Asylum

Da migranti si vive il doppio

Il 21 maggio 2014, in occasione della Giornata Mondiale UNESCO per la Diversità Culturale, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione generale Immigrazione e politiche di integrazione in collaborazione con il Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e Turismo hanno presentato la nuova area Cultura del Portale Integrazione Migranti nella Sala Santa Marta del Collegio Romano di Roma.

L’uomo non ha le radici, ha i piedi, per camminare.
Driant Zeneli

Ognuno di noi è un portatore sano di paesi inesistenti.
Milton Fernandez

Io la vostra lingua l’ho fatta mia. La prendo e la ribalto come voglio.
Modou Gueye

Da migranti si vive il doppio. È il pensiero che mi avrebbe tormentato per tutto il 21 maggio alla “Presentazione della nuova area Cultura del Portale Integrazione Migranti”, mentre ascoltavo loro, i migranti appunto, uomini che per motivi diversi hanno trovato (o hanno dovuto trovare) una loro dimensione in Italia. Ed è il pensiero che tuttora mi tormenta, anche grazie alla mia piccola esperienza (europea) di migrante, perché ascoltando parlare questi uomini mi è venuta voglia di partire e vivere altri mondi, non perché quello in cui vivo non mi piaccia, ma perché anch’io voglio vivere il doppio, da migrante.

I migranti il loro mondo, quello da dove provengono, se lo portano sempre dietro, e lo sposano col mondo in cui arrivano, trovando ogni giorno nuovi modi per tenerli insieme, senza poterli mai annullare. Prendono e danno, anche senza volerlo. Ma quando lo vogliono assistiamo al risplendere di uomini ricchissimi – d’esperienza e consapevolezza della loro capacità espressiva. Come lo scrittore Milton Fernández, l’artista visuale Driant Zeneli, l’attore Modou Gueye e il regista Roland Sejko, artisti emigrati in Italia che in compagnia del musicista italiano Mario Tronco hanno dato vita a un’intensa tavola rotonda, ovvero un luogo d’incontro e confronto in cui parlare delle proprie esperienze, delle difficoltà d’integrazione in nuovi mondi, che guardano l’altro, lo straniero, sempre con sospetto, e delle rivincite e ricompense che arrivano con la volontà perseverante di far parte del mondo che si sceglie d’adottare. Perché non è il mondo, un insieme di uomini, che ti adotta, sei tu ad adottare lui, parlando la sua lingua, ascoltando i suoi bisogni, raccontandogli di te.

Milton Fernández, scrittore uruguaiano ormai da tanti anni in Italia – si definisce infatti un “uruguaiano di Milano” – ci ha così raccontato di come è riuscito a creare il Festival della Letteratura di Milano e fondare la casa editrice Rayuela; Roland Sejko, regista albanese, di quanto è stata dura raccontare, con il film Anija (La nave, 2012, poi vincitore del David di Donatello), il drammatico “esodo degli Albanesi” degli anni Novanta verso l’Italia; Driant Zeneli, artista visuale anch’egli albanese, della sua scalata nel nostro paese per diventare rappresentante dell’Albania alla Biennale di Venezia; Modou Gueye, attore senegalese, di come abbia superato i pregiudizi razzisti all’interno del mondo del teatro (e della televisione) per poi finalmente affermarsi nella sua professione e creare la compagnia Mascherenere, tra le più interessanti e vivaci realtà teatrali che operano sul territorio italiano. Infine importante è stata anche la testimonianza di Mario Tronco, fondatore dell’Orchestra di Piazza Vittorio, che attorno alla musica è riuscito a riunire decine di uomini provenienti da tutte le parti del pianeta. E poi gli scrittori Amara Lakhous, Claudileia Lemes Dias e Ingy Mubiayi hanno recitato alcuni loro brani, e ad un certo punto abbiamo anche assistito a un’esibizione musicale dei Kermesse, esperienza più unica che rara considerata la sede.

Anjia di Roland Sejko (2012), fotogramma

Anjia (2012) di Roland Sejko, fotogramma

Tuttavia mentre pensavo alla mia brama di conoscere altri mondi, immergermi in essi, mi trovai davanti agli occhi il film Va’ Pensiero di Dagmawi Yimer, anch’egli migrante. È stato un duro colpo, perché mi ha fatto riflettere sul fatto che essere immigranti per noi europei in Europa, seppur difficoltoso, non è la stessa cosa che essere immigranti, per esempio, africani – il film tratta di storie di migranti senegalesi – in Italia. Lo vediamo tutti i giorni, e – senza fare retorica – non ce ne importiamo. È un dato di fatto. I problemi, seri, del Paese, economici prima di tutto, distolgono sempre più il nostro sguardo da chi avrebbe bisogno di accoglienza, perché si sta giocando tutta la sua esistenza in questo incontro con un altro mondo. Yimer ci racconta le storie di alcuni uomini senegalesi, di Mohamed, educatore, che nel 2009 venne accoltellato a Milano, e di Mor e Cheikh, che nel 2011 stavano lavorando al mercato di San Lorenzo di Firenze quando vengono messi in pericolo di vita da un altro uomo, italiano, che sparò loro contro, per ucciderli, e che poi si suicidò. Il motivo? “razziale”.

Va’ Pensiero, storie ambulanti Trailer from AMM on Vimeo.

Questi uomini sono sopravvissuti ma vivono ogni giorno la paura dell’inospitalità, di essere di troppo in un mondo che non vuole – non sa – accettarli. Erano venuti in Italia per lavorare, e dicono di non veder l’ora di tornare a farlo, se solo le loro condizioni di salute glielo permettessero, e se solo non avessero più paura. È innegabile che anche Mohamed, Mor e Cheikh con questa esperienza abbiano vissuto il doppio, e anche che i loro figli, nati in Italia, cresceranno con una ricchezza culturale enorme, ma sicuramente, a questo prezzo, avrebbero preferito rimanere a casa, nel loro paese. Come faranno i loro figli a vivere con questo peso? Ma le migrazioni degli uomini non sono dovute solo alla volontà di cambiamento, alla curiosità o all’ambizione di trovare condizioni di vita migliore, spesso sono, semplicemente, necessità: c’è chi fugge dalla miseria, dalla guerra, dall’oppressione famigliare, dall’impossibilità di esprimersi; e approda in Italia e in Europa, “terre promesse”, perché più libere e rispettose della realizzazione della persona. Perlomeno questa è la percezione del migrante che decide di partire, a volte senza niente, senza vestiti, senza documenti, soltanto con la voglia – semplicissima e impossibile da non condividere – di vivere meglio.

Qui ci viene incontro l’idea, che è solo una delle tante per poter migliorare la condizione di vita di chi viene in Italia per questo, del Portale Integrazione Migranti, e in questo caso, nella fattispecie, della nuova area Cultura, il primo luogo virtuale pensato per raccontare la produzione culturale e artistica dei cittadini stranieri e con retroterra migrante, e dunque raccontare l’evoluzione della nostra società attraverso l’arte, dal cinema al teatro, dalla musica all’arte visiva. Questo strumento può essere utile a loro, come stimolo e aggregatore, ma anche e soprattutto a noi, per conoscere la ricchezza celata in queste realtà migranti – ora italiane a tutti gli effetti – delle quali, per tanti motivi (tra cui l’indifferenza che eventi di questo tipo cercano di smuovere) sappiamo pochissimo.

All’incontro del 21 maggio hanno partecipato tutti i fautori e ideatori della nuova area Cultura, nonché tutti i vari rappresentanti dei Ministeri che hanno permesso tutto ciò. A loro va dato il merito. Ma è giusto che in quest’occasione la voce sia dei migranti, ragion per cui ho parlato solo di loro.

La società si evolve giorno dopo giorno ed è bene che anche le nostre sensibilità lo facciano.

La retorica è sempre in agguato, ma questa volta mi è sembrato diverso, perlomeno dentro di me è stato diverso.

Porta di Lampedusa, Mimmo Palladino

Porta di Lampedusa, Mimmo Palladino

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