Politiche del contemporaneo

Architetture (post)coloniali. L’Italia e l’eredità fascista

Pubblichiamo una riflessione di Emilio Distretti sull’eredità storica, culturale, ideologica e politica del Fascismo coloniale, a partire dall’architettura.

Nel 1938 il Fascismo scelse Roma per celebrare la nascita dell’Impero. Agli occhi di Mussolini le antiche vestigia dell’impero romano, nello spazio raccolto tra il Colosseo e il Circo Massimo, si sarebbero dovute “unire” ai nuovi simboli dell’Italia fascista imperiale: un obelisco, trafugato dall’altipiano di Axum in seguito all’occupazione dell’Etiopia, e la nuova sede del Ministero dell’Africa Italiana. Il progetto del Ministero venne affidato ai due architetti razionalisti Roberto Ridolfi e Salvatore Cafiero. I lavori cominciarono ufficialmente il 31 agosto 1938, ma il palazzo non vide mai la luce sotto il Fascismo. 

Con lo scoppio della guerra i cantieri furono interrotti nel 1939. Una volta terminato il conflitto, i lavori ripresero nel 1947 per poi concludersi nel 1952. Nonostante un ritardo di quindici anni, dopo una guerra mondiale e la perdita delle colonie, il progetto di dare una “piazza all’Impero” aveva preso forma. Con ironia involontaria però, tutto ciò succedeva in un mondo capovolto: anziché ospitare il Ministero dell’Africa Italiana e celebrare la vittoria fascista il nuovo palazzo razionalista era stato completato per accogliere la sede centrale della FAO, simbolo postbellico della pax Americana e del nuovo ordine politico-economico globale sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Oggi, dopo ben più di settant’anni dalla fine del Fascismo e del colonialismo italiano, ciò che rimane della “visione” imperiale mussoliniana non è altro che un largo spartitraffico a Piazza di Porta Capena, tra la sede FAO e un memoriale per le vittime degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York. Il monumento è poco distante da dove si trovava l’obelisco di Axum, poi restituito all’Etiopia nel 2003 in seguito alle richieste (a lungo disattese) di giustizia e compensazione per i crimini Italiani nel Corno d’Africa.

La storia della piazza ha contribuito a creare ulteriore dibattito attorno a ciò che è rimasto di un passato criminale e complesso, quali sono la storia del Fascismo e del colonialismo italiano. La piazza offre la possibilità di elaborare nuove interpretazioni del tessuto urbano italiano in relazione all’eredità storica, culturale, ideologica e politica del Fascismo coloniale. Non solo, Piazza Capena è testimone di continue evoluzioni, rese visibili dalla relazione tra potere e architettura. La piazza è il riflesso estetico/spaziale delle trasformazioni epocali generate dal crollo del totalitarismo nazi-fascista e la fine degli imperi, una fase storica in cui anche l’architettura dovette riadattarsi al nuovo zeitgeist.

Negli anni Cinquanta sorgevano infatti i nuovi templi del multilateralismo liberal-democratico globale; l’architetto Oscar Niemeyer svelando il modello architettonico che avrebbe ospitato la base delle Nazioni Unite a New York spiegava come fosse compito dell’architetto del dopoguerra creare “qualcosa che rappresentasse il vero spirito della nostra epoca, di comprensione e solidarietà”. Ugualmente Marcel Breuer, Bernard Zehrfuss, e Pier Luigi Nervi nel 1956 pensarono il progetto per la sede dell’UNESCO a Parigi, un largo complesso che potesse evocare “quella pace che l’istituzione ha cercato di creare e preservare in ogni angolo del mondo.”

Contrariamente a ciò, il caso della FAO rappresenta una chiara anomalia. La realizzazione del progetto di Ridolfi e Cafiero, originariamente pensato come espressione dello spirito razionalista e metafisico a celebrazione dell’impero fascista, apre a un dilemma di difficile soluzione: tra le tante trasformazioni, dal fascismo colonialista ai principi fondanti del multilateralismo democratico espresso dalle Nazioni Unite, quali valori riflettono questo palazzo e questa piazza, e quale immagine di società vogliono raffigurare? 

Là dove avrebbero dovuto ergersi i totem del dominio coloniale, oggi si sporgono i simboli di ciò che definiremmo governance globale. Simboli che non si limitano all’architettura, ma come dimostrato dal monumento alle vittime del 9/11, coinvolgono il lavoro della memoria, anch’esso diventato globale e ‘cosmopolita’. Il palazzo FAO e il monumento alla memoria dell’11 settembre sembrano definire i nuovi canoni estetici dell’ordine mondiale che è andato formandosi dalla Guerra Fredda fino ad oggi.

Dopo la fine dei totalitarismi e l’inizio della governance globale, la piazza racconta con i suoi nuovi monumenti l’alternanza tra sistemi di potere, governo e di esercizio della violenza: espone ai nostri occhi il passaggio dal governo coloniale fascista, che con Achille Mbembe chiameremmo ‘necropolitico’, cioè il principio di sovranità fondato sul potere di morte, al governo incarnato dalla FAO e le Nazioni Unite, dove il governo di quello che fu il mondo coloniale, diventa ‘biopolitico’. Con il concetto di ‘biopolitico’, Michel Foucault ha spiegato come la protezione della vita, sia il cardine su cui si fondano potere e sovranità nel mondo moderno. Nel caso della FAO, il ‘biopolitico’ opera attraverso piattaforme orizzontali (dagli stati-nazione a istituzioni transnazionali per lo sviluppo e la cooperazione) nel tentativo di sconfiggere la fame a livello globale, a salvaguardia della sicurezza alimentare e umana.

In assenza di una memoria collettiva e condivisa per le vittime dei crimini coloniali, il trionfo del ‘biopolitico’ si associa così a un uso della memoria e del trauma collettivo in chiave emergenziale, interventista e neocoloniale. In questo intreccio, etica e pratica umanitaria e di sviluppo si uniscono alle pratiche civilizzatrici e militari, nel tentativo di porre rimedio alle emergenze e rischi provenienti dalle ex colonie – siano esse l’uso di politiche alimentari e di sviluppo per evitare “stati falliti” e limitare migrazioni o la guerra occidentale al terrorismo globale.

In questo modo Piazza Capena diventa il terminale estetico, fisico e urbano di una trasformazione progressiva, dove l’antico cuore dell’impero romano, poi santuario del Fascismo, è stato svuotato delle tracce del monumentalismo nazionalista, diventando un documento vivente dell’ordine mondiale contemporaneo. Ma nonostante queste cicliche evoluzioni, tutto ciò rimane comunque intrappolato nel processo di rimozione del passato coloniale, un problema che riguarda sempre di più anche il riconoscimento dell’eredità fascista nell’Italia di oggi.

A proposito di ciò, in un intervento su The New Yorker dello scorso anno, la storica americana Ruth Ben-Ghiat ha sollevato il dibattito su come l’Italia, avendo preservato e trattato molti monumenti e palazzi del Fascismo come “oggetti depoliticizzati”, non possa dichiararsi immune dai rigurgiti di un passato mai sepolto. Nonostante l’immediata ondata di polemiche da parte dell’opinione pubblica italiana, la questione, soprattutto alla luce del ri-centrarsi dell’estrema destra e del Fascismo in Italia e nel mondo occidentale, è fondamentale.

A maggior ragione, il dibattito su fascismo storico e colonialismo è attuale per comprendere le continuità storiche tra il passato e il presente (post)coloniale – sia in chiave nazionale che globale. La marginalizzazione del Fascismo italiano nella storia del colonialismo e imperialismo, andrebbe così ripensata e riformulata. Per quanto il consenso sulla fine del fascismo storico e formale sia pressoché ovvio, altrettanto non possiamo dire per ciò che ne riguarda le politiche discriminatorie e razziste, la repressione e il disciplinamento dell’“altro”. L’epoca presente sembra cosi andare oltre la melancolia e nostalgia culturale del colonialismo, per entrare in una dimensione nuova in cui il riflesso del passato coloniale e fascista è attivo, come reazione – per esempio – alle migrazioni globali.

Recentemente il governo italiano approvando il decreto Salvini, dove“sicurezza” e “immigrazione” vengono congiunte,  ha creato una serie di vulnus pericolosi (quali l’abrogazione della protezione umanitaria e l’allungamento dei tempi di trattenimento dei migranti), lanciando un pesante attacco allo status di cittadinanza, dove cittadini italiani per sangue e naturalizzati rischiano un diverso trattamento, con questi ultimi più vulnerabili ed esposti alla revoca di cittadinanza (in caso di condanna per reati di terrorismo o eversione). Riferendosi a ciò, Sandro Mezzadra ha spiegato come questa deriva ci porti direttamente indietro ai tempi del governo coloniale, dove per legge cittadini metropolitani e sudditi coloniali godevano di diversi status di cittadinanza.

Alla luce di ciò, risulta chiaro quanto il Fascismo coloniale vada oltre la questione “necropolitica”, e cioè l’uso dei gas contro la popolazione etiope, i campi di concentramento in Libia, e i rastrellamenti di civili nelle terre “d’oltremare” da parte dei coloni italiani. Oltre ad esercitare il potere di morte, il colonialismo (e così quello fascista) ha sempre funzionato attraverso apparati e dispositivi tecno-giuridici/formali che regolamentavano diritti e status di cittadinanza/sudditanza nelle colonie e in madrepatria. Tanto quanto brutalità e violenza, anche le politiche coloniali in merito di cittadinanza erano emanazione del Ministero delle Colonie (poi dell’Africa Italiana). E altrettanto il palazzo ministeriale dava rappresentazione, autorità e forma a quelle politiche discriminatorie.

Oggi, tornando a Piazza Capena e rivolgendo nuovamente lo sguardo al palazzo e alle forme razionaliste ideate da Ridolfi e Cafiero negli anni Trenta, per decenni assorbite nel tessuto urbano romano come presenza anonima e innocente, viene da domandarsi se, nonostante la FAO e la governance globale, lo spirito del tempo dell’Italia di oggi non abbia ritrovato in esse una casa sicura.

Una volta accertato quanto l’eredità del Fascismo e del colonialismo siano sempre più presenti e ingombranti, la necessità di elaborare pratiche attive di resistenza politica e culturale, è più che mai urgente. Magari partendo dal mettere in discussione quei “reduci” architettonici e monumentali cosi visibili nel nostro spazio urbano, ora che la architettura coloniale e fascista, rompendo l’anomalia, può offrirsi alle nuove forme di razzismo istituzionale contemporaneo.

 

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