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Erranti per trasgredire: uno sguardo sui «camminatori di città» di Pasolini

Con La camminata malandrina. Ragazzi di strada nella Roma di Pasolini, (Mucchi, Modena 2015) Fulvio Pezzarossa e Michele Righini ci propongono un’analisi dei personaggi “nomadici” e “camminatori” dei romanzi di Pasolini.

urlLa contemporanea società «liquida» appare più che mai caratterizzata da una straordinaria mobilità; come ha osservato Arjun Appadurai, si tratta di una società connotata da «etnorami»: «Per etnorama intendo quel panorama di persone che costituisce il mondo mutevole in cui viviamo: turisti, immigrati, rifugiati, esiliati, lavoratori ospiti, e altri gruppi e individui in movimento rappresentano un tratto essenziale del mondo e sembrano in grado di influenzare la politica delle (e tra le) nazioni a un livello mai raggiunto prima»[1]. In questa mobilità è insita una forte carica trasgressiva: non è un caso, infatti, che da parte del potere dominante si tenti continuamente di erigere barriere per contrastare il flusso migratorio. È cronaca di questi giorni: la fortezza Europa, sentendosi sempre più minacciata nel suo cuore economico, non esita a serrarsi come un castello medievale di fronte ai continui movimenti migratori che caratterizzano la contemporaneità nelle sue più profonde strutture.

La teoria filosofica –[2] – ha analizzato la società contemporanea come caratterizzata profondamente dalla categoria del nomadismo; più recentemente, Michel Maffesoli ha osservato che la pulsione al viaggio (il nomadismo, appunto) si configura come una connotazione fondamentale all’interno di una nuova società decentrata e deterritorializzata, sottolineando che nell’«erranza»[3] vi è una significativa carica trasgressiva: è solo attraverso di essa che il flâneur può aprirsi agli altri e al mondo, anche in maniera trasgressiva. La marca della trasgressione non è assente neppure nella teoria di Deleuze e Guattari: per i due studiosi, infatti, la «macchina» nomade, abitatrice dello «spazio liscio» del deserto, muove una continua guerra allo «spazio striato» della città; a sua volta, quest’ultima, nucleo pulsante dell’apparato di Stato, cerca di contrastare in ogni modo il nomadismo. I due filosofi, all’inizio degli anni ottanta (il saggio esce in Francia nel 1980), avevano quindi colto nel segno: ancora oggi ogni Stato cerca di controllare e contrastare le migrazioni e il nomadismo[4] attuando un sistema di controllo reticolare e organizzato, fino, iperbolicamente, ai recenti progetti di costruire muri e barriere all’interno della stessa Unione Europea la quale – ormai anche un bambino lo capirebbe – appare basata non sui fondamenti dei diritti umani ma su quelli dell’economia tardocapitalistica.

La categoria del nomadismo assume una valenza trasgressiva nell’opera di Pier Paolo Pasolini, acuto osservatore della società italiana a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. Pensiamo soltanto a Petrolio, pubblicato postumo nel 1992. Il protagonista del romanzo – che ha al suo centro tematico le oscure trame della politica e dell’economia degli anni Sessanta e dei primi Settanta – è l’ingegnere Carlo Valletti, la cui vicenda si lega in modo inquietante all’omicidio del presidente dell’Eni Enrico Mattei. A un certo punto, il personaggio subisce uno sdoppiamento, trasformandosi in Carlo di Polis (allegoricamente, il suo lato buono e “angelico”) e Carlo di Tetis (il suo lato più “demoniaco”). Quest’ultimo è rappresentato come un viaggiatore quasi “nomadico”, poiché non appare spinto da nessuno scopo predeterminato, né diretto verso una meta prestabilita. Il vagabondaggio del personaggio è incastonato all’interno della struttura “picaresca” della narrazione: un tipo di racconto, cioè – come nel romanzo picaresco in senso proprio – in cui lo spostamento ed il viaggio, legati all’elemento “sordido” della strada, appaiono connotati dalla casualità. Carlo di Tetis si sposta a piedi all’interno della città di Roma e nelle borgate; compie anche viaggi più lunghi, attraverso l’Italia, irrompendo nell’universo della propria famiglia a Torino, portando, tramite il sesso, la trasgressione all’interno della struttura familiare altoborghese. Si può ricordare che anche l’Ospite sacro di Teorema (1968), sia romanzo che film, è caratterizzato come un personaggio viaggiatore e “nomadico” che porta trasgressione e sacralità nell’universo stanziale della famiglia dell’alta borghesia milanese.

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Sempre in Petrolio, come un personaggio “nomadico” e trasgressivo è caratterizzato Carmelo, un giovane cameriere del prestigioso ristorante Toulà della Capitale, dove si ritrovano a cena gli alti esponenti del potere politico ed economico. Rappresentato come l’incarnazione di una divinità dionisiaca, il personaggio, dopo aver condotto Carlo in un movimento quasi labirintico attraverso degradate periferie, intraprende un lungo viaggio a piedi, poi accompagnato in auto da due oscuri personaggi, fino a sparire nel nulla. In Petrolio, i vari spostamenti e viaggi sono anche tante “lenti” utilizzate dall’autore per osservare in modo analitico la società e i suoi mutamenti, come andava facendo, sotto forma giornalistica e saggistica, negli articoli raccolti sotto il titolo di Scritti corsari. I personaggi “demonici” di Petrolio si spostano perciò per trasgredire: per minare l’ordine della struttura familiare e di quella del potere politico ed economico. La carica sovversiva che Deleuze e Guattari e Maffesoli riconoscono al “nomadismo” la ritroviamo intatta, quindi, nel romanzo postumo di Pasolini, tanto più se pensiamo che si tratta di un romanzo politico, una grande macchina narrativa e saggistica (assume infatti la forma di romanzo-saggio) costruita per cercare di far luce sulle oscure vicende del potere politico ed economico di quegli anni, a cominciare dal misterioso omicidio di Mattei.

Un’analisi interessante dei personaggi ‘nomadici’ e ‘camminatori’ dei romanzi ‘romani’ di Pasolini (Ragazzi di vita, del 1955 e Una vita violenta, del 1959) è offerta dal recente saggio di Fulvio Pezzarossa e Michele Righini, La camminata malandrina. Ragazzi di strada nella Roma di Pasolini, (Mucchi, Modena 2015). Gli autori (soprattutto nella seconda parte del volume, scritta da Righini) tengono come costante punto di riferimento gli studi sul nomadismo di Deleuze e Guattari e Maffesoli e, alla loro luce, cercano di leggere i due romanzi pasoliniani in questione. Fermo restando che alla base di molte opere di Pasolini – e quindi non solo di Petrolio, come abbiamo visto – vi è una struttura picaresca della narrazione, cioè un andamento narrativo modellato sul genere picaresco, caratterizzato da alcuni tratti distintivi come lo spostamento casuale lungo l’asse della «strada maestra» oppure la dinamica dell’incontro, il nomadismo continuo che caratterizza molti personaggi pasoliniani può essere letto anche con una lente antropologica e sociologica, come appunto si propongono di fare i due autori. Se Pezzarossa analizza, con piglio antropologico (forse con un eccesso di verve in questo senso), la figura del «lupo mannaro» e delle sue disparate incarnazioni nei due romanzi, Righini si concentra appunto sul nomadismo, sull’attraversamento di spazi urbani e sulle loro connotazioni trasgressive.

Spostando il proprio sguardo critico sul primo dei due romanzi “romani” di Pasolini, l’autore nota che il movimento dei «ragazzi di vita» è caratterizzato dall’impronta della trasgressione: «Ma fino a quando i ragazzi hanno la possibilità di agire lo fanno, secondo un principio, quello della trasgressione, innato in loro e che è uno dei cardini dello studio di Maffesoli sull’erranza come struttura antropologica inestricabilmente radicata nella natura umana, individuale e sociale», (p. 156). Quando vi è il superamento di un confine, poi, la trasgressione diviene più significativa e marcata: «La trasgressione fisicamente più evidente, tanto da diventare il titolo del settimo capitolo di Ragazzi di vita, Dentro Roma, è il superamento del confine che separa le periferie in cui i giovani vivono e trascorrono gran parte del loro tempo dal centro storico della città» (p. 157). Fin dalle prime pagine, in Ragazzi di vita, Riccetto è un personaggio che trasgredisce: il verbo «tagliare» («andarsene, svignarsela di nascosto») caratterizza le sue fughe da riti istituzionalizzati come la Prima Comunione o la Cresima; «tagliare», perciò, non può essere un sinonimo di «camminare», poiché designa l’idea di allontanarsi di nascosto su una via periferica e poco utilizzata. Il paragrafo 9 della seconda parte del libro reca come titolo Riccetto lo Stalker, avvicinando così il personaggio pasoliniano al protagonista del film di Andrej Tarkovskij, Stalker (1979), a sua volta tratto da un racconto di fantascienza dei fratelli Strugackij, Picnic sul ciglio della strada. Lo Stalker, nel film del regista russo, è l’unico che può recarsi nella «Zona», un territorio reso impraticabile per misteriosi motivi e quindi recintato, percorrendo percorsi alternativi e trasgredendo i limiti e i confini imposti dal potere. Righini cita poi giustamente anche il Laboratorio d’Arte Urbana Stalker di Roma, nato nel 1995, che dal film trae il nome: si tratta di un «soggetto collettivo che compie ricerche e azioni sul territorio, con particolare attenzione alle aree di margine e ai vuoti urbani, spazi abbandonati o in via di trasformazione»[5].

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Un luogo emblematico, quasi una sorta di Zona, nel romanzo di Pasolini, è la Ferrobedò, (storpiatura romanesca di Ferro-Beton), una vecchia fabbrica abbandonata dopo la guerra: se nel primo capitolo (che si intitola appunto Il Ferrobedò) è il luogo dove i borgatari, come tanti Stalker, possono introdursi di nascosto per saccheggiare diverso materiale, nel settimo capitolo appare ristrutturata e rimessa in funzione, recintata, divenuta spazio chiuso e “rubato” alle libere peregrinazioni degli erranti Stalker. Diventa un confine, un limite che non può essere valicato neppure da Riccetto lo Stalker, ragazzo di vita “trasgressore”, “nomade” e “camminatore”. I ragazzi, i borgatari – come anche i protagonisti di Uccellacci e Uccellini (1966), Totò e Ninetto Davoli, che violano una proprietà privata per poter defecare in un campo – sono tanti nuovi erranti che trasgrediscono e creano disordine all’interno di tutti quegli «spazi lisci» urbani predisposti dalle pianificazioni di un potere che cerca di riappropriarsi, dopo il disordine del periodo bellico, di spazi che appartenevano unicamente alla popolazione.

La lettura dei due romanzi romani offerta nel saggio di Pezzarossa e Righini è sicuramente inedita e interessante. Il saggio offre un sicuro spunto per estendere l’analisi anche ad altre opere di Pasolini in cui lo spostamento, il viaggio, il nomadismo, il camminare e il valicare confini urbani in modo più o meno “trasgressivo” sono elementi caratteristici e distintivi (penso al già citato Petrolio, ma anche ad alcune raccolte poetiche, ad alcuni film, alla sceneggiatura di Porno-Teo-Kolossal). Peccato, però, che questa lettura venga, in un certo senso, contraddetta da una fugace analisi che svuota Petrolio di tutto il suo significato politico, ponendosi nella linea critica delineata, fra gli altri, da Marco Belpoliti e Emanuele Trevi, secondo la quale bisognerebbe leggere l’omicidio Pasolini senza alcuna implicazione politica o complottistica. Righini cita una frase di Trevi, secondo il quale «dell’Eni in sé, della morte di Enrico Mattei, della carriera di Eugenio Cefis a Pasolini non importa assolutamente nulla»[6]. Come sostengono Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti nel saggio Frocio e basta, una gran parte della cultura italiana si è fatta complice di depistaggio nell’omicidio Pasolini svuotandolo completamente di significato politico. Come abbiamo visto, è proprio tramite l’atto del camminare, dello spostarsi, del viaggiare in percorsi nomadici e senza meta, che molti personaggi di Petrolio divengono trasgressori di norme e “sovversivi”. Il viaggio nomadico e lo spostamento sono il profondo nucleo strutturale che costituisce il prezioso e innegabile cuore politico di Petrolio.

Note

[1] A. Appadurai, Modernità in polvere, trad. it. di P. Vereni, Raffaello Cortina, Milano, 2012, p. 47

[2] Cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, a cura di M. Carboni, Castelvecchi, Milano, 2010 e R. Braidotti, Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità, Donzelli, Roma, 1995.

[3] Parola resa in traduzione come calco del francese errance nel saggio di Maffesoli: Del Nomadismo. Per una sociologia dell’erranza, trad. it. Franco Angeli, Milano, 2000, p. 44.

[4] Fra nomade e migrante, secondo i due studiosi, c’è comunque una fondamentale differenza: «Il nomade non è affatto il migrante, anche se l’altro punto è incerto, imprevisto o mal localizzato. Ma il nomade va da un punto a un altro solo per conseguenza e necessità di fatto: in linea di principio, i punti sono per lui dei ricambi in un tragitto» (ivi, p. 451).

[5] Il testo, come ci informa una nota a p. 167 del saggio, è tratto dal Manifesto del Gruppo: Stalker attraverso i territori attuali: http://www.osservatorionomade.net/tarkowsky/manifesto/manifest .htm.

[6] E. Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie, Milano, 2012, pp. 107, 131.

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