CaLibro / Milleuna

Due passi con Paolo Cognetti e “Le otto montagne”

Una recensione e piccola genealogia del romanzo “Le otto montagne”. Il festival CaLibro a Città di Castello – che la nostra redazione e quella di 404: File Not Found seguiranno sul posto – aprirà gli incontri giovedì 30 marzo con il reading “Ti ascolto”. Insieme alla scrittrice Claudia Durastanti e allo scrittore Giorgio Fontana sarà presente Paolo Cognetti, accompagnato dalle note di Fuko.

Cognetti_1

Paolo Cognetti, classe 1978, è uno degli scrittori italiani contemporanei più interessanti sulla scena letteraria. Il suo ultimo romanzo, Le otto montagne, negli scorsi mesi è stato tra i primi posti tra i libri più letti nella classifica della narrativa italiana. Oltretutto il romanzo è stato un caso editoriale curioso: ancor prima di essere pubblicato in Italia è piaciuto molto alla Fiera di Francoforte e i suoi diritti di traduzione sono stati venduti in oltre trenta Paesi.

Il racconto, diceva Grace Paley, è un punto di domanda. Il romanzo ha l’ambizione di rispondere, di contenere tutto – se non proprio tutto il mondo almeno un mondo – costruendo per noi una casa in cui abitare: alla fine chiuderemo la porta su un luogo che ci ha accolti per un po’ di tempo, e che conosciamo bene. 

P. Cognetti, Alla ricerca delle pozze più profonde

Mi sono fatta avvolgere dalla lettura delle Otto montagne mantenendo costantemente una doppia curiosità: non solo per l’evolversi della narrazione, ma per la nuova strada imboccata del narratore: quella della forma romanzo. Com’è possibile – mi chiedevo via via che procedevo con la lettura – che uno scrittore che tanto aveva amato i racconti come vorace lettore, come studioso e come scrittore, ora avesse fatto il salto alla forma romanzo? È vero, mi dicevo, c’era stato Sofia veste sempre di nero, ma anche in quel caso era un’architettura a serie di racconti. Mi ha rassicurato però riconoscere alcuni tratti distintivi della scrittura cognettiana che mi hanno permesso di tracciare una piccola genealogia della scrittura del romanzo in questione.

Le otto montagne è la storia di Pietro, da bambino soprannominato Berio, un ragazzo cresciuto a Milano con lunghe parentesi estive in montagna. Negli anni Settanta i genitori si sono trasferiti appena sposati dalle Dolomiti venete alla metropoli lombarda. La nostalgia per la montagna li spinge ad affittare, per le vacanze estive, sempre la stessa baita in una valle che si affaccia sul Monte Rosa, al confine tra la Val D’Aosta e il Piemonte. Lì Berio scopre i boschi in compagnia del suo amico Bruno e, quando suo padre non è al lavoro in città, lo segue per lunghe gite fino a ghiacciai in alta quota.

La narrazione, dopo questa prima fase che racconta l’infanzia di Pietro, fa un salto temporale e arriva a quando il protagonista di anni ne ha trentuno, si trova a dover affrontare la morte del padre e con questa il fatto che ha avuto in eredità un pezzo di terra ad alta quota, proprio nella stessa valle in cui ha trascorso l’infanzia. Dal padre oltretutto ha ricevuto indicazioni dettagliate per costruire su quel terreno una piccola baita, la barma – che nel dialetto delle valli valdostane è una “roccia sporgente sotto cui ripararsi dalla pioggia”.

Pietro deve quindi tornare sui luoghi, sui percorsi e sugli affetti con cui aveva rotto quindici anni prima. Incontra un Bruno adulto, che nel frattempo è diventato un montanaro e muratore barbuto. E da questo punto i destini dei due amici si incrociano e sviluppano, con vicinanze e nuove lontananze proprie delle scelte del trascorrere dell’età: il destino di uno sarà quello di salire metaforicamente – ma anche concretamente – in cima a una montagna per viverci, quello dell’altro di fare diversi giri per le vette del mondo.

Come suggerisce una leggenda che un vecchio nepalese con un carico di galline racconta a Pietro durante uno dei suoi viaggi a piedi:

– Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Infine fece una corona intorno al centro della ruota, che poteva essere, pensai, la cima innevata del Sumeru. […]
Puntò il bastoncino al centro e concluse: – E diciamo: avrà imparato di più chi fa il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru? (p. 138)

Il romanzo ha una trama lineare e, come suggerisce lo stesso scrittore «parla di due amici e una montagna». Ma, per immensa gioia del lettore e del critico, ha più livelli di lettura e di interpretazione. Le otto montagne possiede al suo interno una continua tensione, un tira e molla, tra ricerca di solitudine e ricerca del padre. Proprio tra questi due poli, con lo sfondo della natura e dell’alternarsi delle stagioni, si muove – concretamente e metaforicamente – il protagonista. Una ricerca del padre che viene descritta in modo chiaro e commovente quando Pietro ne ripercorre le tracce lungo i sentieri fino alle vette dei monti, fino a leggere pensieri e commenti scritti sui quaderni posti in cima alle montagne.

Ma veniamo alla piccola genealogia del testo: leggendo Le otto montagne non si può fare a meno di fare un passo indietro nelle scritture di Cognetti, per approdare al racconto La stagione delle piogge, nella raccolta Una cosa piccola che sta per esplodere. Qui si presenta uno schema molto ben riuscito, che variato e articolato in modo diverso, si ripropone dando un’architettura altrettanto stabile al romanzo.

La trama del racconto si articola intorno a un momento difficile nella relazione tra una madre e un padre, vista con gli occhi di un ragazzino di dodici anni, che si chiama, non a caso, Pietro. La storia è condensata in poche settimane: Pietro è in campeggio solo con la madre – il padre anche in questo caso lavora in città – e costruisce una capanna in compagnia dell’amico Tito.

Si tratta di un racconto asciutto con uno stile e una materia che ci porta dritti dritti ai racconti di Raymond Carver, le sue atmosfere sospese fatte di silenzi e di non detti. Come in questa scena conclusiva, meravigliosa e apocalittica, che indica che qualche meccanismo interno si è inceppato, ma poi tutto torna alla “normalità”:

La loro pausa di riflessione era finita per cause di forza maggiore, e questo non risolveva i problemi, anzi magari li complicava, ma per il momento potevamo cullarci dello scampato pericolo. Io restai appiccicato al lunotto posteriore fino al casello dell’autostrada. La mamma evitò di voltarsi per non dovermi guardare. (p. 127)

Ci sono alcuni elementi in La stagione delle piogge che sono ripresi per essere distesi e articolati nel romanzo. Se lo spazio di avventura, di crescita e di scoperta del protagonista, sia nel romanzo che nel racconto, è quello della montagna, la durata è cambiata: nel racconto si tratta di una sola stagione – quella delle piogge appunto –, mentre nel romanzo si parla di innumerevoli stagioni, fino ad arrivare a un trentennio.

Ma in entrambe le storie rimane questo schema costante: il protagonista costruisce il proprio rifugio in compagnia di un amico e insieme all’edificazione di una capanna, o di una baita, avviene la costruzione di un’amicizia. Anche qui la ricerca dell’isolamento che contraddistingue il protagonista viene contrastata dalla necessità di un legame.

Il tema della casa è una riflessione costante di Cognetti, che nel capitolo “Storie di case”, contenuto in A pesca nelle pozze più profonde – una serie di riflessioni sulle tecniche e gli ingredienti dei racconti suoi e dei suoi maestri – confessa quanto fin da bambino avesse avuto un debole per le case (degli altri) e ripercorre, attraverso alcuni scrittori di racconti americani, alcuni passi chiave in cui ritrova la centralità delle case: dall’ottocentesco Wakefield di Hawthorne a Perché non ballate di Carver, al Nuotatore di Cheever, fino alla Casa Usher di Edgar Allan Poe. E si appunta anche alcune simbologie rappresentate dalle case stesse:

Un ospite in casa d’altri: un testimone.
Una casa pericolante: la paura.
Una casa infestata dai fantasmi: una colpa del passato.
Una casa in costruzione: la nascita.
Una casa diroccata: la malattia, la solitudine.
Una casa illuminata nella notte: la felicità domestica.
Una casa disabitata e distrutta: la morte. (p. 38)

A cui, si potrebbe azzardare un’aggiunta:

La contrapposizione natura/casa: ricerca di un ripiegamento in se stesso, di una sicurezza, un rifugio.

C’è infatti una forte opposizione – per casualità, forse, riproposta anche dalle due copertine dei libri in questione – tra lo spazio chiuso di un rifugio, di una roulotte o di una capanna, e lo spazio aperto della montagna, della natura. È come se la dirompente presenza dell’elemento naturale dovesse a un certo punto essere arginata dall’individuo.

Un’altra costante che vi si ritrova è la forte presenza dell’elemento naturale/acqua: in entrambe le narrazioni c’è da parte dei personaggi la ricerca dell’origine, della sorgente, e poi la sua descrizione nei diversi stati naturali: in forma di pioggia, ghiaccio, neve:

Questa non era la neve ghiacciata dei canaloni a tremila metri: era neve fresca, soffice, che entrava nelle scarpe e bagnava i piedi, ed era strano sollevarli e trovare nell’orma, schiacciati, i fiori di agosto. Arrivava appena alla caviglia ma bastava a cancellare ogni traccia di sentiero. Copriva gli arbusti, i buchi e i sassi, così ogni passo poteva nascondere una trappola, e io che sulla neve non sapevo camminare non facevo che seguire Bruno, mettere piede dove l’aveva messo lui. Come una volta, non capivo quale istinto o memoria lo guidasse. Gli andavo dietro e basta. (p. 75)

Una Natura che si può rivelare anche nella sua versione crudele e imprevedibile, come cataclisma: così ci può essere una pioggia che dura trentasei ore, come appunto in La stagione delle piogge, oppure una valanga che si presenta con tutta la sua potenza mortifera, come nelle Otto montagne. La dinamica narrativa è questa: per un momento l’evento naturale prende il sopravvento, distrae l’attenzione dalle cose strettamente umane, interrompe la quotidianità, poi tutto torna apparentemente come prima, ma qualcosa si è rotto, qualcosa è cambiato.

Lo stile di Paolo Cognetti in Le otto montagne è equilibrato, nitido e disteso. La trama si sviluppa con un ritmo interno costante. Molte sono le pause e di conseguenza i tempi per contemplare i paesaggi, per digerire gli eventi durante e dopo la lettura del romanzo. Proprio per questo nella conclusione si è assorbiti da quel procedere lento ma determinato, dallo stesso respiro regolare che serve per arrivare in vetta a una montagna.

Cognetti

Print Friendly
Tags: , , , , , ,
  • Paolo Cognetti

    Ciao Giulia, grazie! Pensa che il libro è uscito ormai da cinque mesi e nessuno aveva ancora scritto che è quel mio vecchio racconto esteso in forma di romanzo. Sono d’accordo, è proprio così. Ci voleva un lettore che mi conosce bene anche a capire perché al centro c’è una casa. Ti ringrazio e spero di vederti al festival.