Milleuna

Elogio della critica, di A.O. Scott: ma anche senza virgola

Un libro di A.O. Scott, critico cinematografico del New York Times, sulla critica, sui suoi pregi e i suoi difetti, e su come in fondo siamo o possiamo essere tutti dei critici. Oppure no. 

Scott

Anton Ego, il critico di «Ratatouille», Disney-Pixar

L’anno scorso, per alcuni mesi ho pranzato quasi tutti i giorni al tavolo di una specie di mensa in cui spesso sedevo vicino a una signora americana di una certa età, con gli occhi vispi e un’intelligenza sempre vivace e generosa. Durante le nostre conversazioni succedeva non di rado che si parlasse di cinema (una volta però mi si avvicinò all’orecchio e, quasi timorosa di farsi sentire dagli altri, mi chiese se avessi letto Elena Ferrante). Fra un boccone e l’altro, commentavamo i film che ci era capitato di vedere e ci consigliavamo quelli da non lasciarsi sfuggire, benché il piccolo cinema della cittadina dove ci trovavamo non offrisse molta scelta. Succedeva spesso che la signora mi dicesse cose come «Ieri mi ha telefonato mio figlio e mi ha detto che dovrei andare a vedere questo o quell’altro film», «Ho sentito mio figlio e di quel film mi ha parlato bene», o «Mio figlio conosce bene i miei gusti e mi ha detto che quel film lo posso pure lasciar perdere», e così via. Insomma, in quei mesi la mia vita di occasionale spettatore cinematografico venne conformata dai riflessi delle conversazioni fra quella signora e suo figlio. Ma ne ero contento, perché grazie a quei consigli non mi sfuggirono film che ho amato, quali Moonlight e altri. I pranzi in mensa andavano avanti in quel modo, finché, un giorno, mi permisi di chiedere alla signora chi fosse quel figlio così prodigo di consigli cinematografici assennati. E lei, con la sua voce da nonna affettuosa: «Ah sì, Tony… be’ lui è il critico cinematografico del New York Times».

 

Il figlio era A.O. Scott. Non solo lavora al New York Times, ma è anche a capo della sezione di critica di quel giornale. E, per inciso, la sua recensione a Moonlight mi colpì per la capacità di trasmettere la commozione che doveva aver provato guardando quel film, e che provai anch’io.

A partire dalla sua esperienza di prima linea, A.O. Scott ha scritto anche un libro sulla sua idea di critica, e ora Il Saggiatore lo ha pubblicato anche in Italia, nella puntuale traduzione di Massimiliano Matteri. Il libro in questione è Elogio della critica, con il lungo e condivisibile sottotitolo Imparare a comprendere l’arte, riconoscere la bellezza e sopravvivere al mondo contemporaneo.

Con i miei amici discutiamo spesso delle nostre differenze di “ricorso” o meno alla critica: se leggere le recensioni di un film prima o dopo averlo visto, o se leggerle in generale. Alcuni di loro, per esempio, mi accusano – anzi, mi prendono proprio in giro! – di farmi troppe domande o opinioni su quel che capita di vedere insieme. Una situazione piuttosto comune, e una situazione che Scott prende sul serio e che, ragionando a più livelli sulle forme e il ruolo della critica, analizza mostrando le ragioni e i modi in cui molti prodotti artistici vengano posti, tanto dai loro autori quanto da molti loro fruitori, al di sotto o al di sopra della critica e della sua portata riflessiva e contestualizzante. La critica, dice Scott, s’inserisce in uno «spazio di mezzo»: «La critica è al contempo paradossale e tautologica. È qualunque cosa faccia un critico: tenendo presente che un critico è chiunque, in un dato momento, stia esercitando la critica. È un compito irrealizzabile; e allo stesso tempo è impossibile impedire che accada».

(A proposito, potrò mai perdonare Theodor Adorno per aver scritto tutte quelle cose cattive contro il jazz? No. Anche ai migliori capita di prendere delle cantonate storiche).

Uno dei pregi del libro di Scott è quello di riuscire a collocare il suo discorso in un registro diverso dalla quello della critica nel senso accademico (e spesso polveroso) del termine, della critica nel senso filosofico classico e di quella critica che si colloca in una ipotetica linea genealogica che va dagli esponenti della Scuola di Francoforte (Adorno e compagni) fino a coloro per i quali si parla – spesso con sarcasmo – di “critical theory” (gli studiosi anglofoni hanno adottato il francesismo critique), senza dimenticare le riflessioni sulle dimensioni di classe dei gusti culturali, di cui si è occupato Pierre Bourdieu ne La distinzione. Eppure, in Elogio della critica tutti questi livelli non mancano: al contrario, Scott riesce a sottrarli al registro linguistico che li rende talvolta indigesti per i non specialisti, mettendoli a disposizione dei suoi ragionamenti sempre godibili e funzionali.

Scott ha scelto d’iniziare, intramezzare e finire il suo libro con un dialogo immaginario tra lui e un esigente interlocutore. Questo gli dà modo di rispondere in maniera efficace e divertente ad alcune delle convinzioni e interrogativi che, nell’immaginario generale, ruotano attorno alla figura di critico. Per esempio: «– Il compito dell’arte è liberare le nostre menti, e l’obiettivo della critica è quello di comprendere cosa fare di questa libertà. Affermare che ognuno di noi è un critico significa, o dovrebbe significare, che siamo in grado di ripensare i nostri stessi pregiudizi, di bilanciare lo scetticismo con l’apertura mentale, di affinare i nostri sensi saturi e spenti e combattere l’inerzia intellettuale che ci circonda. Dobbiamo mettere a frutto le nostre menti straordinarie e concedere alla nostra esperienza l’onore di essere presa sul serio. – Okay, perfetto, ma come? – Bella domanda!».

Scott

Torso arcaico di Apollo (Louvre), a cui Rilke dedicò una poesia diffusamente citata da A.O. Scott.

Scott espone le sue argomentazioni in maniere che talvolta potrebbero essere scambiate per un modo troppo ingenuo di vedere le cose (soprattutto qui in Italia, dove mi hanno ripetuto più spesso che “si recensiscono solo gli amici o i nemici”, dove almeno una volta settimana ci dicono che sta per uscire “il libro dell’anno”, e dove varie persone spendono molte energie a fare sarcasmo su figure quali Goffredo Fofi). Ma tale possibile impressione è il rischio che Scott si assume per un’esposizione che risulti sempre accessibile anche chi non ha dimestichezza con le questioni filosofico-estetiche che ruotano attorno al mondo della critica e delle sue varie declinazioni.

Piuttosto, un eventuale e solo relativo difetto che possiamo vedere nel libro è un forse eccessivo – ma tutto sommato comprensibile – riferimento al contesto nordamericano, o comunque anglofono. Un esempio piuttosto divertente è quando, nel fare riferimento alla «ricetta originale» della ratatouille, Scott chiama in causa il libro di Julia Child Mastering the Art French Cooking, e non un qualche libro o ricetta direttamente francesi. Ma, del resto, cosa sono l’originalità e l’autenticità? Bisognerebbe poterlo chiedere al grande critico francese monsieur Ego. Ego chi? A proposito di ratatouille, gustosa e decisamente pertinente è la scelta di Scott di chiamare in causa il film Ratatouille e il suo personaggio del temibilissimo critico culinario, Ego. Peraltro, il suo monologo finale (questo) sarebbe da citare in qualunque dibattito sul concetto di critica (lo dice uno che ha visto Ratatouille per intero almeno trenta-quaranta volte: ero il babysitter di un bambino che ne era piuttosto appassionato).

A leggere questo libro di Scott, torna in mente quello che dice Giorgio Agamben nel suo tentativo di definire la filosofia (in Che cos’è la filosofia), ovvero che, in fondo, la filosofia è una intensità del pensiero, intensità da non restringere a spazi specifici del quotidiano né in recinti professionali: si tratta invece di uno sguardo, un habitus. Questo non significa certo ripetere che siamo tutti filosofi, così come sarebbe fuorviante dire che Scott sostiene banalmente che siamo tutti critici. Significa invece dire che, prima cosa, anche la critica è un’intensità del pensiero, e, seconda cosa, seguire la guida della critica migliore e farsi critici anche nel proprio intimo di fruitori dei mondi dell’arte, della letteratura, della musica e così via significa aguzzare il proprio sguardo sul mondo facendosi forti di quello che una fruizione non solo osmotica dell’arte può offrirci come bello strumento in più per, appunto, stare al mondo.

Che, come recita l’ottimista sottotitolo del libro, poi questo significhi «vivere meglio» forse è meglio non darlo troppo per scontato, perché dedicare la nostra attenzione critica all’arte significa esporsi anche al rischio – o all’opportunità – d’illuminare fugacemente con la propria torcia di subacqueo esploratore alcune zone oscure, fino a quel momento ignote, profonde, nascoste e inquietanti parti di noi stessi. Questo significa vivere meglio? Dipende, perché a volte è bene non stuzzicare il demone che dorme, e sviluppare la propria sensibilità artistica – il proprio habitus d’intimo critico-fruitore – significa ridurre progressivamente la nostra capacità di resistenza allo stuzzicarli, quei demoni. Ma vale la pena rischiare. Ed Elogio della critica di Scott è un ottimo manuale per imparare a farlo attraverso la propria vita di spettatore o lettore o visitatore, o quantomeno per riflettere sul proprio modo di farlo.

In virtù di tutto questo, sentiti tutti i pareri della commissione di valutazione qui presente (membri: io), la giuria stabilisce all’unanimità che venga tolta la virgola e che, da “Elogio della critica, di A.O. Scott”, si passi a Elogio della critica di A.O. Scott.

Scott

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