avremo dei grandi artisti che sfonderanno e faranno qualcosa di completamente nuovo ed eccezionale. Se questo succederà, sono sicuro che la rete aiuterà ad aumentare l’impatto di questi lavori come mai è successo prima.

C.A.: Negli Stati Uniti è in corso un furente dibattito sulla Net Neutrality a riguardo delle più recenti decisioni della FCC (Federal Communications Commision – un’agenzia simile alla nostra Autority per le comunicazioni). Tu hai preso una chiara posizione a riguardo. Puoi dirci perché la Net Neutrality è così importante per chi produce e distribuisce cultura indipendente?

La questione della Net Neutrality riguarda tutti quelli che usano e useranno internet, non solo gli Stati Uniti. La FCC sta esaminando regole che potrebbero permettere di cambiare il modo in cui le persone usano la rete. Il che significa permettere alle compagnie di servizi internet di far pagare una tariffa maggiore per avere una connessione più veloce, privilegiando così chi è disposto a sborsare più soldi per poter far arrivare i propri contenuti più velocemente (ovviamente sto semplificando. Chi è interessato può guardare un video breve e istruttivo a questo link).
Le compagnie telefoniche avanzano le loro richieste sulla base dell’idea che se hai più traffico ricevi un servizio migliore per il tuo business e quindi devi pagare di più. Questo ovviamente potrebbe non solo limitare molto la competizione, ma soprattutto soffocare i nuovi progressi. Se qualcuno provasse a lanciare un nuovo su YouTube oggi sarebbe seriamente ostacolato da questi nuovi costi, solo per dirne una. Inoltre, se dovesse avverarsi quello che vogliono le compagnie telefoniche apriremmo le porte alla ulteriore minaccia di controllo da parte di multinazionali e governanti.

Dobbiamo ricordarci di una cosa: ogni tecnologia precedente è stata costruita per essere partecipata e aperta, ma è stata poi chiusa per diventare un sistema mercantile. Edison pensava che le persone avrebbero usato i dischi per registrare la voce dei propri nonni e trasmetterla attraverso le generazioni; invece quella tecnologia è diventata un meccanismo per il consumo di massa di dischi pre-registrati. Oggi le imprese vorrebbero trasformare internet in una sottospecie di televisione dove puoi comprare il maglione che George Clooney indossa nei film. Se tutto quello che riusciremo a fare di internet è solo una televisione un pochino migliore di quella che abbiamo ora avremo fallito. Siamo solo all’inizio di internet e della tecnologia digitale. Molte persone dicono che le cose si muovono troppo velocemente: secondo me invece vanno troppo piano. Siamo ancora agli inizi, e le persone stanno cercando nuove soluzioni. Non sappiamo cosa sarà creato in futuro. Dobbiamo lottare per mantenere la net neutrality per far sì che tutte le future possibilità abbiano una eguale opportunità; oppure, come ho già detto, falliremo, perché non saremo stati capaci di sviluppare tutte le potenzialità a cui la tecnologia ci potrà permettere di arrivare.

Brian Newman, sarà a Napoli per il Dialogo “Copyright e Creative Commons, il lavoro culturale nell’epoca della sua iper-riproducibilità tecnica” dove illustrerà i temi discussi in questa intervista. Il convegno verrà presentato all’interno del Forum Universale delle Culture, che si terrà presso la Mostra D’Oltremare. Insieme a lui ci saranno il ricercatore Philippe Aigrain, autore di Sharing, Culture and Economy in Internet Age (intervistato da Tiziano Bonini per Doppiozero), registi, produttori e distributori cinematografici nonché esperti di diritti digitali.

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