Metamorfosi

Fare teatro in carcere come processo di trasformazione narrativa dell’attore-detenuto

Una riflessione sul teatro in carcere nata dall’esperienza etnografica e cura dei costumi nei laboratori teatrali realizzati da Gianfranco Pedullà con Francesco Rotelli e Roberto Caccavo, negli spazi della Casa Circondariale di Pistoia attraverso il progetto regionale “Teatro in Carcere”.

Foto di Alessandro Botticelli

Foto di Alessandro Botticelli

La prima volta che sono entrata in un carcere è stato il 24 aprile del 2012. Quel giorno posso dire di aver oltrepassato il confine di un’istituzione totale[1]. Nel tempo questo attraversato è avvenuto in appuntamenti ricorrenti di qualche ora alla settimana, in cui aveva luogo l’incontro fra operatori del teatro e alcuni detenuti della casa circondariale di Pistoia. Il laboratorio di teatro in carcere è diventato l’oggetto delle mie osservazioni etnografiche.

Il teatro, se presente all’interno di un istituto di pena, entra a far parte di quelle attività formative volte alla cosiddetta rieducazione e/o riabilitazione del condannato. È interessante notare come talvolta siano utilizzati anche termini, a mio avviso meno felici, quali “cura” e “trattamento”. L’intento politico, in questo caso, è ben esplicitato fra le righe del documento che illustra il progetto della Regione Toscana:

Il teatro in carcere è un forte strumento di cambiamento per gli attori-detenuti ma è anche un mutamento del mondo carcerario a sostegno della legislazione più avanzata, che persegue l’obiettivo del reinserimento in società di chi vive l’esperienza del carcere [2]

Da antropologa, ero interessata a osservare le effettive esperienze di trasformazione che si supponeva coinvolgessero, attraverso il teatro, mente e corpo di persone costrette alla detenzione. In cosa consisteva realmente il cambiamento? Come l’attività teatrale agisce sull’individuo? Perché il teatro in un carcere dovrebbe essere rieducativo e contribuire al reinserimento sociale?
Sono domande le cui risposte non possono essere evidentemente esaurite nello spazio di un articolo, ma possiamo comunque affrontare un aspetto a mio avviso fra i più importanti della questione, ovvero la sperimentazione, che il detenuto-attore fa nella messa in scena di Sé e nel pensarsi e definirsi in terza persona attraverso l’esercizio teatrale. In altre parole in quel movimento di autocoscienza che influenza non solo la performance teatrale ma anche le rappresentazioni della vita quotidiana.

Foto di Alessandro Botticelli

Foto di Alessandro Botticelli

Sussiste una tensione, un movimento, un attraversamento, una relazione dinamica fra ciò che è espresso in “prima persona” (soggettivo) e ciò che è prodotto in “terza persona plurale” (oggettivo). Per soggettivo si intende il punto di vista di un soggetto che percepisce, filtra e traduce la realtà attraverso la sua individualità. Un pensiero, uno sguardo, una recitazione, nella sfera della soggettività acquistano uno status relativo e sono riconducibili soltanto al soggetto che li compie; ma se una collettività conviene intorno a un pensiero, a uno sguardo, a un modo di recitare, questi esprimeranno un sentire, un vedere, un pensare comune, appunto oggettivo, in cui la società che li ha prodotti tenderà a rifletter-si, e con i quali produrrà significati condivisi.
Il teatro, e più in generale il “testo artistico”, esprime e traduce questa relazione fra la sfera della soggettività e quella dell’oggettività. Molti autori si sono espressi in merito: Victor Turner, ad esempio, ci parla del teatro come una forma di performance culturale in cui la collettività esprime “una riflessività plurale”:

La riflessività performativa è una condizione in cui un gruppo socioculturale, o i suoi membri più percettivi che agiscono in modo rappresentativo, si rivolgono, si ripiegano, si riflettono su se stessi, sulle relazioni, le azioni, i simboli, i significati, i codici, i ruoli, le condizioni, le strutture sociali, le regole etiche e legali e le altre componenti socioculturali che concorrono a formare i loro “io” pubblici[3].

Ogni attore vive pertanto la tensione fra soggettivo e oggettivo, fra prima e terza persona, e sperimenta attraverso se stesso questa riflessività.
Nel ruolo rappresentato dall’attore, (dimensione soggettiva e propria), si mette in scena la categoria, (dimensione oggettiva e comune), ovvero la classe che racchiude e rappresenta tutti coloro e gli oggetti particolari inscrivibili in quella categoria generale. Un ruolo, per fare un esempio il ruolo del “postino”, non è altro che un punto d’accordo pubblico fra visioni e punti di vista su ciò che si può definire pubblicamente e oggettivamente “postino”. Un ruolo pertanto va a costituirsi dunque come metacommento sociale poiché è la risultante di una serie di interazioni e punti di osservazione su cosa significa quel ruolo a livello collettivo. Questo acquista sfumature soggettive nel momento in cui è tradotto da un individuo che lo interpreta con la sua fisicità, gestualità e il suo bagaglio personale e culturale. Ogni attore-detenuto quindi è coinvolto da una parte in un movimento riflessivo individuale e soggettivo, poiché è esortato a un ascolto di quelle che sono le proprie emozioni e del proprio corpo, a pensar-si e veder-si da fuori per acquisire un controllo delle impressioni che vuole suscitare nello spettatore, e dall’altra parte partecipa a quel processo plurale e oggettivo che può portare a riflessioni sulla società in cui vive, metacognizioni che concorrono alla costruzione del senso e dei sensi attraverso cui egli agisce in società come attore sociale.

Foto di Alessandro Botticelli

J.M.Lotman parla del teatro come un sistema “modellizzante”[4]: esso crea modelli che sono rappresentazioni della realtà, e ci consente, attraverso il meccanismo della messa in scena, di “uscire da Noi stessi”.
Nella mia esperienza, seguire i laboratori in carcere è stato come osservare un percorso progressivo di modellizzazioni che si susseguono nel tempo, e che servono agli attori-detenuti prima di tutto a familiarizzare con il discorso teatrale, e nel tempo ad acquisire un saper-fare teatro soggettivo in una dimensione di rappresentazione artistica di gruppo. E’ sperimentandosi in queste modellizzazioni che l’attore-detenuto acquista coscienza di sé in relazione agli altri, si traveste di ruoli in relazione agli altrui ruoli, definisce rapporti dialogici, fa proprio e traduce un senso soggettivo del fare-teatro.

Il teatro ci insegna che la realtà è una dimensione interpretata e interpretabile, che tanti possono essere i punti di vista, così come i modi di costruirla, nell’arte e nella vita. E qui è evidente il parallelismo fra attore teatrale e attore sociale. Il teatrante delle arti spettacolari, così come l’attore sociale, decide, con diversi gradi di consapevolezza, quali sguardi adottare e come rappresentarsi sul palcoscenico del mondo: siamo i personaggi di una storia e possiamo decidere cosa vogliamo o dobbiamo fare e essere, e quali competenze dobbiamo o vogliamo acquisire per poter-fare, saper-fare, poter-essere, saper-essere etc , consapevolezze che servono per raggiungere i nostri scopi (per dirla con i termini della semiotica narrativa). Ogni soggetto, attraverso il teatro e la messa in scena, si pensa altro da Sé, si conosce e riconosce, si dota di competenze e di obiettivi.
Pensar-Si in terza persona significa prendere coscienza di Sé e delle proprie capacità, è quello che Jurij Lotman chiama un atto di autocoscienza[5]. Il teatro pertanto agisce sull’individuo poiché egli, esercitandosi a immaginar-Si “come se” fosse un personaggio di una narrazione, impara a prendere coscienza di Sé in relazione agli altri e ai contesti, apprende come controllare e canalizzare le emozioni, e come provare a fluttuare fra le varie percezioni di se stesso.

Foto di Alessandro Botticelli

Foto di Alessandro Botticelli

Il detenuto-attore viene quindi esortato a compiere un movimento di decostruzione e costruzione di Sé che può condizionare anche ciò che si trova al di fuori dell’esperienza di finzione artistica. Osservarsi, pensarsi e ri-pensarsi, come un personaggio, pone l’individuo nella condizione di poter negoziare nuovi significati di Sé e della propria immagine, e di imparare a relativizzare il proprio punto di vista nella realtà teatrale e nella vita reale.
La sperimentazione teatrale può aiutare l’attore-detenuto a acquisire l’abilità di “vedersi da fuori”, a viversi come un personaggio di un processo narrativo e a dotarsi di nuovi sensi per risceneggiare se stesso verso un futuro diverso e lontano dalle esperienze del delinquere.
Non c’è probabilmente rieducazione efficace se non si arriva a una trasformazione narrativa del soggetto. Non c’è cambiamento se non si aiuta il protagonista a uscire dal carcere con una nuova storia di Sé e con nuove rappresentazioni del mondo.

Note

[1] Erving Goffman, Asylums. Le istituzioni totali:i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Torino, Edizioni di Comunità, Torino, 2001.

[2] Regione Toscana -Teatro in carcere.

[3] V. Turner, Dal rito al teatro, edizione italiana a cura di Stefano De Matteis, Bologna, Il Mulino, 1986, p. 79.

[4] Lotman J. M., Cercare la strada, Marsilio, Venezia, 1994.

[5] Lotman J. M., La cultura e l’esplosione: prevedibilità e imprevedibilità, trad. Caterina Valentino, Feltrinelli, Milano, 1993, p. 51.

Print Friendly, PDF & Email
Tags: , , ,