Milleuna

Exit West: l’arte di sopravvivere al trauma

L’ultimo romanzo di Mohsin Hamid, finalista al Man Booker Prize di questanno, esplora il trauma dei migranti attraverso una prospettiva inedita. 

 

Posizione, posizione, posizione, ripetono gli agenti immobiliari.

La geografia è destino, replicano gli storici.

(Mohsin Hamid, Exit West)

 

Exit West scritto da Mohsin Hamid e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2017, è un romanzo la cui intelligenza non si manifesta in maniera dirompente ma attraverso singole scelte poetiche che, sebbene elementari, si rivelano decisive nel conferirgli un’aura particolare, quasi di rivelazione.

Il romanzo racconta la storia d’amore di Nadia e Saeed, due giovani che decidono di lasciare il proprio Paese in guerra attraversando delle strane porte che permettono di arrivare, all’istante, in Occidente.

Mettendo per un momento da parte l’elemento magico, su cui tornerò in seguito, soffermiamoci su un primo aspetto non scontato, presente già nelle prime pagine del romanzo. Qui infatti, nonostante si parli effettivamente del dramma contemporaneo dell’allontanamento di due persone forzate dagli eventi e di ciò che questo dislocamento comporta per le loro vite e il loro rapporto, si esplicita quella che sembra una caratteristica unica di chi vive in un Paese in guerra. L’autore infatti sembra suggerire che, in un contesto simile, le persone imparano a innescare un meccanismo di adattamento al disastro imminente, diventando assuefatti all’incombenza del trauma. Convivono con la sua minaccia affinando una calma che non è una fuga dal reale, ma una rivendicazione silenziosa del proprio posto nel mondo: un diritto a essersi (innamorati) nonostante tutto intorno a loro vada in pezzi. Così fanno i protagonisti, che intraprendono un apprendistato amoroso senza un accenno alla necessità di provvedere, prima, a un apprendistato alla fine del mondo e alla morte. 

Nadia e Saeed si conoscono e iniziano a frequentarsi in una città di cui nel romanzo non verrà mai fatto il nome, in un Paese che rimane altrettanto anonimo. Questa deliberata oscurità ha due effetti. Da un lato, ci rammenta dolorosamente quanto automatica sia l’associazione che facciamo tra lo specifico stato drammatico della guerra e un preciso ambiente geografico: in più di un frangente verrà alla mente la Siria e la città di Aleppo. Dall’altro lato, questo primo elemento di forzata delocalizzazione provoca uno spaesamento percepibile che ci prepara, come lettori e lettrici, al contenuto magico del libro: ha inizio il nostro apprendistato allo straniamento.

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Nella città dei due non c’è ancora la guerra, ma sappiamo che ci vivono molti rifugiati e che c’è stata qualche sporadica sparatoria. Nadia fa il suo ingresso in scena indossando una lunga tunica nera – «dalla punta dei piedi alla fossa giugulare» – che potremmo sbrigarci ad associare a una pratica integralista islamica, ma, come la protagonista rivela presto a Saeed in uno dei loro primi appuntamenti, lo indossa non per devozione particolare ma come travestimento utile a declinare rapidamente attenzioni non richieste («così gli uomini non mi rompono le palle»). Nadia ha deciso di vivere da sola senza sposarsi nonostante nel suo Paese ci si aspetti che lo faccia; guida una motocicletta e usa contraccettivi, nonostante nel suo Paese ci si aspetti che non lo faccia.  Da questo momento inizia un’altra storia, quella del corpo di Nadia e le aspettative sociali su quello stesso corpo, che lei sente di dover celare per difendersi. Ma Nadia è anche una donna migrante: attraversare una porta significherà nel suo caso esporsi a più rischi ma anche rivendicare la libertà sul proprio corpo, rivendicando la libertà di decidere dove spostarlo o di farlo rimanere in un luogo o farlo ripartire.

Il rapporto tra Nadia e Saeed cresce e si intensifica – lui non cede completamente al sesso perché prima vuole sposarla, ma passano molte notti insieme, durante le quali fumano canne, ascoltano musica, guardano le notizie sul cellulare e una sera provano funghi psichedelici. Attorno a loro i conflitti aumentano e la città inizia a sfaldarsi, ma questo non ostacola la loro rivendicazione ad appartarsi e stare insieme, anche se il cielo è sferzato dalle pale degli elicotteri e il terrazzo di Nadia, da riparo per il loro romanticismo, diventa un patibolo in balìa di droni e cecchini. Quando la città viene conquistata da un gruppo di miliziani, il cibo viene razionato e nel quartiere di Nadia salta la corrente. Un giorno Saeed la raggiunge per portarle, tra le altre cose, un fornello da campeggio, dei fiammiferi e delle candele: «Non trovavo i fiori».

Intanto la città viene a sapere, soprattutto grazie a internet, che sono coinvolti anche Paesi stranieri, poi finalmente si sparge la voce dell’esistenza di porte che misteriosamente si aprono su altri luoghi di altri continenti. Vie di fuga che nascono spontaneamente in case di persone comuni, le quali a volte se ne accorgono mentre qualcuno sta cercando di attraversarle, o perché un giorno l’anta di un armadio sembra aprirsi su un’oscurità così fitta da non vederne il fondo. Come in una sorta di ripetizione del parto, le persone respirano a fatica durante l’attraversamento delle porte, quasi a dimostrazione che un affanno completamente innaturale – la mancanza di ossigeno – è alla base del nostro immaginario di rinascita: la nostra ricollocazione spaziale si fa battesimo. 

Nadia e Saeed hanno una priorità: raccogliere il denaro sufficiente per pagare una delle persone che hanno individuato una porta sicura – ne spuntano ogni giorno di nuove e gli eserciti degli Stati di tutto il mondo iniziano a sorvegliarle man mano che le scoprono – e attraversarla.

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La particolarità di Exit West è quella di introdurci nell’esperienza estrema del viaggio dei migranti attraverso una cornice di tipo realistico che, nel momento in cui mette a fuoco l’elemento cruciale dell’attraversamento delle frontiere, ricorre all’elemento magico. La storia di una coppia di migranti in fuga subisce dunque una leggera torsione verso il fantastico, una dimensione che tra l’altro non risparmia altri oggetti quotidiani essenziali per essere altrove: gli smartphone. In un punto del libro, Hamid li chiama «bacchette magiche».

Concentrandoci sull’immagine delle porte, l’espediente sembra elementare: Hamid prende l’immagine della frontiera – dei muri, delle barriere, ossessioni rinnovate del nostro presente – e le spezzetta, le frantuma e sparpaglia in punti casuali del globo sotto sembianze comuni. Cantine, ripostigli, ante di armadi, bagni di un albergo, la porta del retro di un bar, quella di servizio di un piano interrato. Il loro dischiudersi è completamente spontaneo e arbitrario, fuori controllo, e chi le attraversa in una direzione può sempre riattraversarle in qualsiasi momento per tornare al luogo di partenza.

Il funzionamento di queste soglie ha l’immediatezza delle cabine per il teletrasporto che grazie a qualche film ci sono familiari, ma in tal caso è chiaro che Hamid ha voluto mantenere una continuità visiva con il dato reale per un motivo: conservando la sembianza ordinaria delle porte infatti, ne amplifica l’effetto di irruzione dello straniante nel quotidiano, per il resto intatto.

Se volessimo dare ascolto a Darko Suvin, critico e studioso di fantascienza che per definirla si è preoccupato di dire cosa la fantascienza non è, potremmo collocare Exit West direttamente nel genere del fantastico. Suvin afferma infatti che ogni testo fantascientifico è tale se si basa sul bilanciamento tra straniamento e cognizione: laddove dovesse prevalere il primo, ci troveremmo al cospetto del fantastico.

Come il tappeto di Aladdin, in effetti lo schiudersi delle porte in Exit West è completamente arbitrario. Spuntano da un giorno all’altro in luoghi che non hanno apparentemente motivo di essere privilegiati e manca una qualunque forma di discorso logico e coerente che le spieghi e ne ipotizzi il funzionamento: manca cioè la cognizione. Costituiscono dunque un’iniezione di straniamento nel romanzo, anche se iniziamo in fretta ad abituarci a loro e presto l’abitudine si trasforma in un sentimento di speranza trasognante, familiare a chiunque ricordi di aver letto molte fiabe nella propria infanzia, tenendo però sempre un occhio aperto sugli eventi contemporanei.

Da un lato cioè quel senso di familiarità che si aveva con l’essere invasi da ipotesi assurde che alimentano sogni a occhi aperti, e dall’altro un desiderio fuori tempo massimo, più una fantasia: che la crisi dei migranti possa risolversi con l’arbitrarietà che ogni strumento magico costringerebbe ogni politico ad accettare. A un certo punto cessano i respingimenti: bloccare e controllare tutte le soglie è dispendioso e prevederne l’apertura è impossibile; tutti desistono.

Il fatto che le porte possano aprirsi in qualsiasi momento e nei luoghi più disparati, costituisce l’idea centrale del romanzo che permette di fare un’importante considerazione, non dichiarata, ma che attraversa tutto il libro. Il loro incontrollato dischiudersi rimanda senza esitazione al delirio di monitoraggio e pattugliamento che attualmente avviene su tutte le frontiere in Europa e fuori Europa, esplicitando per contrasto l’attuale ineguaglianza nella distribuzione globale del diritto ad attraversarle. L’invenzione delle porte permette a Hamid uno sgambetto – non troppo metaforico – alla retorica di chi detiene questo potere pur dichiarandosi un Paese democratico. Inoltre, l’idea dell’autore di distribuire sulla superficie del pianeta varchi spaziali che permettono a chiunque lo voglia, e sia in grado di farlo, di raggiungere un luogo, è sufficiente per mettere in ridicolo qualsiasi retorica di rivendicazione nazionalista del territorio e qualsiasi allarme giornalistico sull’“invasione”. 

Insomma, non nonostante il loro statuto di oggetto magico ma anzi proprio perché sono una distorsione del reale, le porte ci spingono a ragionare sul nostro reale, sulle sue leggi e a metterle in discussione, innescando il “cosa succederebbe se…”.

I luoghi di raccolta e identificazione non sono scomparsi ma, come detto, se sono scoperte in tempo le porte iniziano a essere anch’esse pattugliate. Il razzismo poi dei Paesi riceventi, insieme alla precarietà delle condizioni di vita di chi arriva, respingono definitivamente ogni possibile accusa di “divagazione letteraria”. Per convincersi del tutto basta leggere le pagine dedicate alla guerra civile di Londra, in cui i “nativisti” assediano i migranti che occupano un albergo. La zona presto diventa un ghetto a cui viene tolta la corrente; polizia, esercito e volontari minacciano un attacco. Ha inizio la cosiddetta «battaglia di Londra» per riconsegnare la Gran Bretagna ai britannici, un episodio del libro cruciale che getta potentemente una luce inquietante sul dopo Brexit.

Come uscirne? Attraverso l’immaginazione, ovviamente, quando non perde di vista il dato reale. Come l’invenzione letteraria della porta magica per i migranti, così agisce la fantasia di Nadia e Saeed che, bloccati in un campo profughi a Mykonos, cercano di respingere il trauma fingendo di essere in campeggio.

La sfida rimane ardua. In un punto iniziale del libro si dice che i bombardamenti hanno devastato a tal punto la facciata di un palazzo da fargli subire «in un giorno il degrado di un decennio». La guerra sembra inizialmente l’unica, rapace, a scompaginare il tempo, accelerandolo. Tuttavia, il padre di Saeed, quando lui era ancora piccolo, in certe serate dopo che la pioggia si era placata, radunava la famiglia sulla terrazza della loro casa per guardare attraverso un telescopio i corpi celesti. Alcuni avevano iniziato a brillare secoli prima, quando i loro avi ancora non esistevano. Guardare i corpi celesti che sono nati prima di noi «è come viaggiare nel tempo», sosteneva il padre di Saeed. Se la guerra comprime e sfalda a proprio piacimento i luoghi e il tempo, esiste un margine per noi di riappropriarci di entrambi, coltivando quei momenti che ci comprendono in un orizzonte collettivo di speranza. Speranza che non solo sospende il tempo ma si fa spazio e lo attraversa, come se vi aprissimo una porta. 

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