S-paesamenti: l’arte contemporanea e la vita di cortile. Il caso Farm Cultural Park

Immaginate di entrare dentro un cortile di un paese siciliano e trovare invece un sito per l’arte contemporanea. L’effetto potrebbe essere di spaesamento e forse nelle intenzioni della Farm Cultural Park, a Favara, c’è proprio l’idea di rovesciare il tradizionale senso del luogo con la conseguenza di produrre effetti interessanti da indagare.

Tutto parte dalla riqualificazione di alcuni vecchi immobili, già corrotti dal tempo e dall’abbandono, all’interno del Cortile Bentivegna nel centro storico del paese. Nell’immaginario degli abitanti di Favara questo cortile è “i sette cortili” perché si presenta come un complesso articolato che al suo interno include altri sei piccoli anfratti. Questi spazi hanno subìto nel corso dei decenni, a partire soprattutto dagli anni Sessanta e Settanta, un progressivo svuotamento demografico e, in un confondersi della logica di causa-effetto, un progressivo degrado che su larga scala ha interessato l’intero centro storico.

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La successiva riqualificazione a opera di Andrea Bartoli e della moglie Florinda Saieva, – che hanno finanziato e curato il progetto, dopo l’acquisto di molti immobili– ha dato vita alla Farm Cultural Park, un distretto turistico-culturale che ambisce a diventare la seconda attrazione della zona, dopo la Valle dei Templi di Agrigento. Tra gli anfratti di questa sorta di kasbah di matrice araba oggi prende vita una grande galleria condivisa, dove installazioni e interventi artistici ridisegnano il paesaggio cittadino. La Farm si articola così attraverso una serie di residenze per artisti, mostre personali e project room. Nel corso degli anni il progetto ha ampliato la sua rete di contatti, favorendo scambi con altre realtà culturali e artistiche, non ultima la collaborazione con il gruppo calabrese Miscita, che ha visto la partecipazione di alcuni urban artist come: Albero Nero, Sara Fratini, Massimo Sirelli, Domenico Romeo, Sbagliato. Tra mostre permanenti e altre temporanee la Farm cambia costantemente il suo volto e installazioni giganti, trompe l’oeil e ancora interventi murari contribuiscono a ridisegnare gli spazi esterni.

Nell’area sono contenute anche una champagneria, terrazze dove rilassarsi e ancora un giardino che può ospitare feste ed eventi. Così, agli interventi più “strettamente” artistici si aggiungono tutta una serie di eventi musicali o ricorrenti mercatini di hand-made locale. Il tutto mischiando la cultura e l’intrattenimento, il museo diffuso e il mercato, la gastronomia e il glamour, in un esperimento audace di mecenatismo contemporaneo che non si nutre di politiche pubbliche ma che ha notevolmente intensificato i flussi turistici nella zona.

Il progetto Farm si caratterizza come una riqualificazione decisamente sui generis che non ha voluto ripristinare gli spazi e gli edifici a una loro condizione precedente, giocando molto sull’aspetto “rivoluzionario” dell’esperimento. In questo senso, l’aver scelto di colorare di bianco i muri esterni delle costruzioni (come tele che continuamente possono essere riscritte e riutilizzate) rivendica una discontinuità rispetto al passato e anche una differenziazione dalle altre strutture. Così, forse più delle foto di Terry Richardson esposte all’interno o degli interventi di urban art, la “rivoluzione” Farm si gioca tutta nell’opposizione evidente tra “il paese delle meraviglie” e il paese “bruttino”, nella distanza tra il bianco delle tele murarie e il rosso dei laterizi o i dirupi del centro storico. Un’opposizione sulla quale i media hanno scritto molto, insistendo, non senza eccessi, sullo scarto tra “il nuovo miracolo italiano” e il paese “dimenticato dai suoi stessi abitanti”.  La Farm riesce così a pertinentizzare la lettura e la percezione dello spazio restante e circostante e l’efficacia si gioca in primis su questo scarto tra interno ed esterno, tra la Farm e ciò che Farm non è e che possiamo definire come un “fuori-Farm”. A segnare l’ingresso è un cartello indicativo, posizionato sopra l’indicazione toponomastica del cortile. Un aspetto che mostra come le due insegne costruiscano due tipi di discorso che l’interno dei “sette cortili” confermerà attraverso una serie di contrasti plastici. Vengono riprodotte così due estetiche differenti: un’estetica della riqualificazione, evidente nella colorata ristrutturazione degli immobili, e un’estetica della rovina resa dalle porte e dai balconi rotti, dai dirupi del cortile, e in generale del centro storico cittadino. Eppure tali estetiche sembrano essere tra loro legate a doppio filo e il senso totale del sito gioca molto su questa relazione.

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Ma i piani oppositivi che è possibile verificare sul piano visivo non sono gli unici, perché se abbiamo parlato dell’esistenza di una Farm e di un “fuori-Farm”, ciò è possibile notarlo anche a un livello “sociale” di fruizione degli spazi al quale corrispondono forme di vita differenti. All’interno della Farm coesistono ex strutture abitative, ora dipinte di bianco, che sono state trasformate in gallerie espositive, luoghi di ristoro o bookshop; strutture fatiscenti, di cui è possibile notare il degrado, e ancora case abitate nella loro interezza, vissute nella loro quotidianità, chiuse ovviamente nel preservare la loro riservatezza e tuttavia involontariamente soggette a essere parte del percorso culturale e turistico dei frequentatori della Farm. Gli interventi di urban art realizzati da diversi artisti convivono con le edicole votive e accanto ai prospetti bianchi e le porte in vetro ci sono sui balconi delle abitazioni le lenzuola stese ad asciugare. E non è strana la possibilità di trovare un venditore di frutta ambulante tra gli ammiratori di un’installazione di un robot gigante. In altre parole: il cortile continua a esistere. I residenti si ritrovano, così, a essere parte del progetto in modo più o meno volontario e la foto di una donna abitante del cortile con una birra in mano, posta nel photobook di presentazione della Farm, partecipa all’affermazione di una retorica della comunità.

Questo insieme di contrasti, basati sulla continuità tra la vita del cortile e la discontinuità generata dalla presenza di installazioni e attività artistiche, costruisce un vero e proprio effetto di senso. Se la Farm nega attraverso un ribaltamento degli usi, degli spazi e del cromatismo la vecchia “Favara”, tuttavia dialoga con essa o meglio si “costruisce” proprio a partire dalla relazione con essa e include al suo interno sia alcuni ruderi sia la vita del cortile. Se Farm e cortile sono partecipi di due differenti forme di vita in realtà l’una ingloba l’altra, l’una si costruisce proprio in stretta relazione con l’altra. Se da una parte rimane il “cortile” che conserva il suo vissuto quotidiano autentico e il trascorrere del tempo, d’altra parte esiste un’operazione che vuole riscrivere il luogo e tutti questi elementi contribuiscono a costruire il senso complessivo del parco culturale.

Tale sincretismo è diventato un motivo del centro storico di Favara, così anche altri cortili partecipano all’effetto-Farm. Una passeggiata fuori dai “sette cortili”, infatti, ci permette di realizzare nuove osservazioni in grado di istituire nuove forme di relazione tra la Farm e il resto della città. È il caso dei “Dammusi”, locale poco distante dalla Farm e anch’esso compreso in un cortile. Qui appare evidente il riferimento alle nuance della Farm, reso attraverso alcune cifre stilistiche ricorrenti: dalle pareti dipinte di bianco alle estetiche del riuso e della contemporaneità. Tuttavia, già a partire dal nome, esso vuole conservare un ancoraggio forte con la “sicilianità” e con un certo “passato del cortile”, tra cibi tradizionali e la possibilità di ascoltare canti popolari. Così i muri del cortile sono pieni di frasi dialettali e di figure tradizionali siciliane come l’uomo in coppola o il fico d’india. All’interno si propone la stessa logica delle pratiche d’uso e accanto ai turisti che sorseggiano un bicchiere di vino c’è la vita del cortile che “emerge”. Qui il bianco però non copre tutte le pareti, ma si ferma a metà instituendo una relazione sotto e sopra tra un cortile che afferma di essere altro da sé (spazio ludico e di ristoro) e uno che invece rivendica la sua forma di vita. E ancora una volta emerge quella vita del cortile, autentica, che diventa a suo modo protagonista all’interno di uno spazio che si fonda sull’idea della socialità e della convivialità.

Evidentemente, la Farm Cultural Park non può essere considerata come uno spazio per se stesso, ma nel dialogo con tutto ciò che sta fuori. Se il sito, infatti, è inglobato all’interno del paese, il suo effetto si riflette su molte altre realtà, anche a seguito di una serie di iniziative che coinvolgono a vario titolo la comunità cittadina. Un effetto che ha proposto una sua unicità è ha permesso di raccogliere un flusso turistico impensabile prima. Non è un caso che altri locali e altre strutture ricettive siano state aperte nel paese. E d’altra parte la Farm ha permesso di ri-pensare il centro storico come possibilità di luogo ri-appropriato dagli stessi abitanti del territorio. Il cortile torna dunque a essere protagonista, ora come spazio artistico e d’intrattenimento, ora come luogo di convivialità. Se da un lato permane quella forma di vita che l’ha sempre caratterizzato, dall’altro nuovi usi e pratiche intervengono contribuendo a riscriverlo e istituendo un dialogo con i differenti modi di viverlo.

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[Le immagini utilizzate sono state prese dal profilo G+ della Farm Cultural Park]

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