Common Food

Emilio Villa, o della televisione che non ti aspetti

Alla scoperta di Homo edens, un progetto inedito del poeta per la televisione.

Emilio Villa (1914-2003) è stato uno degli uomini di lettere più singolari del secolo scorso.
Poeta anti-accademico e intellettuale “dis-organico”, scrittore plurilingue e illeggibile come un Pound senza Cantos, sublime traduttore da lingue antiche. E, dulcis in fundo, ricordato come fra i critici d’arte più acuti di sempre (l’interesse nell’arte fu una sua costante). Le Lettere ha ripubblicato gli scritti villiani sull’arte qualche anno fa, gli Attributi dell’arte odierna.

Insomma, Emilio Villa era e rimane una specie di marziano, con una “culturofagia” – ci si passi il termine – dai tratti impressionanti. E ancora oggi le carte del poeta non smettono di rivelare sorprese. Ci si riferisce all’ipotesi di un documentario televisivo (poi, appunto, non andato in porto) sulla cultura gastronomica. Si tratta di una serie di documenti che provengono dall’archivio villiano di Aldo Tagliaferri – lo studioso più importante del poeta – e ora parte del Museo della Carale di Ivrea (TO). Per gentile concessione del fondatore e presidente di questo, il poeta e saggista Adriano Accattino, della direttrice dello stesso, Lorena Giuranna, e con il consenso di Tagliaferri – ma qui occorre anche ringraziare il libraio antiquario Andrea Tomasetig per aver favorito il dialogo – abbiamo modo di presentare e parlare di questo materiale, includendo la trascrizione integrale di alcune carte.

Fogli alla mano, la prima considerazione da fare è immediata. I dattiloscritti della presentazione del progetto vedono la firma di un’altra persona, il regista Vittorio Armentano. Nel fascicolo Homo edens sono presenti anche suoi appunti. La seconda considerazione è sul periodo temporale e sulle motivazioni del progetto. Qui viene in aiuto lo stesso Tagliaferri quando, nella sua biografia di Villa, Il clandestino, menziona questo progetto come qualcosa nato verso la metà degli anni Sessanta e in relazione alla “gourmandise” del nostro (Villa sembra essere stato cuoco provetto e ottima forchetta):

Più tardi, quando si occupa di alimentazione biologica, collabora alla stesura del testo per un documentario televisivo, intitolato Homo edens, col quale si propone di ripercorrere tutte le tappe della storia della gastronomia e di indagare sui presupposti di varie forme di alimentazione (sacrali, celebratorie, terapeutiche), e in quell’occasione riorganizza le informazioni raccolte intorno all’argomento.

1) Archivio Villa raccolto da Aldo Tagliaferri – Museo della Carale Ivrea 3) Archivio Villa raccolto da Aldo Tagliaferri – Museo della Carale Ivrea 2) Archivio Villa raccolto da Aldo Tagliaferri – Museo della Carale Ivrea

A questo punto una domanda a mo’ di terza considerazione da fare: e la televisione di allora? C’erano programmi dedicati alla gastronomia? Sì, perché si possono considerare due esempi che in un modo o nell’altro hanno fatto scuola, e i cui autori si possono “paragonare” a Villa in quanto uomini di lettere e con curiosità interdisciplinari. Parliamo del programma radiofonico di Guido Piovene dal 1953 al 1956, alla base poi del suo libro Viaggio in Italia (1957), e del caso di Mario Soldati, con il suo programma televisivo Viaggio nella valle del Po (1957). Ma una volta considerato questo, c’è da aggiungere che l’operazione di Villa è – sulla carta – qualcosa di diverso da quanto fatto dai due scrittori. Sicuramente non un viaggio in senso “documentario”. Magari qualcosa di più vicino all’idea di viaggio poetico, quindi come insieme di “voli pindarici”, da poeta qual era, per tutte le associazioni potenzialmente in gioco in grado di collegare diversi campi del sapere e diverse nozioni. Poi, un progetto non focalizzato sull’Italia – determinate zone e come insieme – e in generale non su un piano territoriale, ma rivolto a presentare determinati temi legati al cibo, anche da culture gastronomiche di altre nazioni.

Il materiale relativo a Homo edens è vario, tra dattiloscritti e autografi, e quest’ultimi si dividono in quaderni e fogli sparsi. Qui però, come anticipato, il nostro interesse specifico va ai dattiloscritti Villa-Armentano. Sono due: il progetto per film e quello per programma televisivo. Leggendo le cartelle di entrambi ci si accorge subito di trovarsi di fronte a un unico lavoro declinato in due forme diverse. È possibile quindi sostituire la dicitura “film” con “programma” (televisivo) e viceversa senza grandi problemi “filologici”.
Ora, parlando del progetto per la televisione, questa è la descrizione d’intenti:

Il programma intende esplorare l’intera area abitata dall’uomo, alla ricerca di immagini, fatti, episodi, notizie che siano esemplificazioni essenziali e sintetiche, dove si fronteggino, nell’atto umano del nutrimento, natura e cultura, ethos ed ethnos, realtà e visione, psiche e società, storia ed economia.
La captazione di questi fatti e di questa immagine (che intenderemo condurre con finalità genericamente “antropologiche”, ma non solo in senso descrittivo né solo in senso illustrativo) vorrà tuttavia e in ogni caso, proporsi per sé stessa come spontanea, soprattutto libera, per quel tanto che è possibile esserlo, dagli schemi culturali e culturalistici che infirmano all’origine la scelta poetica delle immagini e, a volte, la sostanza medesima delle immagini scelte.
Si può dire subito, per esempio, nessun indirizzo “strutturalistico” o “sociologico” o “fenomenologico”. Cioè, la nostra ricerca non intenderà essere rigida, ma ideare un campo visivo continuo di esperienza umana e poetica.

Da questo primo passaggio si può senza dubbio già notare una certa ambizione e il possibile taglio, alla fine, “obliquo”: una scelta – quella di evitare negli intenti un unico codice – che rimane abbastanza originale anche oggi, dal momento che i programmi documentari e informativi sul tema che la nostra televisione contemporanea qua e là offre sono caratterizzati da una scelta precisa e spesso dentro un solo schema.

Continuando a leggere il progetto di Villa e Armentano diventa più articolato, e alcune annotazioni più di altre ne rivelano l’originalità. I due infatti parlano di «arrivare ai centri, o comunque ai posti dove si determinano le correnti, maggiori o minori, dell’alimentazione», «mossi da impulsi […] o religiosi o mistici (per esempio la mattazione kasher sotto la direzione rituale e liturgica del rabbino al mattatoio di Chicago)» oppure da impulsi «mistico-industriali (per esempio le vaste operazioni economico-finanziarie per diffondere la gastronomia Zen, che oscilla tra concezioni mistiche e agricolture primordialistiche; per esempio la gastronomia dell’antroposofia, o gastronomie letterarie, come la cucina futurista e la cucina pop)», per giungere – alla fine – «ai centri dove si creano le operazioni più vaste per lo “sporzionamento” del patrimonio alimentare dell’umanità (industria allevatrice, industria conserviera, chimica di sintesi)». Tutto questo può portare senza dubbio a due veloci osservazioni: una volontà di fare indagine giornalistica in modo rigoroso (arrivare ai centri); un desiderio di offrire elementi esotici e accostamenti spiazzanti, nello spazio e nel tempo (mattazione kasher, gastronomia Zen, cucina futurista, cucina pop). E se la prima osservazione, in sé, indica potenzialmente buona televisione – programmi dedicati alla gastronomia non pervenuti – è il suo legame con la seconda a pre-figurare possibilità ancora inesplorate.

Proseguendo e completando la lettura si comprende meglio come questa attrazione per esperienze gastronomiche altre diventa la struttura o lo sfondo di Homo edens, che quindi si presenta come una sorta di possibile osservatorio su scala “globale” di alcune questioni legate alla gastronomia e alla cultura del cibo in generale. Questioni culturali e quindi antropologiche. Una su tutte, dal momento che è più che mai lampante e attuale, è quella relativa a certi «incroci etnologici» che – gli autori dicono – terranno in considerazione nel lavoro,

«per esempio come si mangia “italiano” in California o a San Paolo del Brasile; e come si mangia “cinese” o “filippino” in Francia, o “pakistano” in Inghilterra, o “georgiano” a Leningrado o “francese” a Bangkok, o “vietnamita” in Olanda; o i trapianti “polacchi” o “giudo-romaneschi” nei ristoranti di Tel Aviv o nei kibbutzim.»

Verrebbe allora da dire che con anni di anticipo, e in un mondo non ancora “ufficialmente” globalizzato, Villa sembra già vedere nel cibo l’occasione per riflettere su ciò che oggi chiamiamo glocal.

In ultimo, qualche riga sul possibile stile televisivo che avrebbe potuto avere Homo edens. Per questo, la trascrizione in ordine consequenziale delle tre puntate pensate dagli autori (non sappiamo per ora se il programma sarebbe stato più lungo) è, senza dubbio, un qualcosa da tenere a mente:

Prima puntata

• Introduzione sulla natura e sul significato di una alimentazione alternativa.
• Passato e storia dell’alimentazione (repertorio); rapporto con le culture etnografiche attuali.
• L’alimentazione nelle civiltà evolute; il nutrimento prodotto dalle strutture dell’industria e delle economie odierne.
• Tipologie individuali e tipologie sociali: mense aziendali, fabbriche, caserme, carceri, ospizi.
• Sopravvivenze della tradizione alimentare, pretecnologica: nelle campagne, nei riti, nelle festività.
• Annuncio, per cenni, di nuovi tipi di alimentazioni alternative.
• Vassoio di un menù completo vegetariano, naturista, macrobiotico.

Seconda puntata

• Si riprende l’immagine del vassoio che chiude la puntata precedente. Analisi dei prodotti contenuti che provengono da terreni coltivati secondo i nuovi sistemi dell’agricoltura biologica e organica.
• Immagine di una coltivazione biologica, in una azienda (in Toscana).
• Formazione di un Kompost.
• Immagini di una coltivazione idroponica.
• Sistemi di difesa antiparassitaria con sistemi naturali.
• Protezione di culture agrarie senza impiego di diserbanti.
• Altri tipi di difesa e protezione delle coltivazioni, con mezzi vegetali, senza ricorso alle materie plastiche.
• Rotazione di culture, invece che monoculture.
• Modi di allevamenti naturali del bestiame.

Terza puntata

• Raccolta del prodotto integrale di coltivazione biologica, fino alla sua immissione al consumo.
• Immagini di raccolta di uliveti, vigneti, orti secondo i principi specifici dell’agricoltura biologica.
• Immagini di giovani che prestano la loro opera nelle aziende biologiche e piccole particolari comunità dedite alla realizzazione di nuovi principi, secondo i nuovi criteri tecnici, e anche secondo una nuova visione spirituale dei problemi e delle concezioni che concernono il rapporto tra l’uomo e la natura.

Nella progressione delle puntate si possono notare alcuni tratti caratteristici: un discorso per temi; una diversificazione strutturale delle puntate; una predilezione per l’argomentazione – e che argomentazione, se si pensa che avevano l’intenzione di parlare di agricoltura biologica e organica in quegli anni! – senza dimenticare però una attenzione alle possibilità poetiche date dal mezzo (per intenderci, la chiusura tra prima e seconda puntata con l’immagine-metafora dal vassoio che “continua” vale come esempio).

A plasmare in immagini e suoni le intuizioni di Villa sarebbe stato poi Vittorio Armentano. Dei suoi film il critico cinematografico Bruno Di Marino dice: «I “documentari” di Armentano sono spesso in bilico tra registrazione di fatti reali e messa in scena coniugata a un tentativo di narrazione, come per esempio nello straordinario Il pignoramento o Cantiere ’62, entrambi realizzati nel 1962, dunque in un periodo antecedente all’esplosione del cinema sperimentale e d’artista». Ora, guardando questi film, l’impressione è che Armentano sarebbe stato per davvero la figura giusta per capire e per equilibrare i possibili “estremismi” di Villa, e quindi realizzare un progetto inclassificabile ma idealmente in linea con certe aperture sperimentali della televisione di allora, ma – anche – assolutamente attuale.

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