In collaborazione / Nottetempo / Piccola biblioteca delle scienze umane

Il minore dei mali possibili

Weizman Il minore dei mali possibili

Pubblichiamo in anteprima alcuni estratti da Il minore dei mali possibili di Eyal Weizman appena uscito per Nottetempo.

Con questo libro (che verrà presentato insieme all’autore al Salone del Libro di Torino il 19 maggio), Weizman riprende e sviluppa la riflessione già iniziata nel 2009 sul concetto di “male minore” e sulle logiche che, nel nostro “presente umanitario”, guidano l’esercizio e la legittimazione della violenza.

Quale economia regola i governi umanitari delle guerre e delle catastrofi naturali? Quali ragioni, quali attori, e quali strumenti cercano di rendere normali e accettabili i “costi necessari” delle brutalità del presente? Qual è la storia di questo presente? Che regime di calcolo instaura?  Il libro analizza sia la genealogia filosofica-politica in cui queste logiche possono essere rintracciate; sia come le tecniche e le tecnologie militari, umanitarie, architettoniche e visive con cui si combattono le battaglie politiche contemporanee e gli apparenti scontri tra promotori del rispetto del diritto umanitario internazionale e perpetratori di violenza umanitaria costituiscano la grammatica comune di una normalizzazione molto diffusa della violenza stessa. Una grammatica che spesso si incarna nel minore dei mali possibili. Presentiamo di seguito alcuni estratti del libro.  

 

Questo libro si confronta con il problema di come la violenza venga moderata e minimizzata, soprattutto la violenza di Stato amministrata secondo un’economia dei calcoli e giustificata come mezzo minimo necessario a limitare il male. Il punto fondamentale della mia analisi è che la moderazione della violenza è parte della logica stessa della violenza. L’umanitarismo, i diritti umani e il Diritto Umanitario Internazionale, di cui lo Stato, le organizzazioni sovrastatali e le azioni militari abusano cosí frequentemente, sono divenuti gli strumenti fondamentali attraverso cui viene calcolata e amministrata l’economia della violenza. Uno sguardo ravvicinato a una serie di casi-studio mostrerà come, oggigiorno, l’organizzazione dello spazio e gli strumenti fisici, gli standard tecnici, le proce­dure e i sistemi di monitoraggio – quel complesso arma­mentario umanitario che il filosofo Adi Ophir ha chiamato “tecnologie morali” – siano divenuti i mezzi con cui eser­citare la violenza contemporanea e governare il profugo, il nemico e l’indesiderato.

[…]

Candido fu scritto sulla scia del terremoto, dello tsunami e dell’incendio di Lisbona del 1755, nel bel mezzo della Guerra dei Sette Anni che seminò distruzione in Europa e nelle colonie americane. All’ombra della catastrofe di Lisbona, nella città emerse un nuovo modello di pianificazione urbana: una geometria reticolata che sarebbe stata esportata piú tardi nelle colonie americane. La sequenza di devastazioni descritta sopra spinse Voltaire a sfidare e ridicolizzare l’ottimismo e il concetto leibniziano di “necessità”. Un concetto, quest’ultimo, che implica che gli eventi distruttivi siano in un certo senso utili a scopi invisibili e misteriosi, nell’ambito di un mondo in cui la relazione tra bene e male è sempre ottimale. Proprio quel Leibniz che era stato sepolto due decenni prima che il terremoto colpisse Lisbona, aveva proposto lo schema del “migliore dei mondi possibili” al fine di riconciliare I mali del mondo – inondazioni, carestie, guerre, tempeste, tsunami, epidemie, pandemie, terremoti, incendi e altri fenomeni a cui oggi ci riferiamo con il termine “emergen­ze” – con l’idea della provvidenza divina, necessariamente onnipotente, onnisciente e orientata al bene3. Il tentativo di Leibniz di risolvere quest’aporia teologica di lunga data implica una concezione di Dio come un economista che amministra il mondo risolvendo un problema matematico di minimo attraverso il calcolo delle variazioni.

[…]

Quindi l’esame, la valutazione, il calcolo e la scelta di­vini operano all’interno di un’economia complessa in cui il bene e il male possono essere spostati e scambiati. Dato che in questa economia tutti i mali si manifestano neces­sariamente al minor livello possibile, il mondo cosí come viene vissuto è sempre e necessariamente il migliore dei mondi possibili. “Se un male minore è relativamente buo­no”, sostiene Leibniz, “allora un bene minore è relativa­mente cattivo […] mostrare che un architetto avrebbe po­tuto fare meglio il suo lavoro significa trovare degli errori nel suo operato”. Se supponiamo che questa descrizione dell’economia del governo divino richiami già di per sé la logica delle guerre contemporanee e le scale di rischio e proporzionalità utilizzate per valutare le conseguenze desiderate e indesiderate delle azioni militari, non è per nulla sorprendente rintracciarvi una precoce riflessione sul concetto contemporaneo di “danno collaterale”.

In ef­fetti, la prima teologia cristiana aveva già descritto tutti i mali che si manifestano nel mondo come “danni collaterali del bene”. In quest’ordine immanente di vita umana e di­vina, i risultati distruttivi delle inondazioni non sono altro che l’effetto collaterale di piogge necessarie. Come ha os­servato Giorgio Agamben, sia nel loro contesto teologico sia in quello militare, gli effetti collaterali sono elementi strutturali, piuttosto che accidentali. È attraverso elementi collaterali – come le inondazioni o il sangue versato – che un governo – divino o umano – può dimostrare e, di fatto, esercitare il proprio potere.

Diversamente dai calcoli di Dio, che era visto dai filosofi e dai teologi come un matematico perfetto che fa i conti in modo immediato e giunge subito al risultato esatto, gli esseri umani devono per forza fare ipotesi, minimizzare i rischi ed elaborare congetture mentre procedono verso il futuro, come ciechi che guidano altri ciechi. Per questo motivo, tentano di sviluppare e perfezionare incessante­mente le piú diverse tecnologie e tecniche che permettano loro di calcolare gli effetti della violenza e limitarne le con­seguenze.

[…]

I capitoli che compongono questo libro hanno una di­mensione forense, poiché si focalizzano sull’ambiente co­struito, sulle tecnologie che investono lo spazio, sulle scene di distruzione e sulla loro rappresentazione e dissemina­zione attraverso fotografie, film, modelli e disegni.

[…]

E ognuno si misura con questioni di natura pratica: quali sono le tecnologie, le organizzazioni spazia­li, gli artefatti e gli ambienti che danno forma al presente umanitario? Come funzionano e come si sono sviluppati e trasformati nel tempo?

[…]

Il secondo capitolo rintraccia le ragioni per cui è ormai ampiamente riconosciuto che il soccorso umanitario può divenire letale per le stesse persone a cui è diretto – una realtà registrata nelle statistiche epidemiologiche compa­rative e in quelle sui tassi di mortalità – e ricostruisce come questo riconoscimento abbia strutturato molte discussioni sui possibili modi di concepire e organizzare gli spazi uma­nitari. Questo capitolo esamina anche il processo attraver­so cui gli spazi umanitari si sono gradualmente trasformati in strumenti per il governo dei profughi.

Il terzo capitolo analizza i meccanismi fisici e procedurali di assedio appli­cati da Israele nella Striscia di Gaza, meccanismi governati dagli standard del “minimo umanitario” indispensabile. Tali meccanismi funzionano calibrando fino al minor li­vello possibile la quantità di corrente elettrica erogata, le calorie assunte e altre necessità primarie, nel tentativo di governare le persone riducendole al limite della “nuda” esistenza fisica.

Nel quarto capitolo esamineremo i mo­delli scientifici e probabilistici adottati dalle metodologie forensi – insieme alla pratica emergente dell’“architettura forense”, utilizzata per l’analisi delle rovine prodotte dalle guerre. Ciò che voglio dimostrare è che questi modelli si fondano sulle stesse logiche delle tecnologie letali che in­tendono monitorare.

[…]

Nel ricostruire come queste trasformazioni siano state registrate nella “microfisica” di spazi e scenari differenti, i capitoli e i nostri protagonisti si muovono tra Etiopia, Kosovo, Bosnia, Iraq, Darfur, Afghanistan. Ma è in relazione al controllo israeliano su Gaza che queste riflessioni convergono. Gaza – dove il sistema di governo umanitario è oggi esercitato nella maniera piú brutale – è il nome esatto con cui chiamare l’orrore del nostro presente umanitario.

[…]

Ciò che in questo libro chiamo “presente umanitario” indica la situazione di collusione di queste tecnologie – umanitarie, dei diritti umani e del diritto umanitario – con i poteri politici e militari. Nel­la condizione attuale, tutte le contrapposizioni politiche sono sostituite dall’elasticità delle gradazioni, delle nego­ziazioni, delle proporzioni e degli equilibri.

[…]

In casi come questi, l’economia del male minore è sempre utilizzata come giustificazione per la trasgressione di regole rigide e solidi dogmi; spesso è usata da chi è al potere come giustificazione primaria della nozione stessa di “eccezione”.

Print Friendly
Tags: , , ,