Milleuna

Il disagio di Exit West

“Exit West” di Mohsin Hamid – romanzo che ha ottenuto un consenso pressoché unanime fra i lettori e nelle recensioni – può destare qualche perplessità. Torniamo su quell’opera.

Exit west

Un’avvertenza: la riflessione espressa in questo articolo ha reso inevitabile citare alcuni passaggi e snodi narrativi del romanzo in questione. Ci saranno degli spoiler, insomma.

Exit West di Mohsin Hamid (tradotto dall’inglese da Norman Gobetti) è il romanzo che, fra i suoi lettori e lettrici italiane, pare aver raccolto il consenso più unanime. Consenso confermato e amplificato – e in parte prodotto – da molte recensioni e, fra le altre cose, da molto battage nei social network.

Per esempio, i redattori di Rivista Studio, nell’introdurre la loro lista dei dieci migliori libri del 2017, hanno scritto: «a parte un caso (quello di Exit West), non ci sono stati libri che hanno messo d’accordo tutti». Internazionale gli ha dedicato quattro pagine, riprese dal New York Times («avremmo bisogno di molti più scrittori del genere»). Anche qui su il lavoro culturale se ne è parlato in termini più che positivi, nella recensione di Cecilia Cruccolini.

Il tema di Exit West attirava il mio interesse a più livelli: oltre alla curiosità per un romanzo di cui si stava parlando molto bene, c’era la questione dei rifugiati e delle migrazioni, che mi sta particolarmente a cuore sia da cittadino che da ricercatore (sono uno di quelli che pensa che la letteratura abbia un suo potenziale specifico anche nel contribuire a uno sguardo di carattere scientifico sugli oggetti di ricerca). Mi sono dunque avvicinato al romanzo con molte aspettative, alcune delle quali certamente ripagate. Eppure, più andavo avanti nella lettura e più sentivo crescere in me una sorta di disagio.

Per cercare di comprendere meglio e condividere quella sensazione, divido per facilità le mie personali perplessità di fronte a Exit West in tre livelli: in primo luogo, quello dei suoi presupposti ed effetti politici; poi, quello della strumentalità tematica; infine, quello della funzione di un romanzo di fronte a un fenomeno di attualità, benché sia un’attualità relativa (di migranti e rifugiati il mondo non si stanca mai di produrne). Dato qualche elemento sull’autore e sulla storia, di ognuno di questi livelli tenterò di dare un breve esempio fra quelli possibili.

L’autore, Mohsin Hamid, è nato in Pakistan nel 1971. Oltre a Exit West ha pubblicato altri cinque libri, fra cui il fortunato romanzo Il fondamentalista riluttante (Einaudi, 2007). È cresciuto a Lahore, ma si è formato in alcune prestigiose università americane e, fra le altre cose, ha lavorato come consulente aziendale a Londra e New York.

La storia di Exit West è quella di Saeed e Nadia, un ragazzo e una ragazza che si fidanzano in un Paese in stato di guerra. La loro città è governata da miliziani fondamentalisti («Saeed e Nadia non si tenevano per mano, perché era proibito in pubblico») e tremendamente violenti: «Entro qualche mese, quell’uomo con la coda di cavallo sarebbe stato decapitato, a partire dalla nuca e con un coltello seghettato per fargli più male, e il suo corpo senza testa sarebbe stato appeso per una caviglia a un traliccio dell’alta tensione, dove sarebbe rimasto a dondolare a gambe larghe finché la stringa che il suo boia aveva usato a mo’ di corda non fosse marcita e si fosse rotta».

La vita di Nadia e Saeed cerca di scorrere aggirando gli ostacoli di quella difficilissima situazione («fecero togliere il casco a Nadia, per controllare che non fosse un uomo travestito da donna»), finché anche loro due non decidono di tentare l’impresa di molte persone che non ce la fanno più a resistere lì: individuare e superare delle porte – o, più in generale, delle soglie – che trasportano immediatamente in Paesi occidentali, lontano da quella situazione di guerra, di povertà e di dominio dei miliziani. È questo l’elemento centrale della storia raccontata da Hamid, che sceglie di riprendere il frequente topos narrativo della porta che si apre in uno spazio lontano – reale o metafisico – e lo declina in un contesto di separazione della Terra in luoghi da cui i rifugiati partono e luoghi in cui arrivano. L’autore racconta tutto questo mantenendosi in un registro stilistico che fa pensare spesso più a una favola o racconto morale che a un romanzo.

Dicevamo, il primo livello: quello dei presupposti ed effetti politici del romanzo.

Se prendiamo sul serio – come il romanzo ci chiede di fare, e come hanno fatto molti dei suoi lettori, sostenitori e recensori – la dimensione politica di Exit West, è il caso di farlo nell’interezza dello spettro delle riflessioni appunto politiche che l’opera può destare. Prendiamo un esempio.

In tutta la prima parte della storia, la protagonista Nadia deve confrontarsi con il fanatismo politico-religioso che, fra le altre cose, le impone come vestirsi: «indossava, come le era ormai abituale, la tunica nera chiusa fino al collo». Da tale fanatismo Nadia riesce ad affrancarsi solo nel momento in cui si allontana dal suo Paese e, in un secondo momento, dal fidanzato Saeed (uno che non intende fare sesso con lei prima del matrimonio, per intenderci). Ecco allora manifestarsi nel romanzo un “effetto boomerang” proprio sotto il profilo politico: ai mondi di provenienza dei rifugiati e migranti il romanzo attribuisce indistintamente caratteristiche culturali (ma sarebbe meglio dire “culturalizzanti” e “culturalizzate”) che corrispondono con una certa precisione proprio alle caratteristiche proiettate su quei mondi e su quelle persone da parte di chi, spesso proprio in ragione di quella cosiddetta appartenenza culturale, quei rifugiati e migranti non li vuole accogliere. E non è il solo “effetto boomerang” delle velleità politiche e morali – volute o attribuite – di Exit West. Accade insomma che quel potenziale di “umanizzazione” della figura del rifugiato da parte del romanzo alimenta invece quell’immaginario collettivo e senso comune occidentale che include, e sempre di più, anche il rifiuto dei rifugiati e dei migranti (il tutto in un contesto – un romanzo – in cui l’umanizzazione dei personaggi è probabilmente il minimo che si possa chiedere a un autore).

La dimensione dannosamente culturalizzante (l’attribuzione generalizzata di tratti culturali innati, indistinti, deterministici e non sempre riscontrati empiricamente) viene acuita anche dalla decisione di Hamid di non dare un nome al Paese di provenienza di Saeed e Nadia. Si parla solamente di una «città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra». Quella che voleva essere una scelta narrativa di universalità geografica della storia – un’universalità limitata al mondo arabo, beninteso – diventa così un altro elemento che attribuisce a tutto ciò che sta dall’altra parte delle porte dell’Occidente quei caratteri culturali ineluttabili e negativi («avrebbe dovuto avvalersi di quell’opportunità se la sua famiglia non rispettava i suoi diritti», dice un volontario a Nadia, dando per scontato che è normale che una famiglia araba non rispetta i diritti).

Un conto è il sacrosanto diritto – se non dovere – di raccontare quali sono le drammatiche angherie (divieti, censure, restrizioni delle libertà, torture, punizioni disumane ecc.) perpetrate nei luoghi reali in cui un autore o autrice decide di ambientare la propria storia; un altro conto è invece non prendersi questa responsabilità con un’attribuzione non localizzata che amalgama tutto il mondo arabo in un blocco monolitico e monoliticamente condannabile, nella più classica delle dinamiche di orientalismo e orientalizzazione, per dirla con Edward Said. Per di più, mentre il luogo di provenienza di Saeed e Nadia non viene mai nominato, i luoghi in cui si aprono le porte imboccate dai due (Mykonos, Londra, Marin) sì, con un ambiguo effetto di asimmetria.

Il secondo livello: quello della strumentalità tematica.

Exit West è costruito incrociando temi di attualità che non si limitano a quello delle migrazioni e dei rifugiati. Un esempio è quello della scoperta da parte di Nadia di un orientamento sessuale diverso da quello a cui si è adeguata nella sua vita nel Paese di provenienza. All’emancipazione come donna da parte di Nadia, Hamid aggiunge l’emancipazione dalla sua identità di genere, cosa che, in un contesto di pesanti costrizioni subite dalle donne (per non parlare dell’omofobia istituzionalizzata), assume un significato se possibile anche più forte.

Nel descrivere la scoperta dell’omosessualità da parte di Nadia, Hamid sceglie la via dello stereotipo, con tutto quello che ne consegue: «una ragazza del posto coi capelli rasati da un lato», o addirittura: «la capocuoca della cooperativa, una donna con braccia forti e una bellezza mascolina».

Al tema dei rifugiati e dei migranti si aggiunge dunque quello dell’emancipazione della donna e della libertà d’identità sessuale per tutti gli individui. Di per sé, sono temi estremamente importanti e rispetto ai quali la guardia è da tenere alta in ogni campo, letteratura inclusa; eppure, messi nel contesto generalizzante e occidentocentrico del romanzo, sono temi di fronte ai quali in Exit West è difficile sfuggire a un’impressione di uso strategico. Si tratta, di nuovo, di questioni di diritti umani fondamentali su cui è importante essere rigorosi anche nelle vesti di lettori e lettrici, ma nell’operazione Exit West tutti questi ingredienti appaiono scelti, dosati e mescolati bene: troppo bene.

Infine, il terzo livello: quello della funzione di un romanzo di fronte a un fenomeno drammatico e di attualità.

Non è scritto da nessuna parte che un romanzo non possa o non debba costruirsi attorno a questioni di stringente attualità, e non serve neanche chiamare in causa il bisogno d’“inattualità” o “intempestività” di un’opera letteraria, perché neanche quelli devono essere posti come elemento normativo. Ma ciò non toglie che un romanzo che decida di raccontare un momento storico nel suo stesso farsi deve accettare un rischio: quello di cadere vittima di vizi dello sguardo, paradossi, malintesi, incomprensioni dovute alla mancanza di quel minimo distacco storico spesso necessario alla comprensione, e così via.

Il disagio che può dare la lettura di Exit West deriva in buona parte non tanto dal percepire che il romanzo non sfuggirà a quelle trappole, ma dall’impressione che per l’autore non è un problema caderci, costi quel che costi. E a quel disagio si aggiunge un timore: che, nel caderci, quelle trappole il romanzo contribuisca a renderle più letali. Infine, al timore si aggiunge un sospetto: che sia un rischio assunto dall’autore con consapevolezza, e in base a un calcolo che poco ha a che fare con la virtuosità politica che in molti hanno visto in quest’opera. Che l’autore abbia forse fatto i suoi calcoli – e se non li ha fatti si pongono allora altri problemi (una certa irresponsabilità, per così dire) – e abbia deciso di procedere lo stesso su questa strada non deve significare necessariamente che i piedi in quelle trappole ce li dobbiamo mettere anche noi lettori e lettrici.

Exit West

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  • Luca Albani

    Ciao Lorenzo, ho letto le tue cinque cartelle e credo tu possa fugare le tue perplessità sui supposti calcoli e strategie di Moshin Hamid in “Exit West” leggendo la sua raccolta di articoli intitolata “Le civiltà del disagio”, sempre pubblicata da Einaudi.

  • Lorenzo Alunni

    Buongiorno Luca,
    grazie, seguirò il consiglio di lettura. Ma credo che, in casi come questi, i significati del libro e le relative interpretazioni possano esaurirsi nel libro stesso, senza necessità di elementi esterni (biografia dell’autore, altri suoi libri ecc.), se non le conoscenze critiche riferite al contesto socio-politico a cui il libro fa riferimento: nel caso di Exit West, la questione dei rifugiati.
    Ah, non sapevo fossero cinque cartelle, grazie. 🙂

  • Luca Albani

    Di nulla Lorenzo. Ti segnalo anche una recensione su Amazon che in sintesi, partendo dalla biografia dell’autore, conclude: “Perhaps
    Mohsin Hamid was simply not the right person to write a novel about refugees”. Va da sé che non siamo d’accordo, Hamid per me non ha scritto un libro occidentocentrico – sarebbe stata una distopia, questa storia non lo è – e non penso proprio sia un irresponsabile, però è stato interessante leggere il tuo punto di vista. Buone feste.

  • Lorenzo Alunni

    (perdonami per le cento ripetizioni di “libro” che sono riuscito a infilare nella mia risposta… questa sì che è una distopia (linguistica)! …serve un secondo caffè.)